Adnkronos, 23 gennaio 2015
Fabrizio Corona chiederà la grazia al prossimo presidente della Repubblica. Lo afferma il suo avvocato Ivano Chiesa, dopo che questa mattina il sostituto procuratore generale Giulio Benedetti ha dato parere negativo alla richiesta di scarcerazione avanzata per l'ex fotografo dei vip. La prossima tappa, avverte Chiesa, "sarà probabilmente la revisione", ma prima "sicuramente presenteremo la domanda di grazia al nuovo presidente della Repubblica, sperando che ci dia una mano, perché alla fine si tratta di uno sconto di due anni e mezzo". Cosa che, spiega, "aprirebbe tutte le possibilità di detenzione alternativa", al momento precluse perché il reato di estorsione aggravata, attribuito per via delle foto con le quali Corona ha ricattato David Trezeguet, non consente la concessione di misure alternative al carcere.
Si tratterebbe, ribadisce Chiesa, di "un gesto di clemenza che permetterebbe a Corona di diventare un detenuto normale, con la possibilità di presentare le istanze che fanno tutti i detenuti". A quel punto, "il tribunale potrà decidere. Se Corona verrà ritenuto un soggetto pericoloso, gli si dirà di no. Altrimenti gli diranno di si e il problema si risolverebbe da sé". Non una cosa semplice, sottolinea l'avvocato, ma "in questa situazione non c'è nulla di semplice. C'è un bravo ragazzo che avrà commesso delle stupidaggini, ma ha un cumulo di pene come se fosse un pericoloso criminale e questo rende tutto molto complicato".
Lo psichiatra: molto perplesso sui domiciliari
Avere una personalità narcisistica e borderline, con attacchi di panico e uno stato di sofferenza mentale, "non è un'indicazione per i domiciliari. Ero molto perplesso perché delle due l'una: o il soggetto presenta un'acuta sofferenza mentale, per il trattamento della quale il domicilio non è adeguato, oppure non lo è e dunque può essere curato nel luogo di pena dai medici del carcere".
Lo afferma all'Adnkronos Salute Massimo Di Giannantonio, psichiatra dell'Università di Chieti, dopo la perizia depositata in Tribunale su Fabrizio Corona che aveva portato alla richiesta di scontare a casa o in una comunità di trattamento il resto della pena. Una richiesta che ha incassato il parere contrario del sostituto procuratore generale di Milano. Corona, a parere del perito, avrebbe una personalità narcisistica e borderline.
"Ebbene, ritengo si debbano esaminare due aspetti - dice lo psichiatra - quello psichiatrico clinico e quello legale. Se nella sede di giudizio è stata esclusa una psicopatologia che prevedesse una totale o parziale incapacità di intendere e di volere, vuol dire che Corona per il Collegio giudicante poteva essere considerato responsabile delle azioni che ha compiuto, e che il suo comportamento è stato considerato volontario, non inficiato da una patologia. Se poi, come segnalato, il soggetto ora presenta attacchi di panico e ha sviluppato una notevole sofferenza mentale, non è detto che le cure in casa siano più indicate. In questi casi è meglio che il paziente sia seguito in una struttura psichiatrica territoriale in forma residenziale, strutture che hanno preso il posto degli ex Opg. Dunque in caso di bisogno il giudice può disporre l'allontanamento di Corona dal carcere e la sua allocazione in una struttura dove cura e pena possono continuare ad esercitarsi".
"Ove siano riconosciute delle aggravate condizioni psichiatriche, è indicato poi il trattamento in comunità terapeutiche per pazienti con disturbi mentali gravi. Si tratta in entrambi i casi di luoghi in cui vengono garantite le terapie ma anche il controllo di eventuali reazioni. Insomma, sono molto perplesso di fronte alla richiesta dei domiciliari: o c'è una acuta sofferenza mentale, per cui il domicilio non è adeguato, oppure il problema può essere gestito dai medici nel luogo di pena", conclude.
di Fausto Cerulli
Ristretti Orizzonti, 23 gennaio 2015
Si parla speso di persone che muoiono in incidenti stradali, di gente che si suicida pe una delusione amorosa, magari di persone che gli casca un albero in testa, ma i giornali non parlano mai delle persone che muoiono in carcere, per quella orrenda antica malattia che si chiama carcere.
Eppure sono numeri che dovrebbero far riflettere e che rispecchiano la civiltà o meglio la mancanza di civiltà del nostro paese. Un paese in cui ufficialmente è sta abolita la pena di morte, recentemente anche dalla Città del Vaticano, ma cui tale pena viene ancora eseguita, come conseguenza di una pena comminata da un giudice o spesso come conseguenza di una pena che potrebbe essere comminata, se e quando la nostra giustizia lenta come un coniglio azzoppato emetterà il verdetto.
