di Enzo Risso
Il Domani, 3 agosto 2026
Il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro Paese, Italia compresa, ma il 44 per cento vorrebbe chiudere interamente i confini italiani. E la protezione da dare ai rifugiati diviene accettabile solo quanto è territorialmente distanziata. L’opinione italiana sui rifugiati non si dispone lungo una semplice alternativa tra apertura e chiusura. Nel 2026, il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro paese, Italia compresa (cinque punti sopra la media dei 29 paesi rilevati da Ipsos). Il principio dell’asilo conserva, formalmente, una legittimità ampia, ma quando dall’enunciato generale si passa al funzionamento concreto, il consenso si frammenta.
di Alessia Candito
La Repubblica, 3 agosto 2026
La Gran Bretagna per prima ha tentato di esternalizzare in Africa le strutture. La Danimarca ci prova in Kosovo. Finora non ha funzionato. Non ce n’è uno che abbia funzionato. Ogni progetto di creazione di hub in Paesi terzi è finora miseramente naufragato, con a strascico gran spreco di denaro pubblico. Ma dopo la crisi di Ceuta, c’è chi in Europa si mostra più che disponibile alla mossa del governo Meloni, che lavora un’accelerazione sui return hub lontani dalle frontiere dell’Unione, incluso in Paesi che la stessa Ue identifica come “non sicuri”. Un’iniziativa non nuova, ma già in passato bocciata da Corti nazionali e internazionali perché in contrasto con i diritti fondamentali.
di Maurizio Molinari
La Stampa, 3 agosto 2026
L’assalto di migliaia di migranti marocchini all’enclave spagnola di Ceuta mette l’Ue alla prova e rischia di giovare ai populisti: i 27 partner sono profondamente divisi e senza un accordo nella riunione di domani può aprirsi una spaccatura assai più profonda di quelle già esistenti su energia, difesa o guerra in Ucraina. A descrivere l’entità dello scontro sono i numeri: Italia e Germania guidano ben 22 Paesi a favore della linea dura sui migranti illegali con le eccezioni di Francia, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda che sostengono la Spagna di Sanchez, sul banco degli imputati per averne fatti entrare almeno 1,2 milioni negli ultimi anni. È una spaccatura che investe la sostanza stessa del progetto europeo perché contrappone chi considera l’immigrazione illegale un’emergenza da gestire con fermezza e chi la ritiene una questione umanitaria da affrontare con gli strumenti dell’accoglienza.
di David Allegranti
La Nazione, 2 agosto 2026
È arrivato agosto. Temperature altissime, percepite e non. Sembra l’estate del 2003, ma forse è pure peggio. E se soffre la comunità dei liberi, figuriamoci quella dei ristretti. Un pensiero che tuttavia non sembra essere sufficientemente condiviso. Nel carcere di Bancali, a Sassari, è morto un detenuto di 36 anni. Si trovava in una cella del reparto ospedaliero dove era ricoverato. Era affetto da un disagio psichiatrico, era in carcere per piccoli reati. Ha dato fuoco alla cella ed è morto carbonizzato. “Ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato. Occorre chiedersi quali condizioni materiali, psicologiche e sanitarie possano condurre una persona a una simile disperazione. Il carcere non può diventare un luogo in cui la sofferenza annienta la speranza”, ha detto Irene Testa, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Sardegna: “Ma quante altre tragedie dovranno verificarsi prima che la tutela della dignità e della vita delle persone detenute diventi una priorità?”.
di Tazio Brusasco
volerelaluna.it, 2 agosto 2026
Da qualche mese non entro in carcere come docente: il mio insegnamento si è concluso a fine agosto 2025, quando ho chiesto di rientrare nella scuola di titolarità. Eppure, quel mondo nella mia mente palpita ancora. Penso a chi ho incontrato. Talvolta chiedo aggiornamenti ai colleghi che mi sono succeduti. Telefonate concrete: loro mi interrogano sugli aspetti organizzativi, io mi informo sulle persone con le quali ho trascorso un triennio. Per fortuna, alcune sono uscite. È di loro che vorrei parlare, partendo da tre domande: quanti, a distanza di pochi mesi dal riottenimento della libertà, sono stati effettivamente riammessi alla società civile? quali ostacoli limitano o impediscono il reingresso? fino a quale grado è opportuno che noi educatori seguiamo le loro vicende anche fuori? Sono interrogativi ampi e condivisi, oggetto di studi e riflessioni.
