di Samuele Ciambriello*
L’Unità, 15 gennaio 2026
“Non nuove carceri ma carceri nuove”. I dati oggi disponibili restituiscono un quadro allarmante sulle carceri: il progressivo aumento della popolazione detenuta, il ritorno a percentuali di sovraffollamento prossime a quelle che nel 2013 determinarono la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, il numero crescente dei suicidi e il diffuso disagio del personale penitenziario. In questo contesto, la realizzazione di nuovi istituti caratterizzata da tempi lunghi e costi elevati, non può essere considerata una risposta adeguata né sufficiente, poiché rischia di riprodurre modelli detentivi inefficaci e disumanizzanti. Carceri nuove non significa semplicemente carceri più moderne ma istituti ripensati nella loro funzione e nella loro finalità. Significa strutture conformi ai parametri costituzionali e convenzionali, capaci di garantire condizioni di vita dignitose, spazi adeguati, tutela della salute e accesso effettivo ai diritti fondamentali. Significa luoghi orientati al trattamento, al lavoro, alla formazione, nei quali la pena possa realmente tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale, come prescritto dall’articolo 27 della Costituzione.
di Davide Ferrario
Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. Le notizie sugli agenti della Penitenziaria feriti al Gleno in seguito a tafferugli con i detenuti mi hanno fatto pensare alle parole della direttrice del carcere, Antonina D’Onofrio, pronunciate durante un incontro pubblico a cui ero stato invitato per via dei miei dieci anni di volontariato, dal 2000 al 2010. Rispetto a quell’epoca, diceva D’Onofrio, è cambiato tutto. Oggi in galera non finiscono malviventi “strutturati”, ma principalmente soggetti con problemi di adattamento sociale; e per di più quasi tutti con dipendenze da psicofarmaci (cosa diversa dalla tossicodipendenza classica).
di Simone Canettieri
Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
Novità e strette in un decreto e un ddl. I provvedimenti, che saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri, intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. È in arrivo una stretta sulla sicurezza. Gli uffici legislativi del ministero dell’Interno hanno trasmesso un decreto legge e un disegno di legge (il primo composto da 25 articoli, il secondo da 40). I provvedimenti saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri per prendere poi iter diversi. Sono norme che intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione internazionale e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. Il pacchetto prevede, tra l’altro, la creazione di zone rosse nelle città, il potenziamento dei daspo e delle misure di prevenzione, più fondi per la sicurezza urbana per i sindaci, contrasto all’immigrazione illegale, velocizzazione e maggior efficacia delle espulsioni e dei rimpatri.
di Giansandro Merli
Il Dubbio, 15 gennaio 2026
Il Viminale invia a Palazzo Chigi un dl e un ddl sicurezza: un manuale di autoritarismo. Punizioni per minori, pugno duro con le piazze, giro di vite su migranti e ong. Fermi di 12 ore contro chi sia sospettato di mettere a rischio l’ordine pubblico. La nuova stretta sulla sicurezza era nell’aria, ma le bozze circolate ieri fanno impallidire quanto disposto finora dal governo Meloni e perfino la contestatissima legge dello scorso anno. Quel ddl 1660 che inaspriva le pene per reati di piazza, occupazioni e resistenza (anche passiva) poi trasformato in decreto e convertito dal parlamento. Sul tavolo di palazzo Chigi è atterrato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. La presidenza del Consiglio deciderà cosa tenere o scartare e che forma dare alle proposte.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 gennaio 2026
In città zone rosse più facili e rafforzate - I prefetti potranno “individuare delle zone caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, in relazione alle quali è vietata la permanenza ed è disposto l’allontanamento di soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati”. Non serviranno più motivazioni legate a casi eccezionali e urgenti, sarà sufficiente un’analisi delle autorità di polizia che indichi i luoghi interessati e la durata temporale per stabilire le zone rosse. Che potranno durare sempre di più, senza particolari giustificazioni. Il decreto legge prevede anche più soldi per riempire le città di telecamere e gli stadi di apparati per l’identificazione biometrica delle persone che compiono reati. Aumenta la vigilanza su rete ferroviaria e litorali, dove saranno dispiegati anche nuovi “natanti” di polizia.
di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 15 gennaio 2026
Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: tra questi il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo. La più classica delle proteste nonviolente. Questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile. Colpendo con imputazioni o avvisi di indagini tantissimi giovani che, a settembre e ottobre, hanno deciso di scendere in piazza contro il genocidio perpetrato a Gaza; trascinandoli, dunque, dentro procedimenti che, per quanto è dato sapere dalla stampa, hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la repressione di una posizione politica. Non è una novità, ma la frequenza e sistematicità con cui è accaduto in questi giorni segnalano, a distanza di tempo dalle manifestazioni, che il sistema ha introiettato un salto di qualità: il dissenso, anche pacifico, si punisce. Punto. In questo contesto, è logico che i settori dell’opinione pubblica più esposti alla repressione percepiscano una catena unica: forze di polizia - pubblico ministero - giudice. Una catena che funziona come un blocco solo, senza attriti, senza frizioni, come se la fisiologica distinzione dei ruoli fosse diventata una formalità.
