di Maurizio Maggiani
La Stampa, 18 novembre 2024
La Costituzione sancisce che nel ripudio del conflitto c’è un giudizio definitivo. Un concetto che ministro e capo di stato maggiore della Difesa mettono in discussione. Una domenica all’inizio del mese verso sera ho incontrato una lepre. Se dico che l’ho vista, mezzo cieco come sono, è perché ha voluto proprio farsi vedere. Se ne stava sul ciglio del fosso alla vigna di Paolo, poco discosto dalla grande quercia che il figlio ha disegnato sulle etichette del suo vino. Se ne stava lì, posata eretta sulle zampe di dietro, quelle sue orecchione dritte e tese neanche volesse da dov’era auscultarmi il battito del cuore. Prima di guizzare nel fosso e sparire nei meandri del suo universo, nella quinta dimensione dove ai leprotti è consentito di governare le sfere celesti, è passato un po’ di tempo. Tempo del mio universo, tempo bastante a farmi domande umane del tipo: cosa c’è di più bello, ora, di questa lepre in ascolto di un cuore alieno in questa vigna autunnale appena dorata dal sole calante, e di quest’uomo che ascolta la lepre ascoltarlo a un passo dal fosso che segna un confine benignamente pattuito tra un vignaiolo e il resto del mondo? Cosa c’è di più struggente, ora, al mondo, di quelle lunghe orecchie che vorrei poter anche solo sfiorare, per sentire quanto sono calde, e vibranti di accondiscendente attesa di vita?
La Repubblica, 18 novembre 2024
Sebbene i dati non sia facile reperirli, soprattutto nelle nazioni africane, il fenomeno è assai più diffuso di quanto si pensi. Succede anche nei Paesi industrializzati come gli Usa. In tutto il mondo, il tasso di minorenni in stato di detenzione è, in media, di 28 ogni 100.000. E secondo un esperto incaricato dall’ONU, Manfred Nowak - sarebbero oltre sette milioni nel mondo che vivono in centri di detenzione per profughi, in luoghi di custodia come commissariati, in prigioni o altri luoghi di detenzione. Lo studio di Nowak - di qualche anno fa - rileva inoltre come ogni anno 300.000 bimbi entrano nei centri per migranti di 80 Paesi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 novembre 2024
Il presidente-eletto Trump lo aveva detto in campagna elettorale e lo ha ribadito di recente uno dei primi atti successivi all’inaugurazione, il 20 gennaio 2025, del suo secondo mandato sarà autorizzare la ripresa delle esecuzioni delle condanne a morte federali, in piena continuità con la mattanza passata atrocemente alla storia di 13 esecuzioni negli ultimi sei mesi del suo primo mandato: una cosa che non si era mai vista nei precedenti 120 anni. Per questo, si stanno moltiplicando (da Amnesty International all’American Civic Liberties Union) gli appelli al presidente uscente Biden affinché, nelle ultime 10 settimane che gli restano prima di lasciare la Casa bianca, commuti le condanne alla pena capitale dei 40 detenuti che si trovano attualmente nel braccio della morte di Terre Haute, nello stato dell’Indiana: il 38 per cento di loro sono neri, nella metà dei casi condannati a morte da giurie composte di soli bianchi. Al momento vige una moratoria sulle esecuzioni federali, proclamata dall’amministrazione Biden nel 2021.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 18 novembre 2024
È in corso in Turchia il processo a carico delle avvocate Betül Vangolü Kozagaçli e Seda Saraldi, in carcere dall’inizio di quest’anno. La loro vicenda giudiziaria dimostra il momento difficile che vive l’avvocatura turca, in modo particolare quella impegnata nella difesa dei diritti umani. Come in Russia, anche in Turchia molto spesso si assiste all’assimilazione dell’avvocato al proprio cliente, soprattutto, quando si parla di oppositori e dissidenti politici.
di Leonardo Arnau*
Il Dubbio, 18 novembre 2024
In Turchia almeno 553 avvocati sono stati condannati a un totale di 3.380 anni di carcere. Tenere accesi i riflettori sulle più gravi violazioni dei diritti umani nei diversi scenari internazionali. Un compito di per sé difficilissimo, reso quasi impossibile in questo periodo storico tenuto conto dell’aumentare dei conflitti armati, sia quelli tra stati nazionali, sia quelli, di più difficile lettura, che si svolgono all’interno di territori statali dove non vi è più un governo capace di garantire il controllo del territorio all’interno dei confini internazionali riconosciuti. Conflitti etnici, religiosi, spesso fomentati per garantirsi l’accaparramento di territori ricchi di rari quanto preziosi minerali. Tale situazione non può e non deve esimerci dal continuare a monitorare, moltiplicando gli sforzi, le situazioni di rischio che affrontano i colleghi che operano in stati dove sono calpestati i principi dello stato di diritto e del giusto processo, di cui reclamano comunque il pieno rispetto quando difendono oppositori politici, dissidenti, giornalisti, attivisti dei diritti umani, esponenti della società civile.