di Vincenzo Donvito Maxia*
imgpress.it, 2 agosto 2026
Ok definitivo della Camera al ddl che stabilisce che i detenuti tossicodipendenti non debbano restare in carcere ma, se aderiscono ad un programma di recupero, debbano scontare la pena agli arresti domiciliari. Il principio è buono. Soprattutto in un sistema carcerario che conta 64.645 detenuti ristretti in celle per 46.242 posti. E che da inizio anno ha fatto registrare 24 suicidi. Un sovraffollamento del 140%. Ma ci sono alcuni problemi che non sappiamo se e come verranno risolti. I detenuti tossicodipendenti sono 19.755 e circa 13.277 i posti letto nelle comunità terapeutiche, in gran parte già occupati. Dove saranno ospitate queste migliaia di persone senza investimenti? La dipendenza va curata con percorsi di cura individualizzati. Del ddl inoltre può beneficiare solo chi è in cura al Serd e non è recidivo: ovvero una minima parte dei detenuti tossicodipendenti.
di Giuseppe Bagni
volerelaluna.it, 2 agosto 2026
Questo Governo va di nuovo all’assalto dell’adolescenza. Si vuole la punibilità dai 14 ai 18 anni. Non possono votare, non possono lavorare sotto contratto, ma possono andare in galera, ovviamente accompagnati dai genitori o in autobus perché non hanno l’età per guidare una macchina. Visto che sono in obbligo d’istruzione sarà il carcere a farsene carico, certo troveranno ottimi maestri tra i compagni di cella. Fino all’emanazione del decreto Caivano, per i minori che commettevano un reato non c’era, per lo più, la detenzione negli istituti di pena minorili (che oggi esplodono per il sovraffollamento), ma i percorsi di “messa alla prova”: quanti ragazzi ho visto rifiorire nella mia scuola, tolti dai loro ambienti (il quartiere, ma purtroppo spesso anche la famiglia) e accompagnati a scuola dai carabinieri. Dal decreto in poi, per il furto di un cellulare con l’aggravante della minaccia di uno schiaffo si va direttamente dietro le sbarre con tanti saluti ai percorsi di “messa alla prova”, istituto del diritto penale minorile, nostro fiore all’occhiello in Europa.
di Alberto Perduca
La Voce e il Tempo, 2 agosto 2026
Alimentata da recenti fatti di cronaca, la delinquenza minorile continua ad essere trattata dalle forze di governo come emergenza da contrastare soprattutto con il ricorso allo strumento penale. All’inizio del luglio 2026, alla Camera si inizia ad esaminare la proposta di legge volta a ridurre a 13 anni la soglia minima per l’imputabilità. Quest’ultima si fonda sulla capacità di intendere e di volere e in sua mancanza nessuno può essere sottoposto a pena per il reato commesso. Pur elaborato in un contesto autoritario, da quasi un secolo il Codice penale stabilisce un regime differenziato di imputabilità in relazione all’età. In particolare, la esclude per gli infraquattordicenni mentre esige che venga accertata in concreto per coloro che hanno compiuto già i 14 ma non ancora i 18 anni.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 2 agosto 2026
La storia di Matteo, assassino a 19 anni. Nel 2011 il ragazzo, oggi 34enne, ha aggredito due carabinieri dopo un rave provocando la morte di uno. “Don Mazzi è stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa”. L’ultima carezza gliel’ha restituita. “Sono andato a salutare don Antonio Mazzi”. Matteo gli ha passato una mano sul viso, come il sacerdote faceva con lui quando era giovanissimo e aveva sulle spalle una vita senza direzione e un ergastolo appena pronunciato. È stato il suo ultimo grazie. Don Mazzi, morto venerdì a 96 anni “ci ha salvato tutti e tre”, dicono insieme Matteo, sua mamma Irene Sisi e Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli rimasto ucciso.
di Cristiano Cupelli
Il Foglio, 2 agosto 2026
Il diritto penale ridotto a spot elettorale trasforma la norma in un capo di stagione. Nasce sull’onda dell’allarme, rassicura per un istante, poi si logora. Tra leggi‑meme e colpevoli necessari, a rimetterci sono tassatività, garanzie e la tenuta stessa del sistema. Giovanni Fiandaca ha descritto nei giorni scorsi, su queste colonne, i contorni di un diritto penale ridotto a “spot elettorale”: fattispecie incriminatrici che servono al consenso di un istante più che alla tutela di un bene. C’è ormai un modo di fare - e di applicare - le leggi penali che somiglia da vicino a un modo di vestirsi: la norma nasce in fretta, sull’onda di ciò che accade, dura una stagione e poi si ripone nell’armadio degli indefiniti e spesso dimenticati testi legislativi.
- La claudicante verità sulla strage di Bologna
- Sardegna. “Stop al 41 bis e report sulle carceri”
- Sassari. Caso Bancali, il cappellano: “Le carceri sono i nuovi manicomi, la politica finge di non vedere”
- Cosenza. Detenuto domiciliare si lancia dal balcone dopo un controllo dei carabinieri e muore
- Pisa. Inferno Don Bosco. Il carcere non regge più









