Nova, 16 febbraio 2015
Il numero due dei Fratelli musulmani in Giordania, Zaki Bani Arshid, è stato condannato a un anno e mezzo di carcere dalla Corte di Appello di Amman per delle critiche rivolte agli Emirati Arabi Uniti. Il politico islamico era stato condannato in primo grado a tre anni di carcere e ai lavori forzati per aver criticato la decisione del governo di Abu Dhabi di inserire i Fratelli musulmani nella lista dei gruppi terroristi. Il tribunale ha deciso che le dichiarazioni dell'esponente islamico, "hanno messo in pericolo le relazioni tra la Giordania e un paese amico".
di Massimo L. Salvadori
La Repubblica, 15 febbraio 2015
Invocandolo come adempimento tardivo di un atto vincolante dell'Unione Europea, il Senato della Repubblica ha approvato con 234 sì, 3 no e 8 astenuti il disegno di legge - che ora passa alla Camera dei deputati - il quale punisce il negazionismo della Shoah e di altri genocidi comminando ai colpevoli fino a tre anni di carcere. La questione non è nuova.
Corriere della Sera, 15 febbraio 2015
Quanto accaduto nelle ultime ore in Parlamento "è un degrado, quasi il punto zero della democrazia, ma bisogna interrogarsi sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato". A dirlo è il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, intervenuto oggi a Torino a un dibattito promosso dalle associazioni Libertà e Giustizia e I Popolari sul tema "Meno democrazia?".
di Luca V. Calcagno
www.articolotre.com, 15 febbraio 2015
In Italia almeno 70 istituti penitenziari con un sovraffollamento che va dal 130% al 210%. Questi i dati riportati nella sua dichiarazione da Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani. Numeri che fanno commentare Marco Pannella, leader dei Radicali: "siamo più lontani dalla legalità di quanto si pensava".
di Valter Vecellio
Notizie Radicali, 15 febbraio 2015
Marco Pannella ha intrapreso un nuovo, ennesimo, sciopero della fame (per ora: non è escluso che passi alla sete). Che palle!, diranno molti, sai la novità. Adesso che abbiamo esaurito il luogo comune, proviamo a chiederci perché questo giovanotto di 85 anni suonati, caparbio e ostinato, continua a "romperci le palle". Conviene ascoltarlo: è "un'iniziativa nonviolenta, spiega, a sostegno e per riconoscenza, in particolare, dell'opera del Presidente Emerito Giorgio Napolitano e del suo successore, il Presidente Sergio Mattarella: perché lo stato Italiano rispetti gli Obblighi enunciati dal Presidente Napolitano nel suo messaggio costituzionale, solennemente nell'esercizio formale delle funzione di Presidente della Repubblica, in quanto tale; e perché anche il Presidente Mattarella possa operare nello stesso animo sturziano, che è il suo, assicurando così alla storia italiana, quella vivente, continuità ed efficacia, e che egli ama e rappresenta, certo non solo da oggi".
www.campanianotizie.com, 15 febbraio 2015
Opg con i giorni contati. Questa potrebbe essere la volta buona per cancellare definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari, tra cui anche quelli di Aversa e Napoli, dall'ordinamento italiano. Il governo ha comunicato al parlamento che intende rispettare "la scadenza dell'1 aprile 2015". Se necessario, attivando "la procedura di commissariamento da parte del Governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili". Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli Opg, inviata ieri al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia. Il piano prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza.
di Agnese Moro
La Stampa, 15 febbraio 2015
A Roma un raggruppamento di realtà associative impegnate nella promozione della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini figli dei detenuti, ha condiviso e sostenuto un progetto elaborato dal Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma Capitale, Lillo Di Mauro, per la realizzazione di una casa famiglia protetta, "La casa di Leda", in ricordo dell'onorevole Leda Colombini, fondatrice e animatrice per venti anni dell'associazione "A Roma insieme", www.aromainsieme.it.
Pochi giorni fa il progetto è stato presentato in una conferenza stampa a cui era presente l'assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese. L'immagine utilizzata per spiegare a noi, che non la conosciamo direttamente, la situazione dei bambini che crescono in carcere con le loro madri, è quella dello stupore che questi piccolissimi provano nel vedere - uscendo dal carcere per una passeggiata - cose per noi banali come il cielo o le nuvole.
