di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 21 gennaio 2025
Non è finita. Dopo le due decisioni della Consulta, opporsi all’autonomia differenziata assume un significato ancor più rilevante. Preclusa la via diretta dell’abrogazione di una brutta legge, resta la necessità di affermare un regionalismo costituzionalmente orientato. Questo è stato scritto nella prima sentenza del nostro giudice delle leggi che è l’antecedente storico, ma anche logico, della seconda decisione sull’inammissibilità. Da qui bisogna ripartire. A ben vedere - come abbiamo già avuto modo di evidenziare in tempi non sospetti su queste pagine - persino l’abrogazione della legge 86 del 2024 per via referendaria non ci avrebbe esentato dall’onere della prova contraria: la necessità di indicare il modello di regionalismo solidale che la nostra Costituzione pretende. Ora, la decisione della Corte costituzionale sull’inammissibilità - che non ci dà soddisfazione, ma che ci riserviamo di valutare nel merito quando leggeremo le motivazioni - ha accelerato i tempi e ci pone da subito di fronte alle nostre responsabilità.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2025
Discutendo con un ragazzo di 18 anni mi sono sorpresa sentendogli dire che la democrazia è una invenzione dell’Occidente, che non tiene conto delle esigenze delle masse e delle nuove scoperte tecnologiche. E quale sarebbe la alternativa? Un sistema rigido di controllo, è stata la risposta. Ma chi farebbe questo controllo, visto che ogni controllo porta censura e censura porta sottomissione alle volontà del più forte? Mi ha guardato con un sorriso di sufficienza e mi ha detto che queste sono nostalgie di un passato che non esiste più.
di Marco Rossi-Doria*
Corriere della Sera, 21 gennaio 2025
La principale questione educativa nel nostro Paese è la povertà educativa. Ma ci sono anche cose sorprendenti, modelli per altre nazioni. L’educazione? Atto d’amore. L’esempio dell’Italia: cosa funziona e cosa no. Nel celebrare la Giornata dell’Educazione, l’Onu ci ricorda che è il sapere alla base dello sviluppo ed è la conoscenza diffusa a determinare la forza delle economie e il rapporto tra queste e la sostenibilità sociale e ambientale. Al contempo, ricorda che la conoscenza è un diritto di tutti. Se è questo il senso del 24 gennaio, per l’Italia è un giorno di riflessione.
di Daniela Fassini
Avvenire, 21 gennaio 2025
Njeem Osama Elamsry, detto Almasri, fermato nel capoluogo piemontese su mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Le Ong: perché si nascondeva in Italia? Potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, l’arresto di ieri a Torino, di Njeem Osama Elmasry (Almasri), il capo della polizia giudiziaria di Tripoli. L’uomo è stato fermato nel capoluogo piemontese su mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Un arresto clamoroso perché si tratterebbe di uno dei personaggi “chiave” della rivoluzione libica, ai tempi di Gheddaffi, ma anche protagonista di un sistema dì violenze e di carcerazioni.
di Alan Friedman*
La Stampa, 21 gennaio 2025
Il discorso di insediamento di Trump è stato rancoroso, distopico e vendicativo. È stato pieno di minacce e insulti per Joe Biden, seduto ad appena due metri di distanza. A tratti, è stato anche surreale. Trump ha delineato il quadro di un’America immaginaria come di una nazione decadente, per poi affermare che porrà rimedio subito a ogni singolo problema americano. Istantaneamente. È stato un discorso superficiale, letto malamente sul gobbo da un uomo che appariva distratto o stanco. È sembrato che Trump fosse alle prese con uno dei tanti discorsi di un comizio elettorale, con Elon Musk che faceva il tifo per lui. Questo discorso inaugurale è stato il contrario di un discorso di unità. Trump è stato come nel 2017, carico di spacconate rabbiose e falsità. Ha affermato mentendo che la Cina in qualche modo gestisce il Canale di Panama, e ha minacciato di ricorrere alla forza militare contro Panama.
di Marinella Correggia
Il Manifesto, 21 gennaio 2025
“Ho commutato la pena dell’ergastolo alla quale era stato condannato Leonard Peltier, concedendogli gli arresti domiciliari”: nell’ultimo giorno, nelle ultimissime ore della presidenza Biden, il comunicato della Casa bianca informa che l’attivista nativo statunitense lascerà il carcere Coleman 1 in Florida dove ha scontato 49 anni - sempre dichiarandosi innocente - per l’omicidio di due agenti della potente Fbi, dopo un processo molto dubbio. La executive clemency è finalmente arrivata. Non morirà dietro le sbarre. Leonard torna a casa, alla Turtle Mountain. Un enorme sollievo per lui, per la sua famiglia, per la sua comunità e per i tantissimi, sconosciuti o noti, che nei decenni hanno seguito il suo caso, manifestato, mandato lettere postali ai presidenti, lanciato appelli. I difensori dell’attivista continueranno a lavorare per un’assoluzione totale.
