di Giansandro Merli
Il Manifesto, 21 aprile 2024
All’indomani del proscioglimento la donna si dice arrabbiata e travolta da ciò che ha dovuto subire. “Ci hanno accusato perfino di nascondere armi”. Il primo pensiero, però, è per le vittime delle frontiere. Kathrin Schmidt è stata l’ultima capomissione della Iuventa, prima del sequestro della nave. Da quel 2 agosto 2017 a ieri ha vissuto sapendo che sarebbe potuta finire in carcere, fino a 20 anni, insieme agli altri tre membri dell’equipaggio imputati. Venerdì ha percorso le scale del tribunale a testa alta, è entrata in aula con la maglietta “no one is free until every one is free”, è uscita con gli occhi rossi e gonfi di lacrime. “Ma provo soprattutto rabbia, tutto questo non sarebbe mai dovuto cominciare”, dice.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 21 aprile 2024
L’aviazione israeliana colpisce una casa piena di sfollati, mentre la Camera Usa vota un pacchetto di aiuti a Tel Aviv da 26 miliardi. In Cisgiordania, undici palestinesi uccisi a Tulkarem da giovedì. E ieri l’esercito ha invaso l’ospedale. “Nemmeno il cimitero è stato risparmiato dai bombardamenti. Questa è Rafah. Quella che chiamano il posto sicuro per gli sfollati”. Adnan al-Arja dice di non avere parole, ma le trova. Le consegna alla squadra di al Jazeera dopo un raid notturno che ha fatto una strage. Di bambini per lo più: sei sulle dieci vittime totali, le altre erano donne.
di Youssef Siher
Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2024
Tra loro anche il possibile rivale del presidente alle elezioni. In Tunisia il presidente Kais Saied continua la repressione del dissenso. Alla vigilia della visita della premier italiana Giorgia Meloni, per discutere quello che ha definito un “nuovo approccio” all’immigrazione irregolare e alla cooperazione economica, il Comitato di difesa dei detenuti politici ha promesso di citare in giudizio il capo dello Stato e i suoi funzionari per la detenzione arbitraria di oltre cinquanta esponenti dell’opposizione. In una conferenza stampa del 16 aprile, Islem Hamza, un membro del comitato, ha dichiarato che “dopo 14 mesi di detenzione, le persone arrestate con l’accusa di cospirazione contro la sicurezza dello Stato non hanno avuto alcuna prova contro di loro. Tuttavia le autorità insistono per tenerli in prigione”. Il caso a cui fa riferimento il comitato è iniziato il 10 febbraio 2023, quando l’Unità nazionale antiterrorismo e criminalità organizzata ha inviato una lettera di una sola frase a Leila Jaffel, ministro della Giustizia, sostenendo che “alcuni individui stavano cospirando contro la sicurezza dello Stato”. Dopo più di un anno, l’indagine sui 52 accusati si è conclusa il 16 aprile. Contro quaranta le accuse sono state accolte, mentre sono state reiterate per 12 di loro. Tra gli arrestati ci sono attivisti e personaggi politici Khayam Al-Turki, ex vice segretario generale del partito socialdemocratico Ettakatol, Issam Chebbi, leader del partito liberale Al Joumhouri e potenziale candidato dell’opposizione alle elezioni presidenziali di fine anno, e Jawhar Ben Mubarak, una delle figure di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale nato dopo il colpo di mano di Saied del 25 luglio 2021.
di Silvia Fabbri
consumatori.coop.it, 20 aprile 2024
C’è speranza oltre le sbarre? Sì, deve esserci, o almeno dovrebbe. Lo dice la Costituzione. Eppure sono in molti a credere che negando questa speranza, rendendo più dura e lunga la detenzione, il nostro Paese diventi più sicuro. Solo nel corso del 2023 sono state introdotte 15 nuove fattispecie di reati o per molti di quelli già esistenti sono state accresciute le pene. Una vera e propria frenesia punitiva e disciplinare, dice Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Un populismo che chiede di chiudere le celle e buttare la chiave.