Così, nella indifferenza assoluta del mass media o come cavolo si chiamano, troppa gente non resiste alla carcerazione, preventiva o definitiva che sia. Gli agenti penitenziari sono pochi, spesso avviliti dal loro mestiere di aguzzini per forza, ed intervengono soltanto a suicidio avvenuto. Dall'inizio dell'anno quasi cinquanta persone, perché sono persone, e non soltanto numeri in detenzione, si sono tolte la vita nelle carceri italiane.
In carcere nessuno si uccide per rimorso, la morte viene dall'angoscia, dalle ristrettezze fisiche e psicologiche del carcere, dalla assoluta assenza di un'assistenza ai più deboli, ai più fragili. Spesso è ridicolo in numero degli assistenti sociali rispetto a quello della popolazione detenuta.
Pensiamo bene alle parole, al loro cinismo consapevole o meno: "popolazione detenuta" quasi fosse un popolo nel popolo, ignorato dal popolo, una etnia dimenticata e trascurabile.
Sono anni oramai, sono secoli forse (dal tempo di Cesare Beccaria) che si sproloquia su una riforma delle carceri. Per ultimo ci ha provato il buon Gozzini, il quale per qualche leggero beneficio concesso ai detenuti, si fece fama di garantista, nel senso meno nobile della parola: le sue modeste innovazioni passarono per favoreggiamento alla delinquenza, quasi un incitamento a commettere reati.
Come avvenne per la legge Basaglia, che in una opinione pubblica forcaiola, significò slegare i matti da slegare. Non c'è governo, che appena partorito, non metta nel proprio bilancio preventivo una qualche riforma del sistema penitenziario, magari nel più ampio disegno di una riforma della giustizia; e non esiste governo che abbia provato a rispettare l'impegno.
Ora abbiamo un Governo del fare, ossessionato dalle riforme, che ha esautorato il Parlamento e lo stesso Consiglio dei Ministri, ma a questo governo, a mezzadria tra Renzi e Berlusconi, non passa neppure per la testa la situazione carceraria, alla culla oscena di troppe morti volontarie.
So già che i benpensanti, se e quando, raramente, vengono a conoscenza di un suicidio avvenuto in carcere, sono inclini a pensare che la gente si ammazza anche fuori del carcere, e che è colpa della depressione, di questo male oscuro curato a botte di pillole.
A nessun benpensante viene in mente che un suicidio in carcere sia qualcosa di molto differente. Il depresso si uccide perché si sente solo, il detenuto si uccide perchè è condannato ad esser solo, nella propria condizione esasperata, nella propria folla indicibile di pensieri.
Non credo che sarebbe una soluzione aumentare il numero degli psicologi incaricati di occuparsi dei detenuti; non credo che sarebbe rimedio aumentare il numero dei cosiddetti assistenti sociali. In Italia esiste, e quasi non esiste, un Garante regionale dei diritti dei detenuti: una figura che potrebbe essere determinante anche nel prevenire la piaga dei suicidi.
Se soltanto il Garante fosse fornito dei poteri che dovrebbero spettargli... il che non accade, è solo una illusione che si trasforma in delusione. Esistono Tribunali di Sorveglianza, che dovrebbero avere il compito di sorvegliare quello che accade in carcere, ma che si limitano a concedere o negare permessi premio, liberazioni "anticipate", altro termine orrendamente tecnico.
Alla piaga dei suicidi in carcere si può porre rimedio soltanto con una riforma della giustizia che garantisca un processo rapido e giusto, che proibisca la carcerazione preventiva, che applichi quella Costituzione che potrebbe essere la più bella del mondo, se soltanto venisse attuata; e nella quale si prevede che ogni individuo deve essere considerato innocente fino a condanna definitiva e che sancisce comunque che la pena debba avere come scopo la rieducazione del detenuto, il suo reinserimento nella vita civile.
