di Federica Pennelli
Il Domani, 9 ottobre 2024
Il tempo che non passa mai, l’assenza di una visione nitida del proprio fine pena unita a tormenti e preoccupazioni su come ricominciare quando si uscirà. In un presente in cui le carceri italiane sono al centro di rivolte, nate dalla rabbia per le condizioni disumane di detenzione peggiorate dal sovraffollamento, e in cui i detenuti muoiono o scelgono di ammazzarsi, il tema del dopo resta al centro dei pensieri di molti. Le domande sono molte: Cosa farò quando uscirò? Dove vivrò? Come farò a trovare un lavoro se non ho soldi e un posto dove tornare?
di Giulio Cavalli
La Notizia, 9 ottobre 2024
Un Rapporto Onu denuncia abusi, razzismo e discriminazioni contro africani nelle carceri italiane. Il sistema penitenziario sotto la lente. Un nuovo rapporto dell’Onu conferma le discriminazioni nel sistema carcerario italiano, evidenziando una realtà che molti fingono di ignorare: il persistente razzismo sistemico contro gli africani e le persone di origine africana. Il documento, presentato al Consiglio per i diritti umani a Ginevra, è il risultato di un’indagine condotta da tre esperti indipendenti che hanno visitato l’Italia tra il 2 e il 10 maggio, toccando le città di Roma, Milano, Catania e Napoli.
di Benedetta Barone
Elle, 9 ottobre 2024
Il numero dei ragazzi reclusi è passato da 392 unità a più di 500 in un anno. Sale del 16,4% la capienza di minori all’interno delle carceri. È una delle tante stime fornite dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone. A partire dal decreto Caivano, introdotto nel settembre dello scorso anno dal governo in carica, il numero dei ragazzi reclusi è passato da 392 unità a più di 500. Doveva trattarsi di misure di contenimento del disagio giovanile che prevedevano, oltre a un piano d’investimenti di trenta milioni di euro, il contrasto alla dispersione scolastica, alle baby gang, all’uso di stupefacenti. Aumentando trasversalmente le pene.
di Andrea Oleandri*
Ristretti Orizzonti, 9 ottobre 2024
Gonnella (Antigone): “Dal suo insediamento il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha più volte parlato dell’importanza del lavoro in carcere per il reinserimento sociale delle persone detenute e per abbattere il tasso di recidiva, ma nella pratica si sta facendo l’esatto opposto, tagliando del 50% i fondi a disposizione per il pagamento delle persone detenute lavoranti in carcere. In una nota del Provveditorato Regionale del Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta si legge infatti come il fabbisogno rilevato per mantenere i tassi di occupazione fosse di 2 milioni di euro, mentre dal Ministero della Giustizia è stato erogato meno del 50% di questo fabbisogno. Per questo, il Prap, ha invitato le direzioni degli istituti a tagliare il numero di persone lavoranti o comunque di ridurre le ore di lavoro che le stesse svolgono. Questi tagli potranno colpire peraltro categorie specifiche di lavoratori: quelli che prestano assistenza ad altri detenuti disabili o non pienamente autosufficienti, o quelli a supporto dell’area pedagogica (bibliotecari e scrivani).
