Il Dubbio, 3 giugno 2026
Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio per rivoluzionare la politica dei rimpatri dell’Unione. Il nuovo regolamento introduce tre pilastri fondamentali: l’istituzione di centri di rimpatrio (return hub) in Paesi terzi, la creazione di un ordine di rimpatrio europeo e il prolungamento della detenzione amministrativa per i migranti irregolari fino a un massimo di 30 mesi. La misura prevede l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio europeo a seguito di una decisione nazionale, con l’inserimento del provvedimento nel sistema d’informazione Schengen per renderlo valido in tutta l’area. Il trattenimento dei cittadini extracomunitari scatterà sulla base di valutazioni individuali legate al pericolo di fuga, alla mancata collaborazione o a rischi per la sicurezza nazionale. La detenzione ordinaria negli Stati membri potrà durare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in presenza di nuove circostanze, e come misura di ultima istanza potrà applicarsi anche a famiglie con minori. In alternativa al centro di permanenza, le autorità potranno imporre obblighi di residenza, monitoraggio elettronico o garanzie finanziarie. Tra le misure più severe, spicca anche la facoltà per le autorità nazionali di perquisire le abitazioni degli irregolari senza necessità di autorizzazione giudiziaria.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 giugno 2026
Intervista a Riccardo Magi, +Europa “Il nuovo sistema comune viola le convenzioni internazionali, a cominciare da quella di Ginevra, i trattati e i principi fondativi dell’Unione”. Onorevole Riccardo Magi, segretario di + Europa, l’accordo Ue sul regolamento rimpatri rende la gestione dei flussi migratori più efficace, in Europa? Assolutamente no, anzi. È il vento politico di destra che soffia e va nella direzione di smantellare un sistema d’asilo basato sui principi fondativi dell’Ue e sulle convenzioni internazionali, a partire dalla Convenzione di Ginevra. Insieme al nuovo Patto Migrazione e asilo contrasta infatti con il Trattato sul Funzionamento dell’Ue (Tfue) che prevede una politica comune in materia di protezione dei migranti.
di Maria Stagnitta
Il Manifesto, 3 giugno 2026
Per troppo tempo ci è stato detto che la “guerra alla droga” fosse necessaria. Che punire significasse proteggere, che incarcerare fosse un atto di responsabilità collettiva. Oggi, però, davanti all’evidenza dei fatti, questa narrazione si sgretola. Non solo queste politiche non hanno ridotto il consumo di sostanze, ma hanno prodotto un danno profondo alla salute pubblica. E il prezzo lo stiamo pagando in vite umane. Le persone che si iniettano droghe hanno tra le 10 e le 34 volte più probabilità di contrarre l’HIV rispetto alla popolazione generale. Non è una fatalità, ma il risultato diretto di politiche punitive che spingono le persone ai margini.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 2 giugno 2026
Più di 6.500 persone nel 2025 sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti mentre erano detenute nelle carceri italiane. Tra i pilastri fondamentali della Repubblica italiana, c’è il principio - fissato nella Costituzione all’art. 27 - per cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ossia al suo reinserimento sociale. Eppure, mentre si celebra l’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 che sancì la nascita dello Stato democratico, si registrano ancora violazioni sistematiche dei diritti umani all’interno dei penitenziari del paese. L’associazione Antigone ha raccolto i dati: “6.539 persone hanno visto il loro ricorso per trattamenti inumani o degradanti accolto nel corso del 2025 da parte di un Tribunale di Sorveglianza italiano”. Numeri in continua crescita: “I ricorsi accolti erano stati 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020, 4.212 nel 2021, 4.515 nel 2022, 4.731 nel 2023 e 5837 nel 2024. In totale, in 8 anni, - scrive l’associazione in un report - è stato appurato che quasi 37.000 persone abbiano visto non rispettato il loro diritto ad un trattamento penitenziario dignitoso”.