Ma il carcere aggiunge pena a pena, moltiplica le afflizioni, spesso è luogo di tortura: in un Paese che non vuole inserire in codice oramai quasi secolare, la figura del reato di tortura. Così la gente continua a morire di carcere, nella indifferenza generale. E suonano patetiche, nel loro non essere ascoltate, le parole precise di Pannella, della sguarnita pattuglia radicale, e di qualche giornale garantista non soltanto di nome. I detenuti continuano ad uccidersi, e il loro grido di agonia si perde nel chiacchiericcio osceno della politica politicante.
di Cristina Cecchini
Il Garantista, 23 gennaio 2015
La difesa dei diritti viene spesso demandata a coloro che entrano in prigione per fornire sostegno. Ma sarebbe giusto che si costituisse un'organizzazione autonoma. Ho iniziato la mia esperienza in carcere come operatrice nel 2001, attraverso un impegno di volontariato in una piccola e virtuosa cooperativa, nata per l'inclusione dei soggetti svantaggiati. Ho lavorato in seguito per diversi progetti finalizzati al reinserimento dei detenuti ed ex detenuti, oltre che dei tossicodipendenti, dei pazienti psichiatrici, dei senza dimora, delle donne vittime di tratta, dei rifugiati. Tante sono le persone che, a vario titolo, ogni giorno entrano da esterni nell'istituzione carceraria, per attività che vanno dall'assistenza base (vestiario, sostegno all'indigenza) agli studi universitari.
Tante sono quindi le brecce aperte nell'istituzione: a Rebibbia Nuovo Complesso i permessi concessi agli esterni, negli anni, sono arrivati a un migliaio. Ora, la domanda che un operatore serio non dovrebbe mai smettere di porsi, verificando con costanza intellettuale le risposte che scaturiscono, confrontandole con la realtà che quotidianamente osserva e vive, è: quanto noi operatori siamo organici al sistema carcerario e quanto invece contribuiamo con efficacia a fornire strumenti per l'emancipazione dei ristretti?
I detenuti sperimentano (ancor di più col sovraffollamento) la situazione paradossale di doversi costruire la propria autonomia e libertà partendo da uno stato di cattività, che dell'autonomia e della libertà è l'impedimento principale. Parlando dei detenuti comuni e tralasciando le "Sezioni Alta Sicurezza", ho sempre visto la categoria come un proletariato che doveva ancora costruirsi una coscienza "di classe". Non perché il "detenuto" sia più ignorante o più limitato o meno cosciente degli altri, ma per l'esistenza di limiti non derivanti dal detenuto stesso.
Un limite molto forte è di tipo organizzativo: nell'idealtipo di lotta sociale lavorativa, gli operai lavoravano per tutta la vita in una fabbrica e lottavano in seno ad essa per il miglioramento delle condizioni e l'ottenimento dei diritti; invece il detenuto non è sempre lo stesso, sconta la pena ed esce da quella particolare fabbrica che vorrebbe solo dimenticare.
E durante il periodo della pena non c'è uno spazio consolidato di confronto sulla propria condizione, come l'assemblea, base fondamentale delle rivendicazioni di qualsiasi tipo, Anche l'impostazione fortemente premiale dell'esecuzione penale e delle misuro alternative non aiuta, non è un caso che non esista un sindacato dei detenuti, dove per sindacato non s'intende un organismo analogo agli attuali sindacati, i quali evitano accuratamente di sollevare con forza il problema del lavoro e dei diritti in carcere, ma s'intende un organismo gestito dai detenuti stessi, che difenda veramente e dal basso i loro diritti e che abbia un effettivo potere contrattuale. Mi ricordo come frequente la misura dei trasferimenti di massa in seguito a proteste anche pacifiche. Difficilmente si creano azioni collettive che poi formano un sistema di rivendicazioni stabile, consolidato ed efficiente un po' com'è stato per lo sciopero e le assemblee durante l'epoca d'oro dei sindacati. L'entrata in carcere di tanti detenuti politici negli anni 80 merita di essere portata ad esempio come stimolo unico in tal senso, ma è una spinta a mio parere esaurita da anni, almeno a livello generale.
Ci sono anche limiti prettamente teorici all'auto-organizzazione dei detenuti: il carcere è un'istituzione totale, la fabbrica no. In tal senso l'art. 27 della Costituzione italiana permette, anche se in modo forse volutamente ambiguo, questa totalità: la pena deve "tendere" alla rieducazione, e non "essere decisamente finalizzata" come piacerebbe a noi operatori. In quel tendere c'è, a monte, la possibilità per l'istituzione carceraria di essere totale, di anteporre il mantenimento dell'ordine e della sicurezza al (supremo) obiettivo della rieducazione.
Tra questi profonde limitazioni si inserisce l'operatore, che ha la funzione generale di rivendicare questi diritti in loro vece, e la sua efficacia rivendicativa dipende da fattori che non discendono dal diritto, ma dalla forza dell'associazione/cooperativa/ente che si rappresenta, dal savoir faire dell'operatore stesso, dal comportamento del detenuto: la riuscita dell'intervento dipende, alla fine, e alla faccia della professionalità costruita con fatica e gavetta, dal buon cuore dell'interlocutore in seno all'istituzione.
