di Enrico Spaccini
fanpage.it, 5 luglio 2024
Si chiamava Yousef Hamga, il ragazzo di origine egiziana deceduto il 4 luglio al San Matteo. Lo scorso venerdì 28 giugno si trovava nella sezione ottava della casa circondariale di Torre del Gallo quando ha usato un lenzuolo nel tentativo di togliersi la vita. Nonostante l’area del carcere sia una delle più sorvegliate, il 19enne sarebbe stato notato solo da un agente della penitenziaria che stava facendo un giro di controllo. Pare che Hamga avesse manifestato ormai da tempo sintomi di disagio psicologico, ma non è ancora chiaro se stesse o meno seguendo una terapia. Lanciato l’allarme, il personale medico della casa circondariale lo ha soccorso, trovandolo in condizioni disperate. Trasportato d’urgenza al Policlinico San Matteo di Pavia, Hamga è rimasto ricoverato nel reparto di Rianimazione per alcuni giorni, fino al decesso.
di Andrea Aversa
L’Unità, 5 luglio 2024
Condizioni disumane e degradanti, strutture fatiscenti, diritto alla salute non garantito, una magistratura di sorveglianza poco presente e la mancanza di risorse: la testimonianza e la denuncia di un essere umano lasciato marcire dietro le sbarre (e non è il solo, come lui ce ne sono migliaia). Trasferito nel carcere di Bari a causa delle sue patologie, Antonio ha scritto una lettera alla moglie Elisabetta, inviata alla nostra redazione grazie all’associazione Sbarre di Zucchero. Quattro pagine scritte in stampatello, parole chiare e nette che hanno testimoniato l’inferno al quale il detenuto e i suoi compagni sono stati condannati. Perché nel penitenziario pugliese il diritto alla salute che dovrebbe essere garantito per Costituzione, è latitante.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 5 luglio 2024
Serata drammatica nel Centro di permanenza per il rimpatrio sulla via Portuense. Il giovane extracomunitario salvato dal personale di vigilanza. Poi le proteste di alcune decine di persone e l’intervento delle forze dell’ordine. Un detenuto tenta il suicidio nel Cpr di Ponte Galeria e gli altri extracomunitari organizzano una protesta nel Centro di permanenza per il rimpatrio incendiando materassi nelle camerate. Una serata di tensione in via Portuense con l’intervento di poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa che hanno anche lanciato lacrimogeni per interrompere le proteste, che stavano provocando danni alle strutture.
di Paolo Morelli
Corriere della Sera, 5 luglio 2024
A Filo Libero è il logo dei prodotti fatti in carcere con il riciclo. Si possono unire la dimensione di sostenibilità ambientale con le iniziative di carattere sociale? Naturalmente sì. Questa volta, a rispondere, è Lavinia Vicenzi, torinese, che gestisce il laboratorio Lavgon in via Galliari con il quale ha da poco avviato una raccolta di jeans usati. I vestiti saranno riconvertiti in nuovi oggetti grazie al lavoro della sartoria sociale creata all’interno della Casa Circondariale di Pavia. Il progetto si chiama A Filo Libero e nasce per lavorare sull’upcycling, il riutilizzo di materiali ancora sani all’interno del mondo produttivo, che invece li vorrebbe trasformare in rifiuti.
La Repubblica, 5 luglio 2024
La denuncia di Amnesty International: la legislazione e la prassi italiana non sono in linea con gli obblighi internazionali e violano i diritti di asilo e di accesso alla giustizia. In Italia i migranti e i richiedenti asilo vengono illegalmente privati della libertà in Centri di detenzione che non rispettano gli standard internazionali. La detenzione dovrebbe essere eccezionale e costituire una misura di ultima istanza, sottolinea l’organizzazione. Tuttavia nei centri italiani sono trattenute persone con gravi problemi di salute mentale; persone che vorrebbero fare richiesta di asilo a causa dell’orientamento sessuale o dell’attivismo politico ma provenienti da Paesi che il governo ha arbitrariamente designato come “sicuri”; persone in fuga dalla violenza di genere o dallo sfruttamento lavorativo.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 5 luglio 2024