di Francesco Viviani
triesteallnews.it, 2 giugno 2026
Il Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari (CNDP) della FSI USAE lancia l’allarme sul piano straordinario di “detenzione differenziata” previsto per i mesi estivi e rilanciato dal Ministero della Giustizia attraverso l’Avviso Pubblico del 30 marzo scorso per il reperimento di strutture del Terzo Settore destinate ad accogliere detenuti in fase finale di pena. Il Coordinatore nazionale Enrico Sbriglia parla del rischio di un possibile fallimento della misura a causa del mancato coinvolgimento delle direzioni penitenziarie e degli uffici dell’esecuzione penale esterna nella fase di pianificazione.
di Dino Frambati
Famiglia Cristiana, 2 giugno 2026
L’architetto Cesare Burdese, esperto di edilizia penitenziaria: “Le carceri italiane violano spesso lo spirito della Costituzione. Le donne detenute sono le più penalizzate”. Carceri italiane inadeguate e poco attente alla Costituzione per entrambi i sessi ma afflittive soprattutto per le donne, per le quali “rappresenta spesso un aggravio di pena”. Lo sostiene l’architetto Cesare Burdese, tra i più quotati progettisti italiani di luoghi di detenzione. “Sulla carta - afferma - la pena detentiva consiste esclusivamente nella privazione della libertà personale e deve essere eseguita in luoghi che la Costituzione vuole umani, dignitosi e orientati alla rieducazione.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 2 giugno 2026
Immigrazione, appello delle assoluzioni, amnistia e indulto, basta con i pacchetti sicurezza: alcuni spunti per recuperare un approccio critico al penale. Dopo il referendum i problemi della giustizia penale, delle garanzie nel processo, del carcere, della repressione abnorme di migranti, marginali e dissenzienti restano inalterati. Un dato per tutti: il 31 dicembre 1970, i detenuti erano 23.190, oggi siamo a 64.436. Dunque il carcere e il penale sono raddoppiati, pur in presenza di una flessione dei reati, che hanno visto il loro tetto massimo nel 1991-92. E ciò sebbene in questi 55 anni il quadro di riferimento legislativo del processo penale sia profondamente mutato. Si può dire che è cambiato tutto. Eppure la situazione è questa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2026
Firme contro la nomina di aggiunto a Bologna e scontro sulla formazione. Ma Magistratura indipendente avverte: così si delegittima il Consiglio “salvato” dalla separazione. Raccolte firme, repliche al vetriolo, plenum infuocati. La campagna per il rinnovo del Csm è appena agli inizi, ma la sintonia ritrovata tra le correnti durante la battaglia referendaria è già un lontano ricordo. Il correntismo - che aveva giurato di agire solo come nobile espressione del pluralismo culturale - getta la maschera e torna a mostrarsi per quello che è: una lotta senza quartiere. E l’ironia della sorte vuole che lo scontro si consumi proprio su quelle regole che tutti, fino a ieri, giuravano essere l’unico faro.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 2 giugno 2026
La Corte d’appello di Milano solleva dubbi sulla norma che vieta al pubblico ministero di impugnare le sentenze di proscioglimento. La disciplina delle impugnazioni penali è nuovamente destinata a confrontarsi con il vaglio della Corte costituzionale. Con ordinanza dell’8 aprile scorso, la Corte d’appello di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 593, comma 2, del codice di procedura penale, come modificato dalla legge 114 del 9 agosto 2024, la cosiddetta riforma penale di Carlo Nordio, nella parte in cui esclude la possibilità per il pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento.
di Antonio Mastrapasqua
Il Riformista, 2 giugno 2026
Sono mille errori all’anno. Quindi mille italiani ogni anno pagano le conseguenze di sentenze che si rivelano ingiuste, senza che nessun giudice paghi - nemmeno con freni alla carriera - per gli sbagli commessi. C’è chi ha preso l’esito del referendum dello scorso mese di marzo come una pietra tombale sul tema della riforma della Giustizia. Non tutti per fortuna. Ma anche nella maggioranza, che era parsa tetragona nel difendere il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati, riemergono tentazioni giustizialiste, mai sopite, che si traducono in una difesa sostanziale dei giudici che sbagliano.
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