Il detenuto, che dovrebbe, secondo l'ottica rieducativa, sviluppare autonomia e senso critico verso se stesso, si trova invece a dover supplicare noi operatori "ad interessarci" per ottenere quello che gli spetterebbe. E tu che vorresti dire (e spesso lo dici!): "Ma che preghi!", rispondi che lo farai, e lo farai con tutto il cuore, ottenendo spesso nulla. È lì che la frustrazione cresce, e diventa insostenibile la consapevolezza che terresti anche tu quest'atteggiamento remissivo e all'apparenza poco dignitoso se fossi detenuta a tua volta.
Dalla domandina parte tutto. La sua esistenza traduce nel quotidiano la totalità dell'istituzione carceraria. È un modulo che si compila per qualsiasi richiesta da fare all'amministrazione e anche per parlare con gli operatori esterni. La parola stessa spiega più di mille saggi sociologici. Domandina ha un suono da bambini, benevolo, all'inizio: ma poi rivela un fondo grottesco, con quella richiesta alla "Signoria Vostra" di poter "parlare con un operatore". Sembra uscita da un romanzo di Kafka, la domandina.
A volte (ammetto che nelle carceri più "illuminate" questo succeda raramente, a Rebibbia per esempio c'è una lista gestita dallo scrivano, ma sono eccezioni che nel mare magno della situazione italiana rappresentano poco e comunque non cambiano la possibilità per l'istituzione di attuare giri di vite in senso opposto), anche quando segui un detenuto da tempo, e lo chiami per il colloquio solito settimanale, e non c'è la domandina, non te lo chiamano: ne hanno facoltà.
Magari la domandina è scivolata via, o il detenuto era talmente depresso che non ce la faceva a scendere dallo scrivano per compilarla, o è stato punito e non ha potuto, o forse ha tentato il suicidio e tu vorresti vederlo, capire come sta per informare poi i familiari che non hanno notizie. Ma tu quella settimana non lo vedrai, non c'è la domandina. Ma non perché la guardia, che è poi quella che materialmente ti dice: "No, oggi no", sia sadica; a volte c'è una giornata di confusione, gli agenti sono pochi, poi la situazione si tranquillizza ma ormai sono le due, "abbiamo chiuso le celle".
Allora vedi un altro detenuto che torna dal lavoro, o riprende servizio la guardia "gentile" dopo la pausa pranzo, e chiedi loro di accertarsi delle condizioni del Senza Domandina o di salutartelo che lo vedrai la settimana prossima. E sai che lo faranno, e alla fine, settimana dopo settimana, cambiano i detenuti, cambiano gli operatori e anche le guardie, cambiano i direttori e le leggi, ma la domandina sta sempre li, a ricordarti che lui è un emarginato senza diritti, tu e la guardia siete delle pedine, e che il carcere è senz'altro ancora, nel profondo, un'istituzione totale talmente potente che gli basta un foglietto che sparisce per annullare anche la semplice voce di chi ci ha a che fare.
www.radicali.it, 23 gennaio 2015
Dopo aver numerose volte sollecitato il presidente Rosario Crocetta a procedere alla nomina del Garante regionale dei diritti dei detenuti, l'Associazione Radicali Catania ha proceduto a presentare una denuncia per danno erariale alla Procura Regionale della Corte dei Conti.
Ecco il testo integrale dell'esposto: "All'Ill.mo Signor Procuratore presso la Corte dei Conti di Palermo. Il sottoscritto Luigi Alfio Francesco Recupero, nato a Catania il 27 maggio 1971, residente in Catania in via M. La Rosa Buccheri 17, in qualità di segretario dell'associazione "Radicali Catania" di Catania aderente a "Radicali Italiani", ritiene doveroso sottoporre all'attenzione della S. V. quanto segue: La legge regionale siciliana del 19 maggio 2005 n.,5, ha istituito il garante per la tutela dei diritti dei detenuti e per il loro reinserimento sociale , per la Regione Siciliana; l'art. 33 è stato successivamente integrato e modificato dall'art. 23 commi 4 e 5 della legge regionale del 22 dicembre 2005 n.19.
