di Roberta Barbi
vaticannews.va, 10 ottobre 2024
Sono una ventina, compongono la sezione distaccata della casa di reclusione di Porto Azzurro, all’Elba, e sulla piccola isola che è parte del Parco naturale dell’arcipelago toscano si occupano dell’accoglienza dei turisti lavorando in diverse cooperative. Nell’estate 2024, la prima in cui il carcere Agrippa è stato riaperto per le visite guidate, registrato il record di oltre seimila presenze. In questo piccolo angolo di paradiso c’è un detto: “Quello che accade a Pianosa, rimane a Pianosa”. Da qualche anno, però, non è più così, perché se si ha avuto la fortuna di essere tra le 300 persone - gli accessi sono contingentati - che quotidianamente possono sbarcare su quest’isola, l’esperienza naturalistica, storico-culturale ma anche sociale vissute sono tali che è doveroso raccontarle. Soprattutto da quando ad accogliere i turisti all’albergo Milena o al bar-ristorante Brunello - gli unici presenti sull’isola - sono i detenuti della sezione distaccata della casa di reclusione di Porta Azzurro all’Elba che a Pianosa vivono e lavorano, unici abitanti assieme al personale della polizia penitenziaria, e unici esseri umani ad avere libertà di movimento.
Venezia. Il racconto di un’estate di servizio in carcere. Presenza che si fa speranza, alla Giudecca
di Paola Girelli
lavitadelpopolo.it, 10 ottobre 2024
Con un’amica che svolge il suo servizio nel carcere di Santa Bona a Treviso, si parlava della realtà carceraria, delle problematiche a essa legate e delle azioni di speranza possibili. Poi, durante una cena mi ha presentato una proposta: partecipare al progetto “Con i miei occhi. Cercatori di perle”, legato a un campo di servizio svolto da un gruppo di giovani con le suore di Maria Bambina di Venezia, che prevedeva la presenza di volontari nel carcere femminile della Giudecca per una settimana.
di Hakim Zejjari
Il Domani, 10 ottobre 2024
Oggi, 10 ottobre, esce al cinema “Iddu”, con Elio Germano e Toni Servillo: è la storia delle complicità nella latitanza di Matteo Messina Denaro, nel cui covo sono stati trovati libri di Baudelaire, Vargas Llosa e Dostoevskij. I registi: “Un boss con una vita borghese, in un mondo insensato, tragico e ridicolo, senza nessuna salvezza possibile”. “La malvagità serve al mondo intero” canta Colapesce sui titoli di coda di “Iddu”, terzo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Uno spiazzante ritornello dolceamaro che chiarisce le ragioni dell’incredibile latitanza durata tre decenni di Matteo Messina Denaro, l’ultimo padrino d’Italia. Come affrontare un episodio così insensato della storia italiana se non attraverso l’arma del grottesco? Una scommessa vinta per i due autori siciliani che insieme a due fuoriclasse come Elio Germano e Toni Servillo giocano con i generi cinematografici sulla scivolosa corda del tragicomico. Sarà per questo che il film, in sala dal 10 ottobre, non ha ricevuto finanziamenti pubblici?
di Marco Birolini
Avvenire, 10 ottobre 2024
Viaggio nel disagio giovanile del Nord: a Torino i salesiani riaprono la porta a chi accetta di rispettare le regole. In Veneto le baby gang incontrano le loro vittime. “A inizio settembre qui davanti c’è stata una rissa furibonda tra adolescenti, con pugni violentissimi. Lì per lì abbiamo chiamato i carabinieri, poi abbiamo scelto come sempre la via del dialogo”. Don Stefano Mondin è il direttore della Casa salesiana Michele Rua, un fortino della solidarietà piantata nel mezzo di Barriera di Milano, uno dei quartieri più problematici di Torino. Di fronte al disagio giovanile che lo circonda, il sacerdote sceglie la via più semplice e pragmatica: incontra e ascolta. Poi riapre la porta, purché si accetti di ammettere gli errori e rigare dritto. “Alla rissa hanno preso parte alcuni ragazzi che frequentano il nostro oratorio, tra i 14 e i 17 anni, quasi tutti italiani. Sono stati i primi a rendersi conto che avevano esagerato e perciò in seguito sono venuti a scusarsi. Li abbiamo riammessi, ma prima c’è stato un confronto molto franco su quanto era accaduto”.