Tredici minori stranieri non accompagnati a scuola dal maestro pizzaiolo Alfredo Bianchi ad Arcola (La Spezia) grazie al progetto “Impasta il domani” sostenuto da Con I Bambini e Fondazione Carispezia. Farina, olio, lievito, sale e acqua. Cinque ingredienti e tanta passione: così nasce la pizza. Lo spiega bene Alfredo Bianchi, maestro pizzaiolo, ai suoi tredici allievi - tutti stranieri minori non accompagnati - a scuola da lui per il corso “Impasta il domani” proposto dall’Istituto ligure di formazione cooperativa e realizzato con il sostegno di Con I Bambini nel suo locale, Fretta e furia, ad Arcola (Sp). “Mettere le mani in pasta e poi vedere nascere un prodotto che viene subito utilizzato, lievita, viene condito, messo nel forno, dà loro una grande soddisfazione. Il mio obiettivo - aggiunge - è preparare nuove leve, trasmettere loro la mia passione, far capire che la pizza nasce anche con tanta passione e tanta forza interiore”. Questi giovanissimi “danno tanto - conclude Bianchi - e hanno voglia di imparare, entrano nel laboratorio con gli occhi che brillano”. A fine corso, avranno un attestato di competenze facilmente da accompagnare al curriculum e spendibile nel mondo del lavoro. Lamin, 18 anni da compiere, è originario del Gambia e chiarisce che è “importantissimo per me frequentare questa scuola, perché senza il lavoro non c’è futuro”.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 5 luglio 2024
Parla un medico israeliano entrato nella base-prigione di Israele nel Neghev, in cui i palestinesi sono ammanettati al letto per mesi. Torture, abusi e violenze di ogni genere a danno di centinaia di detenuti palestinesi di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre, anche quelli gravemente feriti e ammalati. Di quanto accade nel centro di detenzione di Sde Teiman, la Abu Ghraib di Israele, nei pressi di Bersheeva nel Neghev, si parla da mesi. Solo qualche settimana fa, grazie alla denuncia dei media internazionali e alla petizione presentata alla Corte suprema dall’Associazione israeliana per i diritti umani, le autorità hanno deciso di trasferire gran parte dei palestinesi tenuti prigionieri a Sde Teiman. Ne rimangono altri duecento e le loro condizioni non sono migliorate. Abbiamo raccolto la testimonianza del dottor F.K. che ha visitato Sde Teiman. Ci ha chiesto di non rivelare la sua identità.
di Baker Zoubi
Il Manifesto, 5 luglio 2024
Un articolo della testata +972 che riporta la testimonianza dell’avvocato Khaled Mahajneh: era stato contattato da una rete tv per cercare un giornalista detenuto nel “campo della morte”. “La situazione lì è più orribile di qualsiasi cosa abbiamo sentito su Abu Ghraib e Guantanamo”. È così che Khaled Mahajneh descrive il centro di detenzione di Sde Teiman in qualità di primo avvocato a visitare la struttura. Più di 4.000 palestinesi arrestati da Israele a Gaza sono stati detenuti presso la base militare nel Naqab/Negev dal 7 ottobre; alcuni di loro sono stati successivamente rilasciati, ma la maggior parte rimane in detenzione.
di Claudia Cavaliere
L’Espresso, 5 luglio 2024
Nei campi lungo il confine con Israele ci sono migliaia di persone scappate dalla propria casa che arrivano soprattutto da Siria e Palestina. Vivono in condizioni precarie. Che con l’intensificarsi del conflitto a Gaza peggiorano di giorno in giorno. Quando Israele dopo nove mesi ha fatto sapere che avrebbe potuto cambiare le regole della guerra, Hezbollah aveva pubblicato un lungo video in cui si vedevano immagini aeree del porto della città di Haifa - a una trentina di chilometri dal confine con il Libano e la terza più grande del Paese - assieme alla dimostrazione della capacità di penetrare le difese aeree del vicino. L’incertezza di quello che sarà il futuro del Medio Oriente si scrive anche lungo il confine meridionale del Libano, la cui complessità è scritta in decenni di contrasti, conflitti e sopravvivenza.
di Donatella Stasio
La Stampa, 4 luglio 2024
C’è una storia paradigmatica dell’abisso in cui può precipitare il carcere al di là delle leggi, quando il clima politico volge lo sguardo a un passato mai passato del tutto, che rigurgita nonostante l’argine della Costituzione. È una storia dell’altro secolo ma di straordinaria attualità di fronte al macabro balletto del governo sull’emergenza carcere (emergenza vera, non fasulla come altre ad uso e consumo propagandistico): primo passo, moltiplicare i reati e le pene per uomini e donne, giovani e vecchi, italiani e stranieri, madri e figli, fuori e dentro il muro di cinta; secondo passo, riempire le patrie galere di poveri, malati psichiatrici e tossicodipendenti per sottrarli alla vista dei liberi e alle responsabilità di un welfare assente; terzo passo, “gonfiarsi le gote” - direbbe Filippo Turati - con parole come ordine e sicurezza per sedare proteste o dissensi, chiudendo gli occhi su pestaggi e torture; quarto passo, far “marcire in galera” chi è condannato, senza sconti, premi, nulla, altrimenti che pena è; quinto, definire “resa dello Stato” ogni misura strutturale che liberi il carcere da chi non dovrebbe starci, o poterebbe già uscirne; e per finire, la piroetta del decreto salvifico, inadeguato tanto quanto un governo incapace di capire che 49 suicidi di detenuti e 5 di poliziotti in soli sei mesi sono già una “resa dello Stato”.
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