di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 20 marzo 2025
Le opposizioni insorgono dopo le parole della premier sul testo di Spinelli: “Vergogna, è oltraggio alla democrazia”. Seduta sospesa due volte. Il dem Fornaro si accascia sul seggio suo con gli occhi lucidi, mentre i suoi compagni di partito fanno a gara per consolarlo. È la scena madre di una mattinata tumultuosa, a Montecitorio, che in realtà era partita in un modo tranquillo come martedì al Senato, e che improvvisamente si è infiammata, tanto da costringere il presidente Fontana a sospenderla per due volte. Il coup de théâtre ce l’aveva in serbo la presidente del Consiglio, che in sede di replica, dopo aver sostanzialmente ripetuto quanto già detto a Palazzo Madama, ha aggiunto in coda un ingrediente la cui esplosività forse era stata sottovalutata dalla stessa Giorgia Meloni.
di Vittorio Pelligra
Avvenire, 20 marzo 2025
L’operazione messa in atto dalla Presidente del Consiglio sembra ispirata da un misto di arroganza, malafede e smaccata ignoranza. Citare, come ha fatto Giorgia Meloni, il Manifesto di Ventotene in quella maniera è come citare il Vangelo dove leggiamo, tra le altre cose, “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” (Mt 10,34) e concludere che Gesù è un estremista guerrafondaio. È chiaramente una provocazione, una mossa strumentale che può avere presa su molti, purtroppo, in particolare su chi non conosce la storia del nostro Paese e la vita di coloro che hanno redatto quel manifesto. Erano dei giganti che Mussolini codardamente aveva condannato al confino per paura delle loro idee. Idee che per fortuna e grazie al loro coraggio e a quello di Ursula Hirschmann e Ada Rossi superarono i confini dell’isolotto e cambiarono la storia.
di Alessandro De Angelis
La Stampa, 20 marzo 2025
La classe dirigente italiana si accapiglia sulla Seconda Guerra Mondiale, mentre si rischia la Terza. Mentre la politica, quella che rischia di metterci nell’angolo come Paese, la fanno altri. Altrove. Non è la prima volta che accade questo: nel discorso in vista del Consiglio europeo Giorgia Meloni assume un tono prudente, istituzionale, senza picchi. Poi, nelle repliche, si libera dai freni inibitori. Ci si potrebbe affidare alla spiegazione psicologica di un inconscio a fatica represso. Oppure - più probabile - alla tesi del format perfettamente voluto: tanto più è costretta al vincolo esterno (sulle armi, in fondo, ha detto sì e sull’Ucraina non ha ceduto), tanto più deve regalare poi, a mo’ di compensazione, un po’ di sangue alla curva. Sia come sia, questa volta ad equilibrismo estremo e quasi noioso al primo giro, ha corrisposto una provocazione altrettanto estrema al secondo sul Manifesto di Ventotene, presentato quasi come un inno al socialismo reale.
di Diego Motta
Avvenire, 20 marzo 2025
Dall’aggressione russa in Ucraina alla dottrina Trump, passando per quel che accade a Gaza, il diritto internazionale è sotto attacco. I giuristi: bisogna resistere ai disegni dei padroni del mondo. Nel tempo della guerra e della forza, gli uomini al comando dispongono e decidono, mentre gli altri si adeguano, sperando di limitare i danni. Sembra essere questo lo scenario con cui fare i conti, in una tremenda accelerazione mondiale partita con l’aggressione della Russia all’Ucraina nel febbraio 2022 e proseguita il 7 ottobre 2023 con il pogrom di Hamas e la successiva, smisurata vendetta di Israele su Gaza. Anche nella definizione di possibili tregue e cessate il fuoco, la legge del più forte vince a mani basse. Sessanta giorni di “dottrina Trump” in materia sono lì a dimostrarlo: se va bene, si decide tutto tra lo Studio ovale, Mar-a-Lago e i caminetti convocati via via in “Paesi sicuri”. Viene meno tutto il resto, a partire dal rispetto del diritto internazionale. Non solo: l’offensiva della Casa Bianca nei confronti di istituzioni come la Corte penale internazionale e l’Oms, la decisione di Washington di uscire dagli accordi sul clima di Parigi e l’insofferenza mostrata verso soggetti come l’Onu e la stessa Nato dimostrano che non siamo in presenza di colpi di testa del tycoon, ma di una vera e propria strategia. Qual è l’obiettivo? E quali sono i rischi? L’ impressione è che per le due grandi superpotenze più una (Usa e Cina, più la Russia) da cui dipende una parte dell’assetto mondiale, si debba procedere a un progressivo riallineamento del sistema politico e diplomatico, dopo una fase di disordine internazionale che ha messo in crisi soprattutto il quarto attore-chiave, l’Europa. Il tutto deve avvenire a partire da un principio base: esistono gli Stati, che possono fare e disfare a loro piacimento, come se intorno a essi non ci fosse nulla. La regolazione dei rapporti tra gli Stati pare prescindere da entità sovranazionali, in una prospettiva di disintermediazione sorprendente: il pallino è in mano ai singoli leader, che si mostrano all’opinione pubblica dotati di superpoteri, compresi quelli di provocare le guerre o decretarne la fine. Eppure le norme internazionali non sono cambiate, dal divieto all’uso della forza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (con le eccezioni previste espressamente dalla Carta delle Nazioni Unite, quali la legittima difesa e il sistema di sicurezza collettiva) al perseguimento di coloro che sono ricercati per crimini internazionali contro l’umanità. “Attraversiamo una fase storica che chiede alle democrazie di resistere su quelle leggi e su quei principi che le hanno ispirate” spiega Chiara Ragni, ordinario di Diritto internazionale all’Università degli Studi di Milano.