In virtù di detta norma, all' art.33 comma 2 l.reg. 5/2005 è demandato al Presidente della Regione il compito, con proprio decreto, di nominare il "garante". Sino al 16 settembre 2013, tali funzioni sono state svolte dal Dott. Salvatore Fleres, che in detta data ha cessato per scadenza del mandato. Era compito-dovere proprio del Presidente della Regione, pertanto, nominare altro garante, secondo i parametri specifici indicati dalla legge. Invero, il Presidente Crocetta, disattendendo un dovere impostogli dalla legge istitutiva dell'ufficio del garante, non ha proceduto ad alcuna nomina.
Tale situazione, oltre a vanificare i principi propri della legge: di garanzia e, tutela delle persone detenute, attivandosi per il loro reinserimento sociale; attività alquanto importante sia dal punto di vista sociale, che politico, considerata la situazione di grave degrado e sovraffollamento delle carceri in Sicilia; ha creato e crea notevoli danni economici alle casse della Regione Siciliana.
L'ufficio del garante dei detenuti, infatti, è costituto da uffici operativi sia a Palermo che a Catania con oltre dieci dipendenti (nelle varie qualifiche: dirigente, funzionari, istruttori, assistenti) pagati dalla Regione Siciliana. Il personale, regolarmente in servizio nelle due sedi, in mancanza del garante (unico titolare dell'ufficio) non può svolgere alcuna funzione.
Dal settembre 2013 l'Ufficio, in mancanza di titolare, non può rispondere alle continue lettere dei detenuti o dei familiari, nessuno dei dipendenti può accedere agli istituti penitenziari per i controlli previsti dalla legge (mancando il garante che avrebbe dovuto delegare). Tale situazione è stata sottoposta costantemente alla attenzione del Presidente Crocetta, sia da parte dei Radicali, che da diverse Associazioni che operano nel settore.
Posto quanto sopra, è evidente che quanto riferito, oltre ad integrare l'omissione di cui all'art. 328 c.p., ha provocato e provoca danni economici di rilevantissima entità per la Regione Siciliana, che dal settembre 2013 paga regolarmente stipendi a dipendenti che si trovano nella impossibilità di svolgere alcuna attività, nonché provvede al mantenimento di uffici regionali (in due sedi: Palermo e Catania) che, allo stato, nella mancanza del titolare, sono totalmente inattivi.
di Paolo Signorelli
www.lultimaribattuta.it, 23 gennaio 2015
Il problema delle carceri italiane persiste e la situazione, nonostante piccoli segnali confortanti, rimane allarmante. Sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie ai limiti della decenza, carcere preventivo, suicidi. Sono questi i principali problemi cui deve sottostare un detenuto italiano. Ma non solo, anche negli ospedali psichiatrici giudiziari (i vecchi manicomi per intenderci) del nostro paese, la situazione è imbarazzante. Sono sei in tutto e uno, probabilmente il peggiore, si trova a Reggio Emilia. Una struttura che, purtroppo, conosce bene la famiglia romana De Luca. Michele, infatti, 52 anni, è il padre di Daniele, un ragazzo di 29 anni del quartiere Tor Bella Monaca, internato all'Opg di Reggio e morto in cella il 12 gennaio 2013, soffocato da un pezzo di bistecca. Una storia terribile, riportata dal "Garantista", una storia di un padre e di una madre, che per anni hanno dovuto fare i conti con la difficile malattia del figlio: una schizofrenia paranoide che era capace di farlo diventare violento, aggressivo. Una lotta quotidiana che li ha esasperati al punto che un giorno la donna, all'ennesima aggressione, ha denunciato il figlio per maltrattamenti.
Il giovane venne arrestato e portato nell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, ma genitori non abbandonano. Il 12 gennaio, però, Daniele muore in cella per asfissia. Il medico legale, in sede di autopsia, scopre subito la causa: asfissia dovuta ad un pezzo di carne di 10 centimetri. Il ragazzo, però, non poteva masticare perché aveva perso quasi tutti i denti. Parte così un'inchiesta giudiziaria a carico di ignoti per accertare le responsabilità.
Ma un anno fa ci fu la richiesta di archiviazione del caso, alla quale i genitori della vittima si continuano ad opporre. Con ogni probabilità, però, dovranno arrendersi. "È da due anni che nostro figlio è morto. Io aspetto ancora di sapere la verità e che venga fatta giustizia. Almeno chiudessero questi manicomi, perché di veri e propri manicomi si tratta". Da anni, si parla della chiusura di queste strutture, del tutto inadeguate per gestire la situazione dei reclusi. Ma, nonostante la tragedia di Daniele e di altre persone, la situazione rimane invariata e questi ospedali continuano a "funzionare". Deve esserci per forza un altro caso come quello del giovane romano per prendere provvedimenti?
di Bruno Persano
La Repubblica, 23 gennaio 2015
L'ultima fuga un anno fa. Arrestato in Francia e condannato a sei anni per evasione, era rinchiuso nella casa circondariale di Sanremo. Si è suicidato nel carcere di Sanremo Bartolomeo Gagliano il serial killer di Savona condannato di recente a oltre 6 anni di reclusione per l'evasione dal carcere di Marassi e il sequestro di un panettiere avvenuto durante la fuga verso la Francia. Gagliano si è impiccato con un lenzuolo alle sbarre della finestra della sua cella.
