di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 6 novembre 2024
Per oltre un anno il fotografo milanese Alessandro Didoni ha fotografato i volti dei “fantasmi di Rogoredo”. “Volevo mostrare i volti di persone che nessuno aveva mai mostrato”. Adesso i fantasmi di Rogoredo hanno un volto. Laggiù, dentro quel bosco che ti risucchia, i tossici non sono soltanto tossici. Sono persone. Con una loro storia, coi loro sguardi, i loro volti. Occhi che esprimono umanità. E sofferenza. Alessandro Didoni, fotografo milanese esperto in ritratti, si è avvicinato a quel bosco per fotografarli. E farci un libro. Ha costruito un set, con le luci, con il fondale. “Volevo mostrare i volti di persone che nessuno aveva mai mostrato, nonostante Rogoredo sia stato spesso al centro delle cronache”. Non avrebbe mai pensato, all’inizio, che in tanti si sarebbero lasciati fotografare. E invece così è stato. “Quando spiego che voglio fare un libro di ritratti che racconti Rogoredo da un punto di vista umano, e quindi focalizzato sulla persona e non sul consumo e lo spaccio di droga, molti accettano di farsi fotografare. L’idea di farsi fare un ritratto professionale, che poi andrà a far parte di un libro, probabilmente li fa sentire in qualche modo valorizzati. Una volta un ragazzo si è commosso e mi ha detto che in quella foto ha visto ciò che ancora c’è di buono in lui”.
di Alessandra Farro
Il Mattino, 6 novembre 2024
Presentato sabato 9 novembre al cinema Moderno The Space alle 17 ad ingresso gratuito. La luce di un faro squarcia l’oscurità della notte, svegliando un marinaio ed illuminando una vela, un orizzonte, una nuova rotta, un futuro possibile: “Ofarja” è il corto animato realizzato da otto giovani detenuti della casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano con carboncino e gesso bianco su una lavagna in ardesia, tra i lavori del progetto LievitAzione in collaborazione con Art33, Cultural Hub di Napoli Est. Il corto, selezionato al MedFilm Festival di Roma nella sezione “Voci dal Carcere”, sarà presentato sabato 9 novembre al cinema Moderno The Space alle 17 ad ingresso gratuito.
di Francesco Riccardi
Avvenire, 6 novembre 2024
Si discute sempre dell’immigrazione e non ci si accorge della massa di italiani che si trasferiscono all’estero. Forse adesso che le cifre sono più che tonde, anche il quadro complessivo risulterà più chiaro. E con esso la necessità di focalizzare meglio la nostra attenzione, rivedere alcune priorità e riorientare parte delle politiche. Perché i numeri parlano da soli: nel nostro Paese risiedono 5,3 milioni di stranieri, mentre 6,1 milioni di italiani vivono all’estero. E se dal 2020 a oggi i residenti in Italia sono calati complessivamente di 652mila persone, nello stesso periodo sono aumentati dell’11,8% i nostri connazionali che preferiscono stare in un’altra nazione. Il Rapporto Migrantes sugli italiani all’estero, presentato ieri, offre uno spaccato del nostro Paese su cui riflettere. Subito, di primo acchito, balza agli occhi la sproporzione tra l’attenzione - tanto mediatica quanto politica - che viene riservata all’immigrazione rispetto a quella che andrebbe assicurata all’emigrazione.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 6 novembre 2024
Nel novembre di 80 anni fa nel penitenziario di Ushuaia, in fondo all’estremità meridionale dell’Argentina, un gruppo di detenuti pazzi di rabbia massacrò a calci e pugni, con le guardie girate dall’altra parte, Gaetano Godino, reo d’aver ammazzato un gattino che i carcerati avevano adottato. Era in galera da trent’anni ed era famoso, col nomignolo di Petiso Orejudo (nano con le orecchie a sventola) come il più orrendo criminale della Pampa. Ancora oggi il suo nome è sinonimo, perfino in qualche dizionario argentino, di depravazione, ferocia, assenza di ogni rimorso. Era il nono figlio d’una coppia di calabresi finiti a Buenos Aires nella speranza di far fortuna.
di Angela Nocioni
L’Unità, 6 novembre 2024
Due ordinanze di giudici di pace hanno sollevato alla Corte costituzionale la questione della detenzione nei centri per il rimpatrio. Era ora! Finalmente la Consulta dovrà rispondere alla domanda: la detenzione nei Centri per rimpatrio (Cpr) è in contrasto con la Costituzione italiana? A chiedere se l’esistenza stessa dei Cpr violi o no i principi costituzionali sono due diverse ordinanze emesse dall’Ufficio del Giudice di Pace di Roma il 17 ottobre. In due udienze per la convalida di trattenimento di due persone nel Cpr, una disposta dal questore di Perugia e l’altra dal questore di Ascoli Piceno, il giudice ha ritenuto di dover rivolgersi alla Corte per sollevare la questione di legittimità costituzionale. Quelli nei Cpr vengono chiamati trattenimenti amministrativi, ma sono privazioni della libertà personale di esseri umani rinchiusi in gabbie con sbarre da cui non possono uscire, sono quindi a tutti gli effetti detenute.