di Alessandro Rocca
articolo21.org, 21 gennaio 2025
La vicenda di Cecilia Sala forse può aiutare a porre l’attenzione sugli altri nostri connazionali detenuti all’estero e di cui, fino ad ora, il governo non si è interessato. In particolare Maurizio Cocco ingegnere detenuto da 31 mesi in Costa D’Avorio nel carcere di Abidjan. Inizialmente incriminato per riciclaggio e traffico di stupefacenti per poi essere assolto da questa accusa, ma condannato per evasione fiscale a due anni di reclusione. Pena scontata e conclusa il 2 giugno 2024. Ma Cocco è ancora in carcere, e non si sa per quale motivo non sia stato rilasciato. Come hanno dichiarato i suoi legali si tratta di “una detenzione illegale ed arbitraria”. Pare ci sia ulteriore indagini su di lui sempre sui primi capi d’imputazione dai quali era stata assolto. È in condizioni precarie. Ha perso molto peso, ha problemi respiratori e cardiaci certificati dal medico del carcere e si trova in una cella con altri 40 detenuti, in un penitenziario in cui sono recluse 15mila persone, dieci volte di più del numero consentito. La moglie, Assunta Giorgili, per riportare all’attenzione la vicenda, il 21 di dicembre 2024 si è incatenata davanti a palazzo Chigi chiedendo l’intervento del Governo e del ministero degli Affari Esteri Antonio Tajani. Ma a quanto pare l’attenzione non solo dei media era da un’altra parte.
di Valeria Parrella
Il Manifesto, 21 gennaio 2025
Poi a un certo punto si è fatto silenzio. Si è fatto silenzio pure sulla diretta Rai dall’ingresso di Rafah, per mezz’ora hanno mandato solo immagini di persone impegnate in carichi e scarichi, così, con un tramestio di sottofondo senza nessun commento. Nessuno ha parlato, né giornalisti né capi e capetti, ma soprattutto, sopra ogni cosa a un certo punto (molto più tardi di quanto sperato, ancora diciannove morti dopo) le bombe hanno smesso di tuonare. Si è fatto silenzio, questo era. E le persone sopravvissute a Gaza hanno tirato fuori la testa dalle tende degli accampamenti dove sono dovute rimanere, ammassate, a custodirsi la dignità minuto dopo minuto, e hanno potuto dire ai loro figli: “Questa è la tregua”. Noi, increduli spettatori occidentali, avvelenati e vergognosi da questa parte dello schermo, pure siamo stati zitti. Tutti in silenzio, tanto che quando poi quell’indegno Erdogan ha parlato io ho pensato - zitto. E quando poi quell’indegno Smotrich ha parlato io ho pensato - zitto.
di Marianna Romeo
tg.la7.it, 21 gennaio 2025
Il video del suo rilascio fa il giro del mondo. Tra i 90 detenuti liberati il 19 gennaio nel primo scambio tra Israele e Hamas figura anche Khalida Jarrar. Attivista per i diritti umani, accademica presso la prestigiosa Università di Birzeit a Ramallah e deputata del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) nelle elezioni del 2006, Jarrar è una figura di spicco in Palestina. Hamas ha incluso il suo nome nella lista dei prigionieri da liberare, insieme a quelli di altri detenuti non appartenenti al movimento islamista. Il PFLP, infatti, rappresenta una delle fazioni più a sinistra e laiche della politica palestinese.
di Luca Miele
Avvenire, 21 gennaio 2025
Il fenomeno riguarda soprattutto le donne anziane. Che, in alcuni casi, reiterano i reati solo per prolungare il soggiorno dietro le sbarre. Bianche non sono solo le pareti. Ma anche i capelli delle persone che vi sono “ospitate”. La popolazione carceraria femminile in Giappone invecchia. E un drammatico paradosso la alimenta. Molte donne anziane preferiscono il carcere - dove in qualche modo vengono accudite - alla solitudine che le aspetterebbe fuori dalle prigioni. E per questo, a volte, reiterano i reati. Solo per prolungare il “soggiorno” dietro le sbarre. La Cnn è entrata nella prigione femminile di Tochigi, a nord di Tokyo. Un “viaggio” che coglie un cambiamento che attraversa e segna l’intera la società giapponese: l’invecchiamento, sempre più pronunciato, della sua popolazione. “Alcune persone fanno cose cattive di proposito, per farsi arrestare, in modo da poter finire di nuovo in prigione quando non hanno più soldi”, ha detto all’emittente Usa Yoko, una donna di 51 anni, finita in carcere per questioni di droga cinque volte negli ultimi 25 anni. “Ci sono persone che vengono qui perché fa freddo o perché hanno fame”, aggiunge una guardia carceraria. “Anche dopo essere state rilasciate e essere tornate alla vita normale, non hanno nessuno che si prenda cura di loro. Ci sono anche persone che sono state abbandonate dalle loro famiglie dopo aver commesso ripetutamente crimini. Non hanno un posto dove andare”, racconta un altro agente.
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