di Rosa Maria Di Natale
La Repubblica, 22 maggio 2026
Era detenuto nel carcere di Parma dove stava scontando una pena a trent’anni. È morto nella notte all’ospedale Maggiore di Parma Vincenzo Salvatore Santapaola, conosciuto come Enzo, figlio dello storico capomafia catanese Benedetto Nitto Santapaola e di Carmela Minniti. Aveva 56 anni e il prossimo 2 giugno ne avrebbe compiuti 57. Da tempo era gravemente malato e le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, fino al trasferimento in ospedale. La sua morte arriva a meno di tre mesi da quella del padre Benedetto, deceduto il 2 marzo scorso nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, mentre era detenuto nel carcere di Opera, anche lui al 41 bis. Come il padre, anche Vincenzo Santapaola aveva disposto che il proprio corpo fosse cremato.
di Martina Capovin
Il Dolomiti, 22 maggio 2026
L’ultima visita di Antigone risale al 2023 ed è stata solo parziale, fermandosi agli uffici della direzione senza poter nemmeno accedere alle sezioni per raccogliere dati completi sul campo. A rendere ancora più amaro il bilancio per il capoluogo altoatesino è il confronto, decisamente impietoso, con i vicini di casa. Mentre via Dante affonda nei suoi problemi storici, la struttura di Spini di Gardolo a Trento viene esplicitamente citata nel report come un esempio virtuoso da seguire a livello nazionale. Il carcere trentino non solo può contare su una sezione femminile (del tutto assente a Bolzano), ma brilla per le attività di reinserimento: è terzo in Italia per il lavoro con datori esterni, con ben 80 detenuti su 392 che hanno l’opportunità di lavorare fuori dalle mura della prigione, gettando le basi per un reale recupero sociale. E sul fronte del tanto sospirato nuovo carcere di Bolzano, quello del quale si parla da 20 anni? La situazione resta un’odissea burocratica.
Il Giornale, 22 maggio 2026
L’accordo prevede lo svolgimento di attività lavorative edili, intramurarie e/o extramurarie, da parte di persone in stato di detenzione presso l’Istituto penitenziario di Opera. Incrementare le opportunità di lavoro tra le persone detenute e internate e favorire il loro reinserimento sociale attraverso percorsi di formazione, accompagnamento e inserimento professionale nel settore delle costruzioni. Sono gli obiettivi del nuovo protocollo d’intesa sottoscritto da Amministrazione penitenziaria di Opera, Assimpredil Ance e le sigle sindacali di Cgil, Cisl e Uil legate al settore, Umana spa e Fondazione Don Gino Rigoldi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo.
di Alessandro De Pietro
L’Arena, 22 maggio 2026
Nell’azienda di macchine agricole. La direttrice del carcere Bregoli: “Quando a una persona si dà fiducia, mi riferisco ad una persona detenuta, è molto raro che non l’apprezzi e non ne faccia tesoro”. Trasformare una necessità in opportunità. Per tutti. Una delle grandi regole dell’imprenditoria, applicata alla lettera da Alessandra e Filippo Berti. Assumendo sei lavoratori detenuti nel carcere di Montorio. Chi alla preparazione del materiale, chi alla verniciatura, chi al montaggio. Berti Macchine Agricole, sede a Caldiero, esporta oggi in 60 Paesi, ha 110 dipendenti e una connessione fortissima col territorio.
di Marianna Peluso
Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Il patron di “Yard” assume un detenuto nel suo ristorante e apre le porte della casa circondariale alla città con un menu preparato da una brigata composta da uomini e donne che stanno scontando una pena. Ci sono luoghi che la città attraversa senza mai davvero guardarli. A Verona, il carcere di Montorio è uno di questi: un edificio enorme, chiuso, quotidianamente sfiorato dal traffico e dalle abitudini di migliaia di persone. Jacopo Natale, titolare del ristorante “Yard”, ha deciso invece di entrarci. Prima per cercare un aiuto cuoco tra i detenuti, poi per costruire qualcosa di ancora più insolito: una cena aperta ai cittadini, organizzata dentro il penitenziario e servita da una brigata composta quasi interamente da uomini e donne detenuti.
di Guido Catalano
La Stampa, 22 maggio 2026
Il Salone del Libro di Torino è giunto al termine e come ogni anno vivo questo momento con un po’ di nostalgia. Una delle cose che mi porterò nel cuore di questa edizione è la partecipazione al progetto “Adotta uno scrittore”, un progetto del Salone che, da molti anni, porta gli scrittori e scrittrici italiani ad essere adottati nelle classi di svariate scuole di vario grado e tipo in giro per l’Italia, per creare uno scambio tra studenti e autori e che si svolge in tre incontri. Io ho avuto la fortuna di essere adottato dalla succursale dell’Istituto Plana nel Carcere delle Vallette di Torino, che poi in realtà non si chiama “Carcere delle Vallette” ma “Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, ma noi a Torino lo chiamiamo tutti “Le Vallette”. Se ci pensate è un po’ quel che succede con il nostro aeroporto: tutti lo chiamiamo “Caselle” ma in realtà si chiama “Sandro Pertini”.
