agensir.it, 17 gennaio 2026
La Commissione internazionale dei giuristi (Icj l’acronimo in inglese dell’ong, con sede a Ginevra), nel suo rapporto, presentato ieri, intitolato “Scarcerati ma non liberi”, analizza l’abuso delle detenzioni arbitrarie e delle misure cautelari per perseguitare il dissenso in Venezuela attraverso un documento organizzato in sette sezioni. Nel caso delle recenti scarcerazioni, si sottolinea che, perlopiù, “i processi penali seguono regolarmente il loro corso. Le organizzazioni della società civile che hanno accompagnato i detenuti hanno riferito che le persone sono state rilasciate, con l’imposizione di misure alternative che non implicano il carcere, ma che includono l’obbligo di presentarsi davanti ai tribunali, la proibizione di lasciare il Paese e il divieto di rilasciare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione. L’obbligo di firma influisce negativamente soprattutto su chi vive lontano dalla capitale, poiché i tribunali antiterrorismo utilizzati per questi procedimenti hanno sede solo a Caracas, richiedendo viaggi costosi”.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 16 gennaio 2026
Il daltonismo dell’informazione: quando i numeri delle ingiuste detenzioni e delle carceri sovraffollate vengono ignorati. In politica, nell’informazione, e a maggior ragione all’incrocio tra politica e informazione, comanda chi impone l’agenda. Dunque non deve sorprendere il daltonismo che impone la (giusta) considerazione di alcuni dati, ma che eclissa la considerazione altrettanto impellente di dati analoghi.
garantedetenutilazio.it, 16 gennaio 2026
Il Portavoce Samuele Ciambriello e il Coordinamento della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale hanno redatto un documento per chiedere alla politica un provvedimento deflattivo, più interventi della magistratura di sorveglianza sulle misure alternative al carcere e la liberazione anticipata speciale da 45 a 70 giorni ogni semestre. Dal titolo “Non nuove carceri ma carceri nuove”, il documento lancia un appello alla politica e alle istituzioni affinché venga ripensato radicalmente il sistema penitenziario, superando una logica esclusivamente emergenziale fondata sulla costruzione di nuovi istituti.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 gennaio 2026
La nuova stretta sulla sicurezza messa a punto dal Viminale e anticipata ieri dal Dubbio delinea un salto di qualità per la politica del governo: una torsione autoritaria che rischia di comprimere diritti fondamentali e alterare l’equilibrio tra sicurezza e libertà, soprattutto sul terreno del dissenso e dell’immigrazione. La scelta di procedere con un decreto legge (che entro la fine del mese dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri), affiancato da un ddl più ampio, non è neutra. Il primo consente all’esecutivo di intervenire rapidamente, riducendo lo spazio di discussione parlamentare su misure che incidono direttamente sulle libertà personali.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 16 gennaio 2026
Dal divieto di ingresso nelle acque italiane per le navi con migranti alle espulsioni. I testi, garantiscono al Viminale, sono già all’attenzione di Palazzo Chigi e potrebbero essere inclusi nell’ordine del giorno di uno dei prossimi Consigli dei ministri. Come anticipato mercoledì sera da Avvenire, le bozze circolate finora compongono un “pacchetto” formato da due differenti provvedimenti: un disegno di legge, in tre capi e 40 articoli, e un decreto legge di altri 25. La maggioranza di centrodestra, pur con un’accesa dialettica interna, lo ritiene - per dirla col sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni - adeguato ad “alzare la qualità della sicurezza dei cittadini, del contrasto all’immigrazione irregolare e delle tutele e delle capacità operative delle forze di polizia”. Le opposizioni, invece, denunciano un pericoloso inasprimento delle norme in vari settori. Per capire, abbiamo chiesto le valutazioni di alcuni giuristi di vaglia.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 16 gennaio 2026
Se il presidente Usa è indifferente al diritto, da noi si vuole brutalizzare la legge in modo che si anestetizzi quella noiosa forma di limite che si chiama controllo giudiziario. Mentre a Strasburgo i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo condannano l’Italia per la morte violenta di Riccardo Magherini nelle mani della polizia, il governo prepara il secondo più grave attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana. Il primo è stato inferto lo scorso giugno, quando è stato definitivamente approvato il precedente pacchetto sicurezza. Il secondo si compone di due nuove testi preannunciati dal governo che confluiranno in un decreto legge e in un disegno di legge. Se dovessimo graduare l’intensità repressiva dei due provvedimenti potremmo dire che ciò che è palesemente illegittimo è destinato al disegno di legge e sarà strumento della prossima lunga campagna elettorale.