di Elizabeth Bruenig*
Internazionale, 20 marzo 2025
Negli Stati Uniti esiste una contraddizione profonda sulla pena di morte, radicata nell’ottavo emendamento: il governo può legalmente uccidere una persona (la tortura di tutte le torture) ma non può sottoporla a sofferenze superflue. Il paradosso è evidente: il detenuto viene protetto da una violenza minore mentre subisce una violenza suprema. Da questa confusione nasce la necessità di esecuzioni relativamente indolori. Le stesse persone che rinchiudono i detenuti nel braccio della morte in celle claustrofobiche sono tenute a garantirne il benessere mentre si avvicinano alla loro morte. Con questa missione in mente, i governi statali stanno rovistando nel passato alla ricerca di un metodo che possa soddisfare i vincoli sulle sofferenze eccessive senza però compromettere l’obiettivo finale, cioè l’eliminazione fisica del detenuto.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 20 marzo 2025
I volti sono segnati dall’esperienza della prigione, al campo il morale è basso: se Mosca vince dovremo scappare. Il ministro della Difesa: “A differenza della Russia noi li prepariamo invece di mandarli al macello al fronte”. Il ricordo più nitido che Mykyta ha della guerra è l’attacco subito da uno dei suoi più cari amici, Vania Petrenko. Avevano vissuto fianco a fianco per mesi, poi la brigata d’assalto a cui era stato destinato e di cui era comandante è stata attaccata dall’artiglieria russa a Toresk. Mykyta in quel momento era di stanza a Klishchiivka e quando ha ricevuto la notizia della morte del suo amico, non ha potuto lasciare le sue posizioni per dargli l’ultimo saluto.
di Kateryna Kovalenko
linkiesta.it, 20 marzo 2025
I detenuti ucraini subiscono torture, isolamento e privazioni che violano ogni norma umanitaria. Tornare a casa è una vittoria, ma non cancella mesi o anni di abusi. Durante la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin di martedì, il dittatore russo avrebbe informato il presidente americano dello scambio di trecentocinquanta prigionieri di guerra, centosettantacinque per parte. Non solo, la Russia ha promesso anche di rimpatriare in Ucraina ventitré militari gravemente feriti. Almeno sullo scambio di prigionieri, Putin ha mantenuto la parola, visto che non ha fatto lo stesso sugli attacchi alle infrastrutture. La scorsa notte Mosca ha attacato con droni l’ospedale a Sumy e l’infrastruttura elettrica a Slovyansk.
di Claudio Bottan
vocididentro.it, 19 marzo 2025
L’ultimo in ordine di tempo è un italiano di 58 anni. Si è tolto la vita ad appena 48 ore dal precedente suicidio nello stesso carcere di Verona-Montorio dove si trovava dal giorno prima. “Continua la scia di morte nelle carceri. A livello nazionale, sale così a 19 la tragica conta dei morti di carcere e per carcere nel 2025, cui bisogna aggiungere un operatore” dice Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria. “16mila reclusi oltre i posti disponibili e più di 18mila agenti mancanti alla Polizia penitenziaria, uniti a deficienze strutturali, logistiche e organizzative, costituiscono un mix esplosivo che lungi dal fare delle prigioni luoghi di recupero e rieducazione le trasformano in strutture di mera espiazione e morte. Basta guardare ai più elementari indicatori numerici, checché ne dicano il Guardasigilli, Carlo Nordio, e il Governo Meloni”, prosegue De Fazio.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 marzo 2025
Un altro detenuto si toglie la vita nel penitenziario di Montorio, dove si soffre la carenza di organico e il sovraffollamento: ci sono 590 detenuti stipati in uno spazio pensato per 318. Non ha resistito nemmeno 24 ore. Un uomo di 58 anni, arrestato lunedì, è stato trovato morto oggi nel carcere di Montorio, a Verona. Un altro suicidio. Il secondo in 48 ore. Il diciannovesimo in Italia dall’inizio dell’anno. Un record macabro, ma che non sorprende, non più. Veronese, era finito in carcere per danneggiamento, stalking e violazione al divieto di avvicinamento, dopo l’ennesima denuncia presentata dalla figlia e dalla ex compagna. Aveva già conosciuto il carcere, tra condanne e misure cautelari. Lunedì ci è tornato. Martedì si è tolto la vita.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 19 marzo 2025
Un giorno nella sezione femminile dell’istituto la Dozza di Bologna, tra i sogni spezzati delle detenute e il grido d’allarme delle agenti penitenziarie. L’ultima traccia della società è confinata nel rettangolo della sala colloqui, un acquario di sedie e tavolini bianchi spogliati di ogni conforto. Dal vetro della sala perquisizioni si contano tre uomini, arrivati come alieni in un pianeta che può ospitarli per il tempo di un abbraccio. Per il resto la sezione femminile del carcere di Bologna, la Dozza, è una comunità di sole donne. Il mondo chiuso delle ragazze, il cui recinto di sbarre permette ancora di intuire il cielo azzurro e il destino del vicinato, quando nel pomeriggio le voci del campetto da calcio attraversano le mura alte e spesse che le separano dall’istituto maschile.
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