È uno stupore che ci dice molto su quello che questi bambini vivono; e che ci indica anche l'urgenza di un percorso diverso. Percorso che la legge (62 del 2011) prevede con la attivazione - appunto - di Case protette per ospitare madri (o padri) e bambini, ma delle quali, al momento, non c'è neanche un esempio. L'assessore Danese ha dato un'ampia disponibilità a mandare avanti il progetto, individuando luoghi idonei (la legge è precisa sulle caratteristiche strutturali e non che devono avere le Case protette) e le risorse finanziarie necessarie (il costo di gestione annuo è stimato dai promotori in 300.000 euro).
Nel Lazio (ed è il numero maggiore d'Italia) sono reclusi 18 bambini e 18 madri in gran parte straniere o Rom. Il progetto prevede di accogliere fino a un massimo di sei madri o padri con relativi figli e che nella casa famiglia vi siano attività e servizi affinché le/gli ospiti italiane/i, straniere/i e rom e i loro bambini abbiano garantite assistenza, educazione ed istruzione, e opportunità di socializzazione e inserimento lavorativo.
La struttura non si configura come spazio di contenimento e domicilio stabile, ma come luogo di passaggio dove ciascuno, sia le madri o i padri, sia i bambini e le bambine, abbiano l'occasione di sviluppare le proprie potenzialità in maniera armonica. Con la speranza che non si debbano più stupire dell'esistenza delle nuvole. Sarebbe davvero bello.
di Lorenzo Mondo
La Stampa, 15 febbraio 2015
Un bel giorno di giugno del 2010 un avvocato milanese si affaccia alla finestra della sua villetta e cambia rapidamente di umore alla vista di un piccione. Dirà poi che detesta quei pennuti perché anni prima avevano causato al figlio una grave infezione. Fatto sta che afferra un fucile ad aria compressa e centra il piccione che stramazza nel cortile del vicino condominio. Questa fatale caduta è l'innesco di quella che può apparire una commedia surreale.
C'è evidentemente della ruggine tra lo sparatore e i vicini se questi chiamano i carabinieri. Contro di lui, sorpreso in stato di ebbrezza, viene formulata l'accusa di uccisione di animali con crudeltà e "getto pericoloso di cose" in luogo privato. Va a sapere dove sta la crudeltà, se non nell'animo del protagonista, e dove l'effettivo pericolo rappresentato da un pallino o da un piumato cadaverino. Il gip emette comunque un decreto di condanna a 8.000 euro di multa. Ma l'imputato si oppone e chiede di andare a processo. Comincia allora una bella gara tra l'avvocato, esperto di cavilli, e la magistratura. Un confronto che passa tra sanzioni e ricorsi, tra processi d'appello e Cassazione fino a concludersi, nel gennaio del 2015, con una condanna a un mese e venti giorni. Il bello è che questo tramenio è durato per quasi cinque anni, e magari non è finita, perché incombe a giugno la prescrizione del reato.
Non sono mancati nella vicenda tratti esilaranti. Fin dall'avvio, quando dovette intervenire il Comune per rimuovere il deceduto, e alle ultime disquisizioni sul "getto" nel cortile: da ricondursi al ferale pallino o allo svolazzo dell'uccello agonizzante? Mai era accaduto che un piccione assumesse tale importanza nell'aula di un tribunale.
Dove i magistrati hanno dato l'apparenza di esercitare, contro l'imputato, la stessa ostinazione che lo induce a sparare sui volatili. Formalmente, a termini di legge, nulla da eccepire. Se non avessimo le rilevazioni dei solerti cronisti che hanno rispolverato la vicenda. Ci dicono infatti che essa, nell'arco di un lustro, ha impegnato 18magistrati, con annessi e connessi. E allora lo stupore, e il riso, si tramutano in sconforto e sdegno.