di Marco Grimaldi*
Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2026
Arrivano le “zone rosse” permanenti e il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chi è condannato anche in via non definitiva. Si ampliano così i poteri repressivi dello Stato. In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di guerra. In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a 5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre 2025.
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 gennaio 2026
Il Tar Lazio deve esaminare la domanda cautelare sospensiva presentata dai promotori contro la fissazione della data del voto il 22 e 23 marzo. Secondo loro, la data non tiene conto del tempo necessario alla Cassazione per esaminare il quesito. Le 500mila firme contro la riforma della magistratura sono state raggiunte con due settimane d’anticipo. Così il comitato dei Quindici oggi può festeggiare il traguardo e la raccolta rimarrà aperta ancora fino alla scadenza del termine, così da amplificare ancora di più il sostegno. L’effetto non è secondario: i promotori della raccolta, infatti, sono gli stessi che hanno depositato il ricorso al Tar Lazio con sospensiva contro la fissazione del referendum il 22-23 marzo da parte del consiglio dei ministri e poi con il decreto del Quirinale.
di Federico Gonzato
pagellapolitica.it, 16 gennaio 2026
I promotori della richiesta popolare, che ha raggiunto le 500 mila firme, hanno avviato un contenzioso contro il governo per la decisione di fissare il voto il 22 e 23 marzo. Nella tarda mattinata di giovedì 15 gennaio la raccolta firme popolare per chiedere l’indizione di un referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha superato le 500 mila firme. La raccolta, avviata il 22 dicembre da un comitato di 15 cittadini e giuristi, ha raggiunto la soglia richiesta dalla Costituzione per essere valida. Come previsto dalla legge, il comitato promotore potrà ora depositare la richiesta di referendum alla Corte di cassazione, che avrà 30 giorni di tempo per esaminarla e, a seguire, entro cinque giorni dovrà notificare la decisione ai proponenti del referendum.
di Renato Balduzzi
Avvenire, 16 gennaio 2026
Dovremmo riuscire a passare dalla Babele attuale, caratterizzata da confusione di lingue e approcci, a un’agorà, una piazza comunicativa dove ci si rispetti e si discuta sul nucleo delle questioni. Mentre la raccolta delle firme appoggiate dai Comitati per il No al referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Nordio supera agevolmente, in poche settimane, la soglia delle 500.000 (attestando una volontà di partecipazione popolare che dovrebbe essere bene accolta un po’ da tutti, quale che sia l’orientamento nel merito), la discussione pubblica continua a essere assai accesa e sarebbe il momento adatto per aiutare l’intero corpo elettorale a farsi un’idea precisa della tematica in discussione, così da orientarsi in vista del voto del 22-23 marzo. Quanti elettori sanno distinguere tra magistrati giudicanti e requirenti, conoscono ruolo, funzioni e composizione del Consiglio superiore della magistratura, hanno chiaro il significato e i limiti del cosiddetto autogoverno della magistratura o sono consapevoli del senso e della delicatezza della responsabilità disciplinare del magistrato e della sua differenziazione da quella penale o civile? Bastano queste poche domande per comprendere la formidabile occasione che la discussione referendaria rappresenta, in un Paese dove alla qualità unanimemente apprezzata della Costituzione non si è mai accompagnata una corrispondente e capillare educazione costituzionale.
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