di Paolo Lambruschi
Avvenire, 20 ottobre 2024
Intervista a Francesca De Vittor, docente di Diritti dell’uomo all’Università Cattolica. “Paesi sicuri? Se non si rispettano i criteri del diritto europeo la magistratura può e deve intervenire”. Nonostante i proclami del governo, fino al 2026 non cambierà nulla. La lista dei Paesi di origine sicuri, sulla quale si è infranto l’avvio dei primi hotspot in Albania, dovrà tenere conto per due anni della sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, citata come base giuridica dal Tribunale di Roma nella sentenza dell’altro ieri che ha riportato i migranti in Italia. Ne parliamo con Francesca De Vittor, docente del corso di Diritti dell’uomo presso l’Università Cattolica.
di Ornella Favero*
Il Riformista, 19 ottobre 2024
Quando si parla di recidiva nel nostro Paese spesso si citano dati approssimativi, anche perché le ricerche sono poche, e per lo più ormai datate. Vale la pena però leggere uno studio, “Pena e ritorno. Una ricerca su interventi di sostegno e recidiva” di Giovanni Torrente e Daniela Ronco, che per quanto limitato a una esperienza nel contesto piemontese, mette a nudo i problemi più spinosi, affermando che “la fotografia del sistema penitenziario italiano mostra come al di là di progetti estemporanei e circoscritti, la formazione e il lavoro in carcere risultano lontani dall’obiettivo della qualificazione”.
Ristretti Orizzonti, 19 ottobre 2024
Lettera aperta alle parlamentari e ai parlamentari della Repubblica. Non c’è più tempo: bisogna fermare la strage di vite e diritti nelle carceri italiane. Più di quanto non sia mai stato, le carceri italiane sono diventate un luogo di morte e disperazione. Dall’inizio dell’anno ormai ben oltre settanta le persone si sono tolte la vita dietro le sbarre, quanti non mai dall’inizio del secolo in poco più di nove mesi. E con loro hanno deciso di farla finita sette agenti di polizia penitenziaria. Ognuno di loro avrà avuto le proprie personali ragioni per arrivare a quella scelta ultima ed estrema, ma quelle morti ci interrogano sull’ambiente di vita e professionale in cui avvengono e sulle sue croniche carenze.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 19 ottobre 2024
Dal 1992 spetta non più al Presidente della Repubblica, ma alla Camera e al Senato con maggioranza qualificata, l’approvazione dell’amnistia. Ma da allora, per questa ragione, non ce ne sono state più perché manca un’assunzione di responsabilità. Sottoscrivo - per quel che conta e per quel che conto - l’appello ai parlamentari di Luigi Manconi e altri per “fermare la strage di vite e diritti nelle carceri italiane” attraverso un provvedimento di clemenza, preferibilmente una legge di amnistia. Ma sottoscrivo non senza avvertire una grande ironia, che non riguarda soltanto la politica carceraria. È noto che dal 1992 spetta non più al capo dello stato, ma al Parlamento con maggioranza qualificata, l’approvazione dell’amnistia; ed è altrettanto noto che da allora, per questa ragione, di amnistie non ce ne sono state più. L’appello invita a una “condivisione di responsabilità tra le forze politiche”, ma il vero problema è che ormai, in tutti gli ambiti che richiedano assunzioni di responsabilità impopolari, vige tra i partiti uno stallo che ricorda il famoso “dilemma del prigioniero” della teoria dei giochi, con la differenza che qui il carceriere è l’opinione pubblica aizzata dalla cattiva stampa. Maggioranza e opposizione possono anche accordarsi di non collaborare con la canizza forcaiola, ma vivranno nel timore (spesso fondato) che all’ultimo la controparte si sfilerà dall’intesa. Perciò, in ultimo, conviene a entrambi cavalcare la belva. Dov’è l’ironia, allora? Eccola: è che i parlamenti adulti della Prima Repubblica, di cui pure si sono denunciati a ragione i vizi consociativi, forse sarebbero stati capaci di un’assunzione di responsabilità come quella promossa dall’appello, anche se la legge non gliela richiedeva. Quelli dell’attuale asilo infantile, invece, che in teoria potrebbero votarsi l’amnistia da soli, nei fatti la accetterebbero solo se fosse concessa da un sovrano in grado di esentarli dal dilemma di cui sopra. Forse è tempo di rimettere la clemenza sulle ginocchia del Quirinale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 ottobre 2024
Lo si sapeva già, ma il decreto carcere voluto dal ministro Nordio che, per sua natura, è emergenziale e quindi finalizzato a risolvere almeno a medio termine l’allarme sovraffollamento e suicidi, non funziona. A pesare sono le parole dell’avvocata Maria Brucale di Nessuno Tocchi Caino, che su Facebook punta il dito sull’inefficacia del decreto, nella parte in cui teoricamente avrebbe dovuto facilitare la liberazione anticipata. In sostanza, delinea uno scenario preoccupante di disomogeneità applicativa e interpretazioni contrastanti.