di Vera Cuzzocrea
Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2024
Il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale della salute mentale: l’obiettivo è aumentare la consapevolezza, a fronte di un peggioramento del malessere. A lungo considerata solo marginalmente nelle iniziative di salute globale, in alcuni Paesi la maggior parte della popolazione affetta da disturbi psichici non riceve alcun tipo di trattamento, in altri non ne riceve a sufficienza e le richieste di aiuto superano la disponibilità delle risorse. La pandemia ha rimesso al centro l’interesse delle politiche pubbliche il tema della salute mentale, anche a fronte dell’esplosione delle traiettorie di disagio, in particolare tra adolescenti, che famiglie e territori spesso non sono in grado di gestire. Soprattutto senza un’adeguata e tempestiva rete di supporto a livello sociale, sanitario e scolastico. La maggiore fruibilità, economica e logistica, ha poi attratto l’utenza verso occasioni di supporto in rete che hanno intercettato un bisogno specifico di ascolto, complice forse anche un atteggiamento meno stigmatizzante verso la stessa professione psicologica.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 10 ottobre 2024
Luzi, comandante generale dei Carabinieri: “La norma del 1992 è obsoleta”. Una legge sulla cittadinanza “non più aderente al cambiamento che c’è stato” e, dunque, da ripensare ex novo nel senso dell’integrazione. Periferie dove non basta la risposta securitaria, “perché servono scuole, decoro urbano, qualità di vita dei quartieri”. Un Paese stressato da Covid e guerre, “due macigni”. Arrivato alla guida dei carabinieri a metà gennaio 2021, Teo Luzi è prossimo al passo d’addio (andrà via a novembre). E lascia con la stessa attenzione al sociale che l’ha accompagnato in quasi quattro anni da comandante generale dell’Arma.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2024
L’alternativa per il Governo? Violare la legge. La sorte del protocollo siglato tra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama si complica ancora, stavolta al limite del paradosso. Come il Fatto ha spiegato in dettaglio, l’ennesimo grattacapo è arrivato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue), che ha di fatto cancellato il presupposto per rinchiudere i richiedenti nei centri italiani in Albania, tanto che gli unici africani a poterci finire sarebbero i pochissimi capoverdiani che fanno domanda d’asilo in Italia. A far loro compagnia, se solo attraversassero il Mediterraneo, quelli provenienti dai Balcani, albanesi compresi. Per essere destinati all’esame accelerato delle domande d’asilo e rischiare quindi di finire nei centri in Albania, bisogna infatti provenire da uno dei Paesi che l’Italia considera sicuri. Ma il diritto Ue, hanno chiarito i giudici di Lussemburgo, non ammette eccezioni per aree territoriali o categorie di persone a rischio: un Paese non sicuro per qualcuno non lo è per nessuno. Così, dei 22 Paesi che l’Italia considera “sicuri”, al fine dell’esame accelerato nei centri albanesi ne rimangono solo sette, ma nessuno utile alla causa del governo. Il rischio è che le strutture rimangano vuote. Peggio, che i soldi dei contribuenti italiani siano stati spesi a vuoto.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 10 ottobre 2024
Julian Assange è stato finalmente liberato dal carcere inglese ove era detenuto da oltre cinque anni. Tanta è stata l’attesa - in carcere - per la definitiva decisione sulla richiesta del governo americano di estradarlo negli Stati Uniti. Il governo britannico era pronto a soddisfare la richiesta, mentre i vari giudici che si sono susseguiti avevano dato risposte diversificate e non definitive. Alla fine Assange ha patteggiato con il governo degli Stati Uniti, ammettendo ciò che era evidente (aver ricevuto documenti dichiarati segreti) e concordando una pena corrispondente a quanto già trascorso in carcere. Egli così è ora libero ed è stato invitato ed ascoltato dal Consiglio d’Europa. Il Consiglio ha poi approvato una importante Risoluzione (n. 2571(2024), con 88 favorevoli, 13 contrari e 20 astenuti), che tratta della libertà di informazione e la protezione della attività dei giornalisti che la forniscono al pubblico. Essi agiscono come “cani da guardia della democrazia”, essendo evidente che l’opinione pubblica si forma solo se informata su tutto ciò che ha rilievo per il dibattito pubblico.