di Giancristiano Desiderio
Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Le chat: così belle, così comode, così pericolose. Le più incontrollabili sono le chat di gruppo. Qui si annidano pericoli e insidie a volte fatali per il lavoro, le amicizie, l’amore, la politica. Nessuno ne è immune. Che cosa ci ha cambiato (in peggio) la vita? La messaggistica. Certo, ci sono tanti vantaggi: comunicazioni rapide, immediate, in tempo reale. “Per piacere, puoi prendere il pane?”. “Ok”. Semplice. Concreto. Istantaneo. Ma ci sono effetti collaterali disastrosi: invadenza, controllo, raggiungibilità. C’è bisogno di stoicismo per non ritrovarsi in balia delle chat: non più le chat al tuo servizio ma tu al servizio delle chat. È necessario prendere le distanze. Il governo delle chat è diventato indispensabile per conservarsi libero e indipendente. Più facile a dirsi che a farsi. Perché le chat sono, ormai, strumenti di lavoro: non solo chat personali ma familiari, aziendali, scolastiche, redazionali, partitiche, rionali, mediche, sportive e ancora e ancora.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 22 maggio 2026
Certo, siamo un paese con una forte incidenza di popolazione anziana, e questo rende più difficile l’innovazione, tecnologica ma non solo, oltre a provocare squilibri nella spesa sanitaria e pensionistica. Ma, forse, continuare a guardare alla demografia come fonte di tutti i nostri problemi rischia di diventare un alibi per non vedere lo spreco di risorse umane, giovani e meno giovani, che si continua a fare e che è anche una delle cause della persistente bassissima fecondità: lo scarso investimento nei giovani di entrambi i sessi, sia in quelli ad alta formazione, sia in quelli che invece vengono abbandonati precocemente dal sistema formativo, nelle donne, negli stranieri che vorrebbero dare forma al proprio futuro in Italia.
di Eleonora Camilli e Irene Famà
La Stampa, 22 maggio 2026
Gli avvocati del team Adalah: “Violenze estreme, è tortura”. Esposto per sequestro di persona. Un unico obiettivo: umiliare, sottomettere, punire gli attivisti della Flottila. E farlo con ogni strumento a disposizione, in ogni modo possibile, fisico e psicologico. Scariche di taser, proiettili di gomma, molestie, almeno dodici aggressioni sessuali. Oltraggi che si susseguono. Gli avvocati di Adalah, team di legali volontari che sino all’altra sera ha fornito consulenza a centinaia di partecipanti della Flottila rinchiusi ad Ashdod, quelle brutalità le hanno appuntate tutte in una sorta di dossier degli orrori. “I soldati israeliani mi hanno strappato l’hijab. Mi hanno lasciata lì, con il capo scoperto e hanno fatto lo stesso con tante altre donne”, racconta agli avvocati un’attivista musulmana. Un altro ricostruisce l’assalto all’imbarcazione: “Hanno sparato proiettili di gomma. Poi ci hanno trascinato su una nave militare e infine al porto. I soldati israeliani ci hanno costretti a camminare completamente piegati in avanti, mentre premevano con violenza sulle nostre schiene”. E ancora. “Hanno usato il taser”, “ci hanno obbligato a restare inginocchiati, con i polsi legati, per diverse ore”. Il capo? “Dovevamo tenerlo chino, occhi fissi sul terreno”.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 22 maggio 2026
Parla la storica e saggista: “Su Ben-Gvir, Netanyahu ha agito timidamente. Ha rimproverato al suo ministro non l’umiliazione inflitta ma la pubblicità delle sparate nel centro di detenzione. L’elenco di provocazioni e smargiassate del ministro della Sicurezza interna israeliano, Itamar Ben-Gvir, è lungo. L’ultimo episodio ha riguardato le parole di disprezzo lanciate nei confronti di decine di attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati dalle forze speciali di Tel Aviv in acque internazionali, derisi e maltrattati nel porto di Ashdod. “Le umiliazioni subite dagli attivisti della Flotilla - dice al Dubbio la storica Anna Foa - sono infinitamente minori rispetto a quello che accade tutti i giorni nelle carceri israeliane. Ricordiamocelo. Non basta scandalizzarsi solo quando vengono torturati degli europei, non israeliani e non palestinesi. Dovremmo scandalizzarci sempre di fronte a certi fatti gravissimi, ormai sotto gli occhi di tutti”. Foa è autrice di due fortunati saggi, entrambi pubblicati da Laterza: “Il suicidio di Israele” (Premio Strega per la saggistica nel 2025) e “Mai più”.
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