"Il detenuto si è impiccato alle grate della finestra, presso l'infermeria del carcere, dove era stato ricoverato ieri sera" dopo che aveva tentato il suicidio con una lametta, fa sapere in una nota il sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe.
Dall'inizio dell'anno già 4 detenuti suicidi in carcere - Con la morte di Gagliano, ricorda l'osservatorio permanente sulle morti in carcere, salgono a quattro i detenuti che si sono tolti la vita dall'inizio del 2015. I precedenti tre casi sono avvenuti nelle case circondariali di Monza e Venezia e nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Lo scorso anno i carcerati suicidi furono 43.
L'ultima fuga - Gagliano era rinchiuso nel carcere di Sanremo da poco più di un anno, da quando, a Mentone, la polizia francese lo fermò dopo tre giorni di latitanza. Allora il giudice di sorveglianza di Genova gli aveva concesso una licenza dal carcere di Marassi. Sequestrò un panettiere e con la sua auto passò la frontiera.
Alle spalle tre omicidi - Gagliano, 55 anni, siciliano di origine, era considerato da polizia e carabinieri "individuo molto pericoloso". Oltre ai tre assassini, aveva alle spalle anche un tentato omicidio: quello della fidanzata, una ragazza toscana, ferita con un colpo di pistola al volto durante un gioco erotico. Era l'aprile del 1990, ma il primo delitto risale a nove anni prima quando Gagliano uccise a Savona, sfondandole il cranio con una pietra, Paolina Fedi, di 29 anni. Venne condannato a otto anni di manicomio criminale a Montelupo Fiorentino da dove evase però nel 1989, assassinando poco dopo, a colpi di pistola, una transessuale uruguayana e un travestito.
Uccise a colpi di pietra una donna - Un colpo di pistola alla bocca era la sua "firma" sugli omicidi, ma fu sempre giudicato infermo di mente. Teatro degli omicidi l'autostrada Genova-Savona, e il quartiere di Carignano nel centro di Genova. Il primo delitto la notte del 15 gennaio 1981 quando Gagliano - aveva 22 anni - uccise a colpi di pietra una donna all'altezza del casello di Celle Ligure.
1989: un delitto e un tentato omicidio - Il giorno di San Valentino dell'89 la vittima fu il travestito Francesco Panizzi freddato nei giardini di Poggio della Giovane Italia, nel quartiere borghese di Carignano; il giorno dopo, in corso Aurelio Saffi, a poche centinaia di metri dal precedente omicidio, Gagliano sparò alla gola ad una donna rimasta in vita perché miracolosamente il proiettile sfiorò la colonna vertebrale.
Quella volta che sparò tra la gente - E nell'83, sfruttando una breve licenza concessa dai medici, Gagliano sequestrò un'intera famiglia e da Massa Carrara raggiunse Savona, spianò la pistola alla tempia di un taxista e minacciò un vigile urbano. Infine, inseguito dai carabinieri, si mise a sparare a caso tra gli studenti e ferì una diciassettenne.
E poi rapine, droga, armi, stupri - Finì in carcere dopo essere stato fermato ad un posto di blocco: in auto gli trovarono bossoli calibro 7.65 sparati dalla stessa pistola che aveva "firmato" i delitti. Ma la sua carriera criminale non si concluse qui: negli anni seguenti si susseguirono rapine, stupri, estorsioni, aggressioni, oltre a detenzione di droga, armi ed esplosivi.
"Carcere di Sanremo ad alto rischio", di Paolo Isaia (Secolo XIX)
Dieci giorni fa gli era piombata addosso l'ultima condanna, 6 anni e 10 mesi per rapina, sequestro di persona ed evasione, accuse legate alla rocambolesca fuga del dicembre 2013 durante un permesso premio dal carcere di Marassi, dov'era detenuto dal 2006 ancora per rapina, per aggressione e per detenzione di armi.