di Giacomo Guarini
Il Manifesto, 6 novembre 2024
Il corteo in città. Un guineano ingerisce 11 pile: assistito solo il giorno dopo, è morto. In ogni container dieci persone, ce ne dovrebbero essere quattro. Due ore e mezza in cammino dal quartier generale del comando scuole dell’aeronautica militare, nei pressi dell’aeroporto di Bari Palese, fino alla sede della prefettura in piazza Libertà, nel centro cittadino. Centinaia di migranti, “ospiti” del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Bari, si sono riversati sulle strade del capoluogo pugliese all’indomani della morte di un ragazzo guineano di 33 anni, utente della stessa struttura. L’uomo, morto per arresto cardiaco dopo aver ingerito 11 batterie stilo, sarebbe stato trasportato all’ospedale San Paolo di Bari (dove è avvenuto il decesso) solo all’indomani del tentativo di suicidio. Una morte che, secondo gli altri ospiti del centro, poteva essere evitata se ci fosse stata più solerzia nel primo intervento. L’assistenza sanitaria e le cure ricevute, infatti, si sarebbero limitate alla somministrazione di una semplice compressa.
di Angela Gennaro
Il Domani, 6 novembre 2024
Costati milioni di euro. Quello di Modica è rimasto vuoto per mesi. E arrivati i primi ospiti i giudici non hanno convalidato il loro “fermo”. Un centro per i rimpatri in ogni regione. Il “sogno” dura almeno dal 2017, ma nessun governo di nessun colore è ancora riuscito a coronarlo. Per aumentare però la capienza dei posti per le persone che dovrebbero essere riportate “a casa loro”, il governo guidato da Giorgia Meloni punta su quello che il suo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, chiama trattenimento “leggero”. Leggero “perché senza filo spinato”, ha spiegato parlando dei centri in Albania di Shengjin e Gjader. Al suo posto sbarre e gabbie alte anche 8 metri, nei siti albanesi come dei Cpr italiani, a rinchiudere persone che non hanno compiuto reato. Costa alle casse dello Stato in media quasi 100 milioni di euro all’anno (più del doppio, con l’Albania), ed è la detenzione amministrativa. “Come essere privati della libertà a fronte di una multa”, chiosa Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 6 novembre 2024
Il Governo costretto a una battaglia di diritto sempre più complessa dopo la bocciatura del protocollo. Due giorni fa, quando i cronisti le hanno chiesto lumi sullo stato del progetto Albania, Giorgia Meloni è sbottata: “Ancora con l’Albania? Ma siete fissati”. Una così scomposta reazione, a proposito di quello che fino a un paio di settimane fa era il fiore all’occhiello del governo italiano soprattutto all’estero, è eloquente. Lo è anche di più il clamoroso sgarbo ai danni del capo dello Stato di cui la premier si è resa responsabile invitando a palazzo Chigi il vicepresidente del Csm Pinelli senza peritarsi di avvertire prima il Capo dello Stato, che è anche presidente del Csm. Un simile errore, compiuto da un leader politica intelligente e attenta, indica a propria volta quanto la premier inizia a sentirsi esasperata. Ieri, con sensibile ritardo, fonti del Csm hanno assicurato che in realtà il Quirinale era stato avvertito, ma nel complesso l’intera vicenda sembra essere stata gestita con una goffagine senza precedenti. Non che non la si possa capire. Il protocollo con l’Albania è già sommerso sotto una montagna di carte bollate. Da smagliante strategia innovativa che l’intera Europa avrebbe dovuto far propria, assicurando così alla sua ideatrice una postazione eminente, l’accordo è derubricato a lite di condominio, una di quelle vicende estenuanti che si trascinano da un tribunale all’altro.
di Riccardo Magi
Il Manifesto, 6 novembre 2024
Vedere con i propri occhi il frutto della spregiudicata operazione di propaganda che il Governo Meloni sta mettendo in atto in Albania, con la connivenza di Edi Rama, non curandosi del diritto dell’Unione europea e senza rispetto per le storie e le sofferenze delle persone destinate ad essere deportate in quei centri, aiuta a comprendere la drammaticità della situazione in cui versa il nostro Paese. Aiuta a non essere miopi davanti alla spregiudicatezza di cui la Presidente del Consiglio è capace, innanzi ad una tra le più grandi (e costose) iniziative mediatiche ed elettoralistiche della storia repubblicana.
di Andrea Bajani
La Stampa, 6 novembre 2024
Quando si trattò di cominciare a pensare al nome di nostro figlio, molti americani ci misero in guardia dal selezionare alcuni nomi italiani. Ci eravamo appena trasferiti, e quello era il gioco di due che preparavano un nome per un bambino che sarebbe cresciuto tra il Texas e l’Italia. E però i nomi non sono innocenti. E se Guido mi venne alla mente, nel gioco, abbinato a uno dei miei amici più cari, cadde subito. Guido era il nome, mi dissero, del più trito degli stereotipi degli italo-americani. Mario, Guido, Tony gli italiani di prima emigrazione, che cercavano fortuna. I vilipesi, discriminati. Quelli, pare, che votano Trump.
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