di Ermes Antonucci
Il Foglio, 4 novembre 2024
Nell’indagine milanese in 14 casi l’accesso abusivo alle banche dati protette viene contestato a “pubblici ufficiali non identificati”. Un fatto tecnicamente impossibile: ogni accesso è tracciato ed è facile risalire agli autori. Cosa c’è dietro? Lo scandalo spionaggio emerso dall’inchiesta milanese sulla società Equalize non è solo uno scandalo di controlli mancati all’interno delle forze dell’ordine da parte di chi aveva il dovere di controllare, come abbiamo raccontato in questi giorni. Leggendo con attenzione l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale di Milano emerge un altro dettaglio piuttosto singolare e finora ignorato: su 145 capi di imputazione, in 14 casi il reato di accesso abusivo a sistema informatico viene contestato agli indagati in concorso con “un pubblico ufficiale non identificato” che “materialmente”, violando la legge, si è introdotto abusivamente “in un sistema informatico protetto da misure di sicurezza”, sia esso lo Sdi, Serpico (Agenzia delle entrate) o Siva (operazioni bancarie sospette). Come abbiamo già spiegato, grazie anche alla testimonianza di un colonnello dei Carabinieri, però, ogni accesso a queste banche dati è puntualmente tracciato. Gli agenti possono accedere solo con le credenziali personali e vengono quindi immediatamente identificati. Che un agente infedele risulti “non identificato” è dunque tecnicamente impossibile.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 4 novembre 2024
L’inchiesta sui dossieraggi della Procura di Milano rappresenta il pericoloso tentativo di condizionare non solo la politica, ma anche l’economia. “Credo che quanto emerso - sostiene il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato all’Università degli Studi di Salerno faccia sorgere più di un dubbio rispetto all’esistenza di un disegno preciso. La divisione politica, poi, tra maggioranza e opposizione è ancora più inquietante. D’altra parte questo è lo stesso tema per cui, in particolar modo a sinistra, bisognerebbe rendersi conto che la battaglia per un ripristino della separazione dei poteri e per un giornalismo corretto, non invasivo, ma non per questo sottomesso, non è di destra. Non è una battaglia solo di una parte politica, ma è una battaglia direi comune, istituzionale. Anzi, secondo me, dovrebbe essere un tema privilegiato a sinistra più che a destra”.
di Riccardo Arena
La Stampa, 4 novembre 2024
Profumo di libertà per i mafiosi sepolti da ergastoli o condannati a pene pesanti: per poche ore o per pochi mesi, grazie a permessi premio concessi a detenuti-modello; o in attesa di una sentenza definitiva che non arriva a distanza di anni dagli arresti. Sono poco meno di una ventina i boss tornati in Sicilia o comunque usciti in permesso o in semilibertà. Numero che ricomprende anche coloro che sono fuori per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Segno che la magistratura di sorveglianza crede alla volontà di riscatto di gente ormai anziana, fra i 70 e gli 80 anni, come Raffaele Galatolo, boss dell’Acquasanta e stragista del 1992, del capomafia di Santa Maria di Gesù Ignazio Pullarà, di Paolo Alfano, killer di corso dei Mille, detto Petru Zappuni per via degli incisivi pronunciati, tutti beneficiari di permessi premio, mentre Giovanni Formoso, che è all’ergastolo anche per la strage di via Palestro, a Milano, ha ottenuto la semilibertà: di giorno lavora in una istituzione religiosa di Scampia, la sera rientra nel carcere di Secondigliano.
trapanisi.it, 4 novembre 2024
Chiesti interventi urgenti per migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Il Codacons lancia un appello al Ministero della Giustizia e alle altre Autorità competenti per affrontare con urgenza la situazione di sovraffollamento nelle carceri siciliane. I dati del 2024 indicano che la capienza delle strutture penitenziarie nell’Isola è ampiamente superata, con conseguenze gravi per la dignità e la salute psicofisica dei detenuti. “Il carcere - sottolinea il segretario nazionale Francesco Tanasi - deve rappresentare un luogo dove chi ha sbagliato possa espiare la propria pena, ma sempre nel rispetto dei diritti umani fondamentali. La pena, già di per sé afflittiva, non deve trasformarsi in una condizione disumana e degradante. Dobbiamo garantire a tutti i detenuti condizioni di vita dignitose, perché solo così possiamo evitare di alimentare il circolo vizioso della recidiva e dare loro una reale opportunità di reinserimento sociale”.