Il Paese è assediato dalla piccola e grande criminalità, con e senza colletti bianchi. Non c'è inaugurazione di anno giudiziario, non c'è convegno di esperti e proposta di riforma che non lamenti l'esiguità del corpo giudiziario e il rigurgito dei fascicoli inevasi. Mentre si trova il tempo per occuparsi di simili quisquilie. Davvero, si vorrebbe a volte non sapere e non vedere per darsi pace.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 febbraio 2015
La Sardegna tra pochi giorni diventerà ufficialmente la Caienna - il famigerato bagno penale francese - in salsa italiana. Nei nuovi complessi penitenziari di Sassari e Uta verranno concentrati tutti i detenuti del 41 Bis, attualmente dislocati su tutto il territorio italiano. A confermalo è stato il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
In una nota si spiega che "i provvedimenti di trasferimento di detenuti ex art. 41 bis nelle sezioni delle carceri di Sassari e Uta saranno adottati ai sensi delle "disposizioni in materia di sicurezza pubblica", varate con la legge 15 luglio 2009, n. 94 che dispone: "I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all'interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell'istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria".
Le due moderne strutture di Uta e di Sassari sono state realizzate in conformità alla legge 15 luglio 2009, n. 94 e assicurano i più elevati standard di sicurezza e di gestione". Prosegue sempre il Dap: "Il trasferimento avverrà non appena saranno ultimati i lavori della sezione 41 bis del carcere di Uta e l'attivazione del sistema di multivideo-conferenza nel carcere di Sassari. Le due sezioni hanno una ricettività di 92 posti ciascuna".
Il Dipartimento precisa inoltre che "la titolarità esclusiva dei procedimenti relativi alla realizzazione dei due nuovi complessi penitenziari di Cagliari e di Sassari appartiene al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti-Provveditorato Interregionale alle Opere pubbliche per il Lazio, l'Abruzzo e la Sardegna".
I costi complessivi, al netto del ribasso, sono stati comunque alti: 18 milioni 600.000 euro per il carcere di Uta e 16 milioni e 350.000 per quello Sassari. La vicenda fa discutere. A parte le idee soggettive, e fortemente discutibili sulla natura del 41 Bis , la proposta di concentrare i detenuti a regime speciale nelle due carceri va comunque a scontrarsi con le parole del dottor Roberto Piscitello - direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap - ascoltato nel giugno scorso dalla commissione straordinaria sui Diritti umani, presieduta dal senatore Luigi Manconi.
Così disse Piscitello durante l'audizione: "Nell'assegnazione della misura si evita l'assembramento in pochi istituti di soggetti che facciano parte della medesima associazione o di organizzazioni fra loro contrapposte. E si evita che soggetti di grande spessore criminale siano ristretti nello stesso istituto. I soggetti in 41 bis sono detenuti rigorosamente in celle singole. Come tutti i detenuti hanno diritto a colloqui e momenti socialità con alni detenuti, in gruppi non superiori a quattro".
Alla notizia dell'imminente trasferimento dei detenuti sottoposti al regime duro, alza la voce il deputato sardo di Unidos, Mauro Pili: "Bloccate il progetto folle dei 41 bis in Sardegna e convocare il governatore Pigliaru nella commissione antimafia per il parere della Regione". L'ex governatore Pili, dopo avere denunciato per primo l'arrivo nelle carceri dell'isola di capimafia e altri detenuti ristretti nel regime di massima sicurezza, ha inviato una lettera al presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, per convocare la bicamerale e acquisire il parere della Regione.
"La commissione antimafia", afferma Pili, "deve occuparsi immediatamente dello scellerato progetto del Dap di trasferire in Sardegna oltre 200 capimafia". Il parlamentare chiede che l'organismo bicamerale convochi al più presto il presidente della Sardegna, Francesco Pigliaru, "per acquisire il parere della Regione su questo demenziale progetto che rischia di attivare un processo di infiltrazione mafiosa senza precedenti in Sardegna".
Pili definisce senza mezzi termini "intollerabile" e "scandaloso" il silenzio della Giunta regionale. Per l'ex governatore il trasferimento dei 41 bis è una scelta in contrasto con le linee guida legate alla regionalizzazione della pena detentiva ma anche contro tutte le impostazioni sinora seguite di non concentrare capimafia. "Un vero e proprio regalo alle cosche. Anche per questo motivo", conclude, "il ministro dovrebbe revocare i massicci trasferimenti di detenuti in Sardegna, E se non lo farà la reazione sarà durissima".
di Claudio de Luca
www.termolionline.it, 15 febbraio 2015
Di recente, nella Sala Livatino di Via Arenula, il Ministro della Giustizia Orlando ha firmato un protocollo d'intesa al fine di potenziare l'accesso alle misure alternative alla detenzione per i detenuti che hanno problemi legati alla tossicodipendenza e di rendere più accessibili i percorsi di inclusione sociale e di reinserimento lavorativo per gli altri ospiti in genere.