nuovogiornalenazionale.com, 9 ottobre 2024
Molti lettori ci chiedono il perché della non costruzione di nuove carceri. La domanda sembra banale, abbiamo così intervistati l’architetto Domenico Alessandro de Rossi, un importante esperto in materia, il quale ci ha subito risposto che: “Per realizzare un istituto penitenziario occorrono circa 20 anni. Punterei sullo svuotamento delle carceri di un 30% circa”, come pure “per l’edilizia penitenziaria, partirei dall’assunto che non servono più celle ma interventi di sistema”. L’architetto Domenico Alessandro de Rossi, peraltro presidente del Cesp (Centro Europeo Studi Penitenziari), parla con cognizione di causa stante il suo interesse pluridecennale riguardo le carceri e l’edilizia penitenziaria in generale. Peraltro, ha appena pubblicato la sua ultima fatica letteraria “Quando la pietra scolpisce la mente. Neuroscienze e Semiotica dell’architettura delle comunità confinate”, scritto a quattro mani con Alfredo De Risio, che svolge la professione di psicoterapeuta.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 9 ottobre 2024
Riaffiora il problema del metodo e di una cultura politica. La tendenza è a declinare il potere come diritto a decidere senza condizionamenti. C’è solo da sperare che la maggioranza capisca. Quando si tratta di istituzioni di garanzia come la Corte costituzionale, il metodo è sostanza. E il tentativo di imporre un porprio candidato senza coinvolgere le opposizioni può diventare un boomerang; e non solo quando non riesce, come ieri. Lo è anche quando tende a piegare a logiche di governo organi come la Consulta, legittimati dal fatto di essere percepiti come neutrali. Si può poi discutere sull’opportunità di scegliere di non partecipare alla votazione, come hanno fatto le opposizioni.
di Donatella Stasio
La Stampa, 9 ottobre 2024
Molti, tra opinionisti e politici di ogni colore politico, sono convinti che, nell’attuale partita per l’elezione del giudice costituzionale, non ci sia nulla di nuovo rispetto al passato. Giorgia Meloni starebbe facendo la stessa cosa dei suoi predecessori, scegliendosi e imponendo il “suo” candidato, senza “condividere” nulla con l’opposizione. Tanti sostengono, invece, che - sebbene la melina sia durata quasi un anno - la premier avrebbe dovuto aspettare dicembre (quando dalla Consulta usciranno anche Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti) per “spartire” più agevolmente i quattro nuovi giudici tra le forze politiche, anche di opposizione.
di Carlo Lamura
Il Roma, 9 ottobre 2024
Nulla è accaduto o è cambiato sostanzialmente dopo la “crisi Palamara”. È dalla inquietante e inverosimile vicenda del giudice Palamara, che ha avuto il “merito involontario” di scoperchiare un sistema tanto collaudato quanto illegittimo che governava e distribuiva gli incarichi apicali per i magistrati iscritti esclusivamente a talune correnti (politico-sindacali) dei giudici, che quel mondo esclusivo di alti funzionari dello Stato è sotto la lente di ingrandimento di osservatori politici, inquirenti e opinione pubblica, oltre al Consiglio Superiore della Magistratura, unico e competente Organo costituzionalmente deputato a gestire promozioni, trasferimenti e aspetti disciplinari per i magistrati.
di Antonio Mastrapasqua*
Il Riformista, 9 ottobre 2024
Il rispetto delle garanzie costituzionali è sacro quando bisogna difendere sé stessi o gli alleati, invece per colpire gli avversari si diventa forcaioli. Addio ai valori: dipende tutto dalla convenienza del momento. Giustizialisti o garantisti? Gli italiani sono abituati a dividersi in due partiti. Dai Guelfi e Ghibellini, fino ai Montecchi e Capuleti. Ma le distinzioni tra le parti stanno sfumando, o per lo meno diventano più osmotiche. Si transita un po’ di qua, un po’ di là. Per convenienza? Certamente non per scelta di “valore”. La cronaca ci aiuta a percorrere lo schieramento politico con questa cartina al tornasole, che dimostra quanto la differenza tra giustizialisti e garantisti stia diventando poco più di una convenzione, modificabile sempre.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 ottobre 2024
“Se non si vuole che il dibattito sull’ordinamento e sulla cd. “separazione delle carriere” si riduca ad uno sterile antagonismo, quasi di bandiera, e se davvero si vuole mettere al centro la questione del “servizio” reso ai cittadini da un lato e la tutela dei diritti individuali dall’altro, occorre allora una riflessione più a monte su cosa debba essere il pubblico ministero nel processo moderno e su cosa sia lecito attendersi da lui nell’attuale contesto” : così il vice presidente del Csm, Fabio Pinelli, nel suo intervento al congresso dell’Unione Camere Penali dal titolo “Separare e riformare - La forza delle nostre idee per una giustizia nuova”.
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