di Emilio Albertario
Libero, 20 aprile 2024
Diecimila detenuti in più rispetto alla capienza nei 189 penitenziari di tutta Italia; altri 120mila che scontano la pena all’esterno e 90mila almeno che stanno per andare dietro le sbarre. All’amministrazione dello Stato costano più di tre miliardi di euro l’anno. Numeri allarmanti che descrivono una situazione sempre più in difficoltà nel rispondere al dettato dell’articolo 27 della Costituzione, secondo il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Tutto bello e auspicabile se il tasso di criminalità nel nostro Paese non rimanesse ancora alto, tra reati commessi da italiani e stranieri, ma soprattutto segnato da un forte tasso di recidiva. Per mitigare il fenomeno delle porte girevoli- l’entra/esci di prigione- Cnel e ministero della Giustizia fanno squadra per aprire un canale virtuoso tra carcere e società civile portando il lavoro, la formazione, l’istruzione al centro del progetto che vede protagoniste le imprese, i sindacati e il volontariato.
di Manuela Perrone
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2024
In carcere lavora un detenuto su tre. La stragrande maggioranza è alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, soltanto una minima parte ha un datore di lavoro esterno. Di “margini di miglioramento” parla esplicitamente la prima delle due relazioni al Parlamento appena presentate dal Dap del ministero della Giustizia, che fotografano lo stato di attuazione delle norme che promuovono il lavoro nelle carceri (l’articolo 20 della legge 354/1975 e la legge Smuraglia 193/2000).
di Rosalba Reggio
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2024
Non una bella storia di lavoro e riscatto, ma un sistema organizzato di creazione del valore che dal carcere di Bollate dà vita alla più grande realtà italiana di riabilitazione dei detenuti. I numeri lo confermano: più di ottocento lavoratori, di cui 350 al servizio dell’amministrazione penitenziaria e circa 500 impiegati direttamente o attraverso cooperative in imprese private. Una vera e propria comunità che rappresenta una forza lavoro di qualità all’interno e all’esterno del carcere.
di Giorgio Marchetti*
L’Unità, 20 aprile 2024
Una storica sentenza del Tribunale del Lavoro di Roma. Nel carcere di Ancona-Montacuto a un detenuto disabile al 100% era stato assegnato un altro detenuto quale assistente alla persona per coricarsi e alzarsi dal letto, lavarsi, cucinare e consumare i pasti e, più in generale, per fornirgli aiuto fisico, attività svolta per 16 mesi tra il 2021 e il 2022 e retribuita pari mediamente a 3 ore di lavoro al giorno ancorché il servizio si protraesse oltre tale orario, sovente anche la notte. Nonostante le rimostranze per l’ingiusto trattamento retributivo, l’Amministrazione penitenziaria faceva orecchie da mercante. Spazientito, il detenuto-lavoratore in prossimità del fine pena si era rivolto al proprio legale, chi vi scrive, al fine di agire giudizialmente per ottenere la giusta retribuzione per le ore effettivamente lavorate.
di Maria Brucale*
Il Domani, 20 aprile 2024
Il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, audito alla Camera dei deputati sulla proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale tesa ad alleggerire la insopportabile situazione delle nostre carceri, nata con la collaborazione di Nessuno Tocchi Caino e depositata dall’esponente di Italia Viva Roberto Giachetti, dice: al 41 bis non fanno trattamento penitenziario per cui che senso ha concedere loro la liberazione anticipata? Grazie, dottor Melillo. Da molti anni ormai noi difensori di persone ristrette in quel regime privativo ne affermiamo con forza la assoluta e urlata incostituzionalità e la vistosa incoerenza con la convenzione Edu proprio perché si sottrae all’ imperativo costituzionale e convenzionale di ogni pena, quello di tendere alla riabilitazione della persona condannata.
di Davide Varì
Il Dubbio, 20 aprile 2024
Nelle motivazioni si legge che il processo di revisione “non ha condotto alla dimostrazione della certa ed indiscutibile estraneità”, ma “ha semplicemente fatto emergere un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza”. E intanto il suo accusatore è indagato per calunnia. Faranno sicuramente discutere le motivazioni della sentenza di assoluzione del processo di revisione a Beniamino Zuncheddu, accusato e condannato strage di Sinnai (Cagliari) dell’8 gennaio del 1991 in cui furono uccisi tre pastori. Zuncheddu, proclamatosi sempre innocente, è tornato in libertà dopo 33 anni di carcere dopo la decisione dello scorso 26 gennaio. Ma i giudici della quarta sezione della Corte di Appello di Roma nelle motivazioni scrivono che il processo di revisione “non ha condotto alla dimostrazione della certa ed indiscutibile estraneità di Beniamino Zuncheddu” alla strage, “ma ha semplicemente fatto emergere un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza”.
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