di Biagio Salvati
Il Mattino, 4 novembre 2024
L’uomo si stava disintossicando ma era rientrato in carcere dopo una condanna di cumulo di pene (10 anni). ha usato lenzuola come corda. Ancora un dramma della solitudine nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere dove tra la festività di Ognissanti e il giorno dedicato ai defunti, un detenuto di 53 anni ha deciso di togliersi la vita. Vincenzo Bellafesta, di Caserta, era tornato in carcere dopo un lungo periodo di libertà a seguito del cosiddetto “cumulo di pena” per un totale di dieci anni di reclusione: sedici episodi legati a reati come piccoli furti e ricettazione commessi nel corso di diversi anni. Bellafesta, sposato e con figli, negli ultimi tempi aveva rifiutato i colloqui con i familiari e stava uscendo da un periodo di tossicodipendenza.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 4 novembre 2024
Armando: “Fuori mi piaceva un’altra farina”. Ora fa pane e dolci. E anche gli ergastolani al carcere duro studiano per la laurea. Per anni è stato sulle pagine dei giornali, accusato e condannato per un delitto che nega di avere commesso. È il primo volto umano che appare, dentro la prima cinta del carcere di Opera. Appesantito, i capelli ormai bianchi. È piegato in giardino su un arbusto di rosa, che cerca in qualche modo di tenere in vita. “Ecco, io sono come questa roba qui. Si sta chiusi qua dentro, si invecchia, i giorni non hanno senso”.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 4 novembre 2024
All’evento in Senato “Oltre il carcere: misure di comunità per una giustizia educativa” la testimonianza della Comunità Giovanni XXIII che da 20 anni sperimenta le Cec - comunità educanti con i carcerati - in cui sono state accolte e restituite alla vita oltre quattromila persone. C’è la storia di Giulianone - in tutto 27 anni di pena - che la sera stessa della sua uscita dal carcere dopo la prima condanna a 7 anni è tornato immediatamente a delinquere; poi c’è Paolo che parla della rabbia che monta in cella e che una volta fuori fa da molla per affrontare un delitto ancora più grande; e c’è Gianluca arrivato alla devianza per una violenza che lo ha segnato per tutta la vita. Sono solo alcune delle testimonianze che possono portare gli operatori della Comunità Giovanni XXIII, tra i promotori dell’evento “Oltre il carcere: misure di comunità per una giustizia educativa”, al quale hanno dato un apporto originale e significativo, vista l’esperienza delle Cec - le comunità educanti con i carcerati - che sperimentano da 20 anni: “Il carcere non è una risposta adeguata per molti di quelli che vi sono rinchiusi - dichiara ai media vaticani Giorgio Pieri, responsabile del progetto Cec - la comunità, invece, ha come caratteristica fondante l’obbligo di donarsi agli altri ed è un luogo di cura”.
venetonews.it, 4 novembre 2024
Il progetto “Kutub Hurra/Un ponte per” è indirizzato ai detenuti arabofoni. Si tratta di un’attività già sperimentata da un anno nella Casa di reclusione di Padova oltre che in altre carceri italiane e promossa a Padova dalla Biblioteca, dalle cooperative AltraCittà e Orizzonti e dal Garante dei detenuti, in stretto rapporto con l’associazione “Un ponte per”, che si occupa di programmi di cooperazione e solidarietà internazionale, e l’”Association Lina Ben Mhenni”, con sede in Tunisia, che rifornirà gratuitamente la biblioteca della Casa Circondariale di Padova di libri di autori e autrici arabofoni, scritti nella lingua madre. Sono molteplici gli obiettivi del progetto: dal promuovere una maggior inclusione della popolazione arabofona, ad incrementare la lettura anche fra gli stranieri detenuti, dall’abbattere muri ideologici promuovendo il confronto interculturale, a diffondere la letteratura laica araba e occidentale per contribuire alla prevenzione della diffusione in carcere e fuori del radicalismo islamista.
di Gilberto Bazoli
laprovinciacr.it, 4 novembre 2024
Lo speciale concerto per i detenuti di un trio d’archi d’eccezione. Il progetto di Agon Ensemble, le emozioni di Moruzzi, Shek e Costanzo. Il sabato sera davanti al pubblico incantato del Museo del Violino. Il mattino dopo tra i detenuti meravigliati di Ca’ del Ferro. Con la stessa passione, la stessa maestria, la stessa voglia di regalare bellezza. “Quello nella Casa circondariale è stato un momento emozionante per noi che crediamo nel valore sociale della musica. Speriamo di ripetere questa esperienza in altri luoghi come le scuole, le case di riposo e gli ospedali”. Protagonista di questa domenica speciale dietro le sbarre un trio d’archi d’eccezione formato dal violoncellista cremonese Marco Mauro Moruzzi e dalle violiniste Gabrielle Shek, di origini cino-giapponesi e nata a Los Angeles, e Lucrezia Costanzo, catanese. Fanno parte di Agon Ensemble, che riunisce talentuosi artisti sparsi in giro per l’Europa proponendo ed esplorando sia il repertorio classico sia quello contemporaneo.
di Giovanni Bogani
luce.lanazione.it, 4 novembre 2024
“Qui è altrove” è un film di Gianfranco Pannone che racconta laboratori teatrali con i detenuti: “Aniello Arena e altri hanno fornito prove magnifiche sul palco, provenendo dal mondo dietro le sbarre”. Il teatro ti può fare uscire da una prigione mentale. Ti permette di affrontare paure, complessi, fantasmi. Ti fa uscire dai labirinti della solitudine. Ti fa capire che altri vivono i tuoi sogni e i tuoi timori. Il teatro - la pratica del teatro - può anche farti uscire da una prigione reale. O almeno, può rendere meno opprimenti le pareti di un carcere. Può contrastare l’effetto più silenzioso e devastante che il carcere produce: spegnere la vitalità, la creatività, la speranza. Armando Punzo da 35 anni cura laboratori teatrali con i detenuti del carcere di Volterra.
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