di Antonella Mariani
Avvenire, 10 ottobre 2024
Dallo scorso luglio i portoni delle prigioni della Bielorussia si sono spalancati per 131 prigionieri politici, a gruppi di circa 30, per quattro volte. L’ultima il 16 settembre. Tatsiana Khomich ha sperato che nella roulette del presidente Lukashenko fosse finalmente stata inclusa anche la sorella. Purtroppo così non è stato. Maria Kalesnikava langue dietro le sbarre da 4 anni ed è diventata suo malgrado uno dei simboli dell’opposizione al regime autoritario bielorusso. Maria ha 42 anni, è stata prelevata nel 2020 da agenti mascherati durante una protesta di piazza a Minsk contro la falsificazione delle elezioni presidenziali: caricata su un van, portata al confine con l’Ucraina e minacciata di morte se si fosse rifiutata di attraversarlo. Insomma, la volevano fuori. Lei si è opposta all’esilio, ha stracciato il passaporto e ha affrontato il processo, dove, chiusa in una gabbia, ha sfidato la giuria ballando e ridendo e facendo il gesto per il quale è conosciuta in tutto il mondo: formando con le mani la sagoma del cuore. La condanna per Maria, musicista e direttrice d’orchestra, da molti anni residente in Germania ma appassionata di politica tanto da tornare in patria per supportare l’opposizione alle presidenziali del 2020, poi vinte da Lukashenko con elezioni truccate, è stata durissima: 11 anni di carcere per una serie di capi d’accusa tra cui la cospirazione. Capelli cortissimi platinati, labbra accese di rosso, occhi chiari, Maria è una donna coraggiosa, destinataria di numerosi riconoscimenti internazionali per il suo impegno per la libertà e i diritti nel suo Paese, compreso il Premio Sakharov del Parlamento Europeo per la libertà di pensiero nel 2020. Oggi però nessuno sa com’è il suo aspetto, perché le ultime notizie dirette risalgono al febbraio 2022, quando la famiglia ha ricevuto una lettera, mentre le buste indirizzate a lei dai familiari e dai sostenitori di tutto il mondo vengono fatte a pezzi davanti ai suoi occhi. Dal 2022 è alloggiata nella colonia penale di Homel, nel sud-est della Bielorussia, dove non le permettono di avere alcun contatto con i familiari. La sorella Tatsiana però ha saputo che Maria, chiamata anche Masha, sta deperendo in maniera preoccupante: il suo peso è sceso a 45 chili, troppo poco per una donna alta 1 metro e 75 centimetri, e ha un’ulcera allo stomaco, il che fa pensare che il suo organismo non tolleri il cibo ricevuto in prigione. Da informazioni racimolate da varie fonti, comprese compagne di prigionia, la famiglia ha saputo che Maria è chiusa in una cella minuscola, con un buco sul pavimento come “toilette”. “Penso che sia un momento critico - ha detto a metà settembre Tatsiana in una intervista all’agenzia Reuters da una località estera - perché nessuno può resistere a lungo in queste condizioni. Maria viene torturata psicologicamente ma anche fisicamente”. In un video appello, Tatsiana ha detto che non c’è “molto tempo per salvare Maria”. Nelle carceri bielorusse languono ancora oltre 1.200 prigionieri che le organizzazioni per i diritti umani qualificano come politici. Naturalmente il presidente Lukashenko nega che si tratti di dissidenti ridotti al silenzio. Tra le figure più note, oltre a Maria Kalesnikava, c’è il Premio Nobel per la pace 2022 Ales Bialiatski. Tutti coloro che sono stati rilasciati finora hanno dovuto presentare una richiesta di grazia. Maria scenderebbe mai a patti? “Non ne sono sicura - risponde Tatsiana - ma spero che se le fosse data questa opportunità, ne approfitti”. Tatsiana è molto diversa da Maria: capelli neri ricci, occhi scuri, oggi è la coordinatrice di un Comitato di rappresentanza dei prigionieri politici bielorussi; gira l’Europa per dare voce a chi non può fare udire la propria e per sensibilizzare sulle violazioni dei diritti umani nel suo Paese, alleato della Russia di Putin. Per fare sentire Maria meno sola, la sorella ha lanciato una campagna di scrittura di lettere. In attesa che le porte della prigione si aprano anche per lei.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 9 ottobre 2024
Detenuto si toglie la vita a Vigevano. Cresce il sovraffollamento. I casi di San Vittore, con metà reclusi affetti da disturbi psichici e degli istituti della Calabria, con il plexiglas sulle sbarre. Ancora un suicidio in carcere: è il 75esimo dall’inizio dell’anno. Si tratta di un detenuto di circa 40 anni di origini magrebine, con un residuo di pena di pochi mesi, che si è tolto la vita ieri sera impiccandosi nella sua cella nella Casa di reclusione di Vigevano, in provincia di Pavia. L’istituto, nonostante nuove attività lavorative interne organizzate per i reclusi lamenta un pesante sovraffollamento: su 218 posti disponibili c’è una presenza di 142 persone ristrette in più. E il numero degli agenti di polizia penitenziaria è fortemente sotto organico: ne mancherebbero 75, secondo il segretario generale della Uilpa di settore, Gennarino De Fazio, che denuncia anche la condizione di estremo disagio della categoria che ha portato al suicidio di 7 addetti alla sicurezza nei 192 istituti di pena italiani.
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