Da Marassi, dopo la cattura a Mentone, Bartolomeo Gagliano, 56 anni, serial killer di origine siciliana, era stato trasferito a valle Armea. Dove, ieri mattina, si è tolto la vita. Gagliano si è impiccato alle sbarre della sua cella utilizzando le lenzuola. Il corpo è stato scoperto intorno alle 10.30 dagli agenti della polizia penitenziaria, che hanno subito avvisato il 118. Per l'uomo, però, non c'era più nulla da fare.
Sul suicidio indagano i carabinieri di Sanremo, coordinati dal magistrato di turno, il pm Antonella Politi che, dopo la relazione del medico legale, valuterà se disporre o meno l'autopsia su Gagliano. Ma se la morte del cinquantaseienne non sembra nascondere misteri, ci sono altre circostanze da chiarire. Secondo quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, l'uomo sarebbe stato trasferito in una cella dell'infermeria dopo essersi procurato delle ferite sul corpo, mercoledì sera.
E negli ultimi giorni avrebbe manifestato una sempre maggiore agitazione. Gagliano, del resto, era stato condannato a 10 anni di carcere psichiatrico perché ritenuto infermo di mente quando commise il suo primo omicidio; evaso sempre durante delle licenze premio, tornò a uccidere altre due volte, venendo assolto per vizio totale di mente, e quindi trasferito in un ospedale psichiatrico giudiziario, prima della condanna del 2006. Per il Sappe, il suicidio di Bartolomeo Gagliano è legato alle criticità del carcere di valle Armea denunciate a più riprese.
"Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla polizia penitenziaria, pur con le criticità che lo caratterizzano, non si è riuscito a evitare in tempo l'insano gesto del detenuto - le parole del responsabile Donato Capece - avvenuto in una struttura più volte al centro delle nostre critiche per l'organizzazione del lavoro dei poliziotti, che sono quasi ottanta in meno rispetto all'organico previsto, e appunto per il reiterarsi di gravi eventi critici, evidente conseguenza di una disorganizzazione generale".
Nel mirino c'è sempre Francesco Frontirrè, "un direttore a tempo determinato: considerando che da oltre venti anni dirige il penitenziario di Sanremo, e da tempo anche quello di Imperia, non ha evidentemente nuovi stimoli professionali e pertanto lo si dovrebbe assegnare ad una nuova sede di servizio. Stesso discorso vale per il comandante di reparto, se non organizza al meglio il lavoro dei poliziotti". Conclude il Sappe: "I costanti gravi eventi critici che si verificano nel carcere di Sanremo - devono fare riflettere seriamente".
www.notizie.tiscali.it, 23 gennaio 2015
È partito solo da qualche settimana, ma Carcere Lab, il Laboratorio della Buona Notizia in carcere, ha già dato voce e speranza a chi, da tempo, è recluso e troppo spesso non ha voce. Si tratta di uno spazio web, nato all'interno del sito www.buonanotizialab.it, dedicato a pensieri e parole dei detenuti della Casa Circondariale di Bari.
Il "Laboratorio della buona notizia" - scrivono gli alunni della scuola carceraria - è per noi un'occasione di confronto dentro (e intendiamo dentro le mura, tra noi, così come dentro ciascuno di noi, in profondità) e fuori, per far arrivare la nostra voce dove non immaginiamo neanche. Questo Laboratorio è un tentativo di raccontare "la buona notizia" e non solo la sofferenza, il disagio, il dolore. Vogliamo esprimerci ma senza piangerci addosso, raccontare le nostre vite senza clamore, raccontare le nostre esperienze con semplicità, andando dritti al centro della notizia, perché il centro è sempre e solo la persona. Chi non ha mai messo piede qui dentro non può immaginare quello che significa. Per chi non ci ha mai incontrati siamo 'solo' detenuti, un'etichetta, un marchio difficile da cancellare".
"Ma noi, come gli altri, siamo prima di tutto persone. E, come gli altri, abbiamo i nostri pensieri, i nostri sentimenti. E anche qui c'è del buono". Carcere Lab, attivato nel capoluogo pugliese in via sperimentale per sei mesi, sarà poi diffuso tra i carcerati di tutti gli Istituti penitenziari della Puglia. Il progetto pilota fa parte della rete di laboratori della buona notizia che coinvolge scuole, oratori, associazioni, comunità, parrocchie. Promosso dall'Ucsi Puglia, associazione dei giornalisti cattolici presieduta da Enzo Quarto, è condiviso dall'Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
"Il punto di forza del nostro progetto è nella stessa parola laboratorio - spiegano dall'Ucsi. Un luogo che intende educare alla buona notizia, aperto al contributo di idee e azione di tutti, un tentativo di liberare chi osa raccontare il primato della persona sulla massa, del piccolo numero sui grandi numeri, dell'essere sull'avere dai ghetti delle rubriche buoniste, dagli spazi marginali riservati alle vicende edificanti, dalla quotidianità di un'informazione troppo urlata e omologante".