di Niccolò Carratelli
La Stampa, 15 gennaio 2026
Le previsioni di cinque sondaggisti a poco più di due mesi dalla consultazione. “A destra scarsa mobilitazione, a sinistra scarsa fedeltà”. Il “sì” parte in vantaggio, ma è presto per un vero pronostico. Pesa l’incognita di chi andrà effettivamente a votare al referendum del 22 e 23 marzo. I sondaggisti sfornano nuovi dati, ora che la campagna pro o contro la riforma costituzionale della giustizia entra nel vivo. Secondo le ultime rilevazioni Ipsos il distacco è di 8 punti, 54% contro 46. Mentre i numeri forniti da Only Numbers registrano un divario più ampio: i “sì” al 50% i “no” al 35%. “Ma qualcosa di un po’ attendibile lo avremo solo a ridosso della consultazione - spiega Renato Mannheimer (Ispo) - ad oggi il 70% degli italiani non sa nulla di questo referendum”. Alessandra Ghisleri (Only Numbers) conferma: “L’interesse è basso, le persone non percepiscono questo voto come importante per le proprie condizioni di vita”. Da questo punto di vista, “chi è contro ha uno stimolo in più, perché dà un valore politico al referendum - sottolinea - questo potrebbe spingere un po’ il “no”. Sulla strategia di politicizzare l’appuntamento di marzo è scettico Antonio Noto (Noto Sondaggi), perché “le estremizzazioni non aiutano mai la partecipazione e caricarlo di un valore politico può essere un boomerang, se poi si perde”.
di Simone Arminio
La Nazione, 15 gennaio 2026
Il Guardasigilli: il sistema correntizio vieta di destituire i pm che sbagliano. La decisione sulla data del voto il 22 e 23 marzo è attesa per il 27 gennaio. Qualcuno ci scherza: “Da quel posto lì, evidentemente, si prevede il futuro”. Il posto in questione è il tavolo dei relatori dell’aula dei gruppi della Camera, in via di Campo Marzio. Da lì già il 9 gennaio Giorgia Meloni aveva predetto la data del referendum “probabilmente per il 22 e 23 marzo”, pur notando “un intento dilatorio nelle polemiche”. Quattro giorni dopo, stessa aula e stesso scranno, ecco un altro vaticinio: “Non temo i ricorsi sul referendum. Forse verranno presentati, ma non credo proprio che vengano accolti”. A parlare è un emozionato ministro della Giustizia Carlo Nordio, camicia bianca e cravatta grigia, impegnato a presentare, davanti a una platea d’eccezione (presidenti di Camera e Senato, dozzine di ministri, giornalisti tv, direttori di giornali, sua moglie Maria Pia), il libro con cui spiega le ragioni della riforma che porta il suo nome: ‘Per una nuova giustizia’, Guerini e associati editore. E più che sulla separazione delle carriere, l’attenzione si sposta sul Csm, che oggi, attacca il ministro, non interviene destituendo i magistrali di fronte a “errori non scusabili, come quando il magistrato non conosce le carte e quando non conosce la legge”. I motivi? “C’è una giustizia domestica e correntizia”, accusa Nordio.
di Salvatore Curreri
L’Unità, 15 gennaio 2026
Fissare il referendum a marzo bypassando la raccolta fi rme contro la separazione delle carriere è anomali: i governi precedenti hanno sempre rispettato i tempi previsti dalla Carta. La decisione del Governo di fissare per domenica 22 e lunedì 23 marzo la data del referendum sulla c.d. separazione delle carriere è legittima ma inopportuna. Spiego meglio. Legittima perché per legge (art. 15 l. 352/1970) il Consiglio dei ministri ha sessanta giorni di tempo per fissare la data del referendum costituzionale. Tale termine decorre dalla data di comunicazione dell’ordinanza con cui l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione ne ha ammesso la richiesta.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 15 gennaio 2026
Il giudice segretario di Area: “Il ministro lo scrive a pagina 122 del suo libro. E le mazzette modestissime sono sempre corruzione”. Giovanni Zaccaro, giudice a Roma e segretario di Area, corrente progressista. Ve l’aspettavate la denuncia contro l’Anm? “I politici che denunciano penalmente i magistrati che esprimono le loro ragioni… Mah. Mi sembrano quasi le prove generali della riforma Nordio. Meno male che i cittadini la bocceranno”.
- Costa: “Riforma utile contro gli arresti ingiusti: centomila dal 1992”
- “Alle 4 del mattino”, il report di Costa sugli arresti nelle case in stile “cileno”
- La Cedu condanna l’Italia per la morte del fiorentino Riccardo Magherini
- No alla richiesta della parte civile di “correggere” l’assoluzione in declaratoria di prescrizione
- Avellino. Faide tra le sbarre: il caso Paolo Piccolo assassinato in cella