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 novembre 2024
La battaglia di Ebru Timtik è durata 238 giorni. Giorni in cui ha scelto di non mangiare, usando il suo corpo come arma contro la giustizia turca, che di diritti non vuol sentir parlare. È morta così, dopo esser stata arrestata insieme a altri 18 colleghi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili in Turchia. Il 14 agosto 2020, la Corte costituzionale turca aveva respinto la richiesta di rilascio a scopo precauzionale sia per lei sia per il collega Aytaç Ünsal (ora di nuovo in carcere), entrambi in sciopero della fame, nonostante le loro condizioni di salute fossero già molto critiche. Per la Corte, però, non c’erano “informazioni o reperti disponibili in merito all’emergere di un pericolo critico per la loro vita o la loro integrità morale e materiale con il rigetto della richiesta per il loro rilascio”. Ebru Timtik e Aytaç Ünsal avevano avviato lo sciopero della fame a febbraio 2020 e non sono stati rilasciati nonostante siano stati dichiarati non idonei alla reclusione dall’Istituto di medicina legale. Nemmeno una denuncia alla Corte costituzionale turca di Ankara ha avuto successo. I due avvocati, trasferiti sotto osservazione contro la loro volontà in diversi ospedali di Istanbul, avevano deciso così di trasformare lo sciopero in un “digiuno mortale” il 5 aprile - la “Giornata degli avvocati” in Turchia. Nel complesso dei procedimenti contro presunti membri del Dhkp-C, gli avvocati sono stati condannati a lunghe pene detentive in base alle leggi sul terrorismo, a causa delle dichiarazioni contraddittorie di un testimone chiave. Con la loro protesta, i due avvocati invocavano un processo equo. Timtik è la quarta vittima del processo Dhkp-C: Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, è morta il 3 aprile 2020. Si era rifiutata di mangiare per 288 giorni in segno di protesta contro l’imprigionamento di altri membri della band e il divieto di concerti per i Grup Yorum. Il 7 maggio, il bassista della band, Ibrahim Gökçek, è morto dopo uno sciopero della fame durato 323 giorni. In precedenza, il prigioniero politico Mustafa Koçak era morto il 24 aprile a causa di un digiuno di 296 giorni.
di Lorenzo Vita
Il Riformista, 18 novembre 2024
Controlli su abiti, acconciature, comportamenti in pubblico e utilizzo dei social. La Libia rimane un punto interrogativo. Per molti, qualcosa di più: un vero e proprio buco nero strategico. Dalla caduta di Muhammar Gheddafi, il paese nordafricano non si è mai riuscito a riprendere e a ricostituirsi davvero come un’entità unica e consolidata. La guerra civile, di fatto, non si è mai interrotta. Est e ovest - ovvero Cirenaica e Tripolitania - sono entità di fatto autonome e in competizione tra loro, anche con potenze esterne che le sponsorizzano pensando a un futuro della Libia completamente diverso l’uno dall’altro. Vere e proprie città-Stato rappresentano ormai centri di potere a sé stanti. E se la Cirenaica e parte del sud del paese sono sotto il pieno controllo del maresciallo Khalifa Haftar, a ovest, a Tripoli, il governo di unità nazionale (e l’unico riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale) vede un Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh che lotta per un ruolo unitario e per un processo elettorale in tutte le zone del paese.
Ristretti Orizzonti, 23 novembre 2024
Gentili tutti, il Terzo Festival della comunicazione sulle pene e sul carcere, che si è svolto l’11 ottobre a Opera, è stato un momento importante per ritrovarci, e tornare a parlare insieme dei temi che ci sono cari. Il passo successivo è l’organizzazione di una videoconferenza per rilanciare le nostre attività. Noi della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ci occupiamo da anni di informazione e comunicazione, in particolare con il Festival della comunicazione sulle pene e sul carcere, per questo riteniamo importante chiedervi di manifestarci il vostro interesse a partecipare a un incontro in ZOOM in data da stabilire per sviluppare i temi trattati a Opera con Luigi Ferrarella, anche in considerazione dell’uso delle tecnologie nelle carceri, che riteniamo vada rafforzato e promosso con determinazione. Fra gli altri obiettivi, anche quello di creare una rete che aiuti i tanti volontari interessati a dar vita a un’esperienza di informazione sulle pene e sul carcere a operare in un contesto sempre più difficile.
di David Allegranti
La Nazione, 17 novembre 2024
Al 31 ottobre scorso in Italia c’erano 62.110 detenuti nelle carceri italiane: una polveriera ingestibile. Pochi giorni prima che Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, si esaltasse per la nuova dotazione tecnologico-automobilistica per il trasporto dei detenuti in regime di 41 bis e di Alta sicurezza, il suo ministero aggiornava i dati sul numero di detenuti presenti all’interno delle carceri italiane. Al 31 ottobre 2024 c’erano 62.110 detenuti. “Era dal 2013, cioè dall’anno della Sentenza Torreggiani con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per i trattamenti inumani e degradanti generalizzati nelle carceri italiane, che non si registravano numeri così elevati”, afferma Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: “Solo nell’ultimo anno sono quasi 3.000 i detenuti in più presenti nelle carceri, laddove i posti disponibili conteggiati dal Ministero della Giustizia sono 51.196, mentre a metà ottobre sappiamo che tra questi 4.445 non lo erano realmente”.
Ristretti Orizzonti, 17 novembre 2024
“Ci indigna l’intima gioia per la sofferenza dei carcerati! Parole prive di umanità e dignità istituzionale”. Il Portavoce della conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale *Samuele Ciambriello*, che è il garante campano dei detenuti rende noto una indignazione degli stessi rispetto alle frasi, toni e ambientazioni del sottosegretario alla giustizia Delmastro, in contrasto con il dettato costituzionale e la dignità delle singole persone. Parole prive di umanità e di dignità istituzionale.
- L’iperblindato ferox del sottosegretario Delmastro
- Il buco nero dei “luoghi idonei alla detenzione”
- L’equilibrio tra i poteri. Chi scrive le norme in Italia?
- I magistrati al Governo: “Le competenze sui migranti non vanno stravolte”
- “L’aria è pesante”, l’affondo dei magistrati riuniti per la prima volta dal caso Albania