I protocolli già stipulati sono stati undici (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Liguria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Puglia, Sicilia, Lombardia ed Abruzzo; poi c'è stato quello col Molise). Per un certo periodo si era ritenuto di risolvere l'handicap di edilità con prefabbricati da collocare all'interno di strutture detentive moderne, del tipo di quella attiva a Larino. Il Commissariato all'edilizia penitenziaria voleva cercare di attivare, entro tempi stretti almeno diciassettemila posti-letto; ed era stato soprattutto il Dap che, per cogliere l'obiettivo, avrebbe voluto puntare su questi padiglioni.
La soluzione sarebbe stata vantaggiosa ed economica, dal momento che una serie, da duecento posti l'uno, costava intorno ai dieci milioni di euro; poi non se ne fece alcunché pure perché - per la verità - l'unico istituto che avrebbe necessità di essere "allargato" è quello di via Cavour a Campobasso.
Nel 2011 le cifre del sovraffollamento delle carceri italiane facevano registrare oltre 67mila detenuti: 22mila in più di quelli previsti, il 148% della capienza regolamentare. Però i dati, diffusi da "Antigone", esternarono uno scandalo a cui occorreva porre fine. Oggi la situazione non è cambiata di molto; e, periodicamente, affolla le cronache nazionali e locali. Eppure la Penisola dispone di decine di istituti, nuovi o restaurati, che non vengono utilizzati; e, in rapporto alla popolazione, l'Italia ha meno detenuti della media europea (106,6 carcerati contro 143,8 ogni 100mila abitanti).
Perciò diventa utile confrontarci con la California che, di recente, è stata condannata dalla Corte suprema perché riempie le sue carceri quasi al 200%. In cifre si tratta di 154mila detenuti in un sistema studiato per 80mila; e la situazione dura da un quindicennio. Perciò quei Giudici hanno imposto di ridurre il sovraffollamento al 137,5% della capienza: di raggiungere, cioè, una percentuale di soli dieci punti inferiori a quella (giustamente deprecata) esistente oggi in Italia. Negli Usa non dicono come raggiungere questi livelli; ma, come in Italia, si punta all'amnistia, depenalizzando il possesso di piccole quantità di droga ed i reati minori contro la proprietà.
Nella Penisola le obiezioni all'amnistia sono tante. Tra queste i Giudici ricordano che, negli Anni '90, i Tribunali imposero un tetto al numero di carcerati a Philadelphia, la quale reagì cercando di liberare solo quelli meno a rischio di recidiva violenta.
Nel giro di 18 mesi però la Polizia ne dovette riarrestare migliaia, registrando accusati di 79 omicidi, 90 stupri, 1.113 aggressioni, 959 rapine, 701 furti con scasso e 2.748 furti, senza contare le migliaia di violazioni delle leggi sulla droga. In Italia, fra amnistie e indulti, sono stati 16 gli atti di clemenza susseguitisi dal 1962 ad oggi. Le statistiche dicono che l'indulto del 2006 fece scarcerare il 44,2 % dei detenuti. L'effetto fu di ridurne il numero per 100mila ab. da 102 a 66. Ma raddoppiarono le rapine, gli omicidi (+5%) e l'incidenza della popolazione carceraria risalì subito a 108.
L'indulto aveva fatto scendere i detenuti da quasi 61mila a quasi 34mila unità; ma, tre anni dopo, erano di nuovo 65mila (il 6,72%). Però, a differenza della California, l'Italia avrebbe 40 istituti già costruiti, spesso arredati e perfino vigilati, che permetterebbero di custodire i carcerati in condizioni più umane, di curare meglio i disabili psichici, di prevenire meglio i suicidi, di difendere meglio i detenuti più deboli, e di offrire condizioni migliori anche alle guardie. In Molise solo la Casa di Larino potrebbe patire modifiche; quella di Isernia non ne ha necessità mentre a Campobasso vigono vincoli precisi per i restauri.
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