di Marianna Gatta
terzogiornale.it, 19 ottobre 2024
Una deriva criminalizzante, con l’abbandono di qualsiasi percorso rieducativo a favore del semplice “sbattili in galera”. Se un ragazzino di quattordici anni viene trovato con uno 0.4 di hashish e venti euro in tasca può essere portato in un istituto penale minorile, dove probabilmente si troverà a dividere la cella con un coetaneo colpevole di un reato ben peggiore. Se poi l’adolescente è un minore straniero non accompagnato, la situazione si aggrava ulteriormente. È l’effetto del “decreto Caivano” che ha previsto l’arresto in flagranza di reato per i minori, e ha esteso i casi di custodia cautelare in carcere, disposti anche per crimini di minore entità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 ottobre 2024
A quasi un anno dalla storica sentenza della Corte costituzionale che ha garantito ai detenuti il diritto a colloqui intimi riservati, il Dap continua a far orecchie da mercante. Il Garante per il Lazio, Stefano Anastasìa, denuncia l’assurda situazione, definendola “inconcepibile” per uno Stato di diritto. La sentenza n. 10 del 26 gennaio 2024 aveva spalancato le porte ai colloqui riservati, ma a dieci mesi di distanza, secondo Anastasìa, “nessun detenuto ha ancora potuto usufruire di questo diritto”. Il caso di Viterbo è la punta dell’iceberg: 102 detenuti, come riportato da Il Dubbio, attendono da oltre 90 giorni una risposta alla loro richiesta di colloqui riservati, presentata il 2 giugno 2024. Di fronte a questo immobilismo, il Garante Anastasìa è intervenuto con urgenza, sollecitando la direzione del carcere ad agire immediatamente. È necessario che vengano individuati al più presto spazi idonei ai colloqui riservati e che venga definita una nuova regolamentazione dell’accesso all’istituto.
di Leo Beneduci*
Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2024
Con la pronuncia n.10 del 26 gennaio 2024, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 18 della Legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede che la persona detenuta, previi determinati requisiti, possa essere ammessa a svolgere colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, in pratica ritenendo ammissibile il coltivare momenti di affettività intima anche nel corso dell’esecuzione penale in carcere.
di Frank Cimini
L’Unità, 19 ottobre 2024
Nel discorso di inaugurazione del nuovo anno giudiziario il Procuratore di Perugia salta indietro di cinquant’anni e ci riporta alla strategia della tensione. Nella sua relazione in vista della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 il procuratore capo della Procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, per illustrare i pericoli derivanti dal terrorismo nella fase attuale, dopo aver citato il fenomeno islamico, che in verità in questo paese ha prodotto zero attentati, si concentra sul fronte interno. Il procuratore, da tempo magistrato molto mediatico, se la prende ovviamente con gli anarchici e, pur avendo in mano molto poco di concreto, lancia l’allarme: “È fatto notorio come nella zona del Folignate operi da tempo un gruppo anarchico in contatto con il noto ideologo detenuto in carcere per altri reati, Alfredo Cospito. Il gruppo cui si fa riferimento è ancora attivo ed operativo, sia pure soprattutto con attività di affissioni di manifesti inneggianti alle attività rivoluzionarie e con manifestazioni di protesta a sostegno dei compagni detenuti”.
di Giovanni Flora*
Il Riformista, 19 ottobre 2024
Un qualche cosa, dunque, che renderebbe più grave il nuovo delitto commesso in conseguenza di una constatata “insensibilità” del “reo” alla condanna precedentemente subita, indice di maggior capacità a delinquere. E questo è il primo punto su cui riflettere in una prospettiva di rifondazione del sistema sanzionatorio. Il recidivo sarebbe dunque soggetto tendenzialmente inemendabile e, in caso di recidiva reiterata, irrimediabilmente perduto. La logica è dunque, apparentemente, quella della maggiore rimproverabilità in chiave etico-retributiva. In realtà il sistema costruisce, sotto le mentite spoglie di una circostanza aggravante, un “tipo di autore”, “il recidivo” (infatti il codice elenca subito dopo le figure del delinquente abituale, professionale o per tendenza, al cui riconoscimento consegue, oltre agli aumenti di pena per recidiva, anche l’applicazione di misure di sicurezza, in un mix irrisolto di maggiore rimproverabilità e di pericolosità “qualificata”).
- Misure di prevenzione dopo il carcere, la pericolosità sociale va sempre rivalutata
- Lavoro di pubblica utilità, il ritardato consenso dell’ente non esclude la sanzione sostitutiva
- Torino. Detenuto si tolse la vita in carcere, i familiari chiedono che venga riaperto il caso
- Reggio Calabria. Maysoon e le altre, gli occhi smarriti dietro le sbarre
- Bolzano. “Cambiare per ricominciare”, percorsi di reinserimento per detenuti ed ex detenuti