www.cinemaitaliano.info, 23 gennaio 2015
Quasi 1.500 persone hanno assistito in questi giorni a Bologna alle proiezioni del film "Meno male è Lunedì", prodotto da Tomato Doc&film, regia di Filippo Vendemmiati. Il film, che racconta dell'inedita "officina dei detenuti" all'interno del carcere della Dozza di Bologna e dell'incontro umano e professionale tra detenuti ed ex-operai in pensione, è stato premiato dal pubblico che ne ha apprezzato lo sguardo profondo ma anche ironico, dal quale emerge con forza il tema del lavoro come libertà e riscatto sociale.
La direzione del Cinema Nuovo Nosadella di via Berti ha deciso pertanto di proseguire le proiezioni secondo questo calendario: venerdì 23 alle ore 20,00, sabato 24 e domenica 25 alle ore 17,25. "Non saremmo sinceri, dice Simone Marchi della Tomato Doc&Film, se non ammettessimo che forse ce l'aspettavamo, magari non in queste proporzioni, perché "Meno male è Lunedì" è un film che emoziona ma fa anche sorridere, mentre parla di dignità e di lavoro. Ora la vera sfida distributiva è portare il film in tutta l'Emilia Romagna e nelle principali città italiane". "La partecipazione travolgente da parte del pubblico, racconta Filippo Vendemmiati, mi regala una speranza che vorrei trasmettere a tutti coloro che in Italia realizzano documentari".
Dire, 23 gennaio 2015
Otto istituti di detenzione italiani, un viaggio attraverso le attività rugbistiche esistenti in Italia. Una ricerca appassionante su come la pratica sportiva incida nell'animo delle persone. Storie di detenuti che nel rugby cercano il riscatto personale, di operatori che impegnano il proprio tempo libero per andare a insegnare il rugby in carcere. Di uomini della Polizia che queste attività le hanno volute, permesse, promosse.
Falda si è recato nel carcere minorile di Nisida e negli istituti detentivi di Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro, Bollate e Firenze. Lì ha incontrato gli operatori esterni, gli educatori/allenatori, i direttori, i comandanti della polizia penitenziaria e naturalmente i detenuti, per vivere direttamente queste esperienze. Lo scrittore racconta ora un altro aspetto di questo sport che piu' di altre discipline insegna il rispetto per il proprio avversario e l'attenzione alle regole, "uno sport bestiale giocato da gentiluomini".
"Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" esce con il patrocinio del ministero della Giustizia, dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, della Federugby e del Club Italia Amatori Rugby. Un libro che vuole essere "non solo un'opera di narrativa pura e semplice ma anche un mezzo utile a promuovere un'attività che sonda dal suo alveo sportivo per diventare strumento di sostegno sociale". Il libro è pubblicato da Absolutely Free Editore, 254 pagine per un costo di 14 euro.
Adnkronos, 23 gennaio 2015
"Ragioni mediche" hanno spinto le autorità saudite a rinviare per la seconda volta la fustigazione del blogger Raef Badawi, al centro di un caso internazionale. Lo ha annunciato in una nota Amnesty International, spiegando che la fustigazione di Badawi, prevista domani, "è stata sospesa dopo che una commissione di medici ha stabilito che non può essere sottoposto alla seconda tornata di frustate".
Badawi, 30 anni, era stato condannato il 5 novembre a dieci anni di carcere e a mille frustate per aver insultato l'Islam e per reati informatici. Le autorità della monarchia del Golfo avevano anche messo al bando il sito web da lui creato, Liberal Saudi Network. Il 9 gennaio il blogger saudita ha ricevuto in pubblico a Gedda la prima tranche di frustate, ben 50, subito dopo la preghiera del venerdì. Per espiare la pena l'uomo dovrebbe essere sottoposto alla stessa punizione per altre 19 volte.
- Stati Uniti: il giornalista di Anonymous Barrett Brown condannato a 5 anni di carcere
- El Salvador: il Parlamento ha concesso la grazia a donna condannata a 30 anni per aborto
- Turchia: detenuto transessuale autorizzato a cambiare sesso, è il primo caso nel Paese
- Egitto: la Corte penale del Cairo ordina rilascio dei figli di Mubarak
- Presentato in Senato un disegno di legge sul "diritto all'affettività" per i detenuti










