di Giovanni Orsina
La Stampa, 16 settembre 2024
Il Parlamento ha dato il via libera ma è ipocrita negare il ruolo della magistratura. La destra fa la sua parte, anche se a fasi alterne: per Toti non c’è stata la stessa reazione. Quello che Matteo Salvini sta subendo sulla vicenda Open Arms è un processo politico. Consentito, non per caso, da un voto parlamentare. L’articolo 96 della Costituzione stabilisce che, perché possa procedere in caso di presunti reati ministeriali, il potere giudiziario ha bisogno dell’autorizzazione della Camera o del Senato. La legge costituzionale numero 1 del 1989 aggiunge che l’assemblea può negare tale autorizzazione “ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. Saggiamente, la Carta lascia così alla politica la facoltà di disegnare i propri stessi confini, di stabilire fin dove si spinge il terreno della discrezionalità politica sul quale la magistratura non può addentrarsi.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 16 settembre 2024
“Chiediamo la condanna dell’imputato Matteo Salvini a sei anni per difendere i confini del diritto”, ha detto sabato pomeriggio la procuratrice aggiunta Marzia Sabella. E quando i riflettori si sono spenti nella grande aula del tribunale, i tre pubblici ministeri hanno consegnato una memoria scritta al collegio giudicante presieduto da Roberto Murgia: 237 pagine che ripercorrono le ragioni dell’accusa. “L’imputato è responsabile di sequestro di persona, oltreché di rifiuto di atti d’ufficio”, hanno ribadito i pm Geri Ferrara e Giorgia Righi. Ed ecco i “confini del diritto”, che nella drammatica estate del 2019 l’allora ministro dell’Interno superò “con una serie di provvedimenti illegittimi - argomentano i magistrati - indubbiamente a vantaggio della propria immagine di politico intransigente nella gestione del fenomeno migratorio”. Le legge piegata alla politica.
di Liana Milella
La Repubblica, 16 settembre 2024
Intervista all’ex magistrato Armando Spataro: “Spero non si torni all’epoca delle leggi ad personam di Berlusconi: quegli interventi furono già bocciati dalla Consulta”.
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Centrodestra compatto in difesa del ministro per cui i pm chiedono sei anni. Meloni: “Il dovere non è reato”. E scende in campo anche Elon Musk. Sfondo buio, nero. Luce soffusa, dal basso. Matteo Salvini appare in giacca nera e camicia bianca, senza cravatta, per rispondere ai magistrati di Palermo che chiedono per lui sei anni di reclusione per la vicenda Open Amrs. Parla scandendo piano le parole, Salvini, ripreso a mezzo busto o con primi piani strettissimi. Non gesticola, le mani nemmeno si vedono. D’altra parte, il messaggio contenuto nelle parole è netto, e asciutto.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 16 settembre 2024
Quattro ore di trattativa, poi l’intervento degli agenti del Gruppo operativo mobile. I reclusi avevano anche incendiato alcuni materassi. È la terza protesta nell’arco di una settimana. In diciotto si sono barricati nella mensa del carcere minorile dopo aver tentato di incendiare alcuni materassi. E per quasi quattro ore si sono rifiutati di interrompere l’ennesima protesta a Casal del Marmo, dopo quelle portate avanti nelle settimane scorse, durante le quali sono rimasti feriti anche alcuni agenti della polizia penitenziaria. Domenica pomeriggio, poco dopo le 17, sono stati proprio loro, con un rinforzo arrivato da Rebibbia, a entrare nel locale occupato dai giovani reclusi, non tutti minorenni.
torinoggi.it, 16 settembre 2024
Un detenuto del carcere “Lo Russo e Cutugno” di Torino ha inviato al tesoriere di Radicali Italiani Filippo Blengino una lettera in cui denuncia le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. “Caro Filippo, dopo la tua visita la situazione purtroppo non è cambiata. Senza l’indulto ci condanneranno a crepare come cani rinchiusi in queste celle sudice, dove la sicurezza non esiste, celle bollenti prive di ogni regola sanitaria, invase da cimici e scarafaggi, dove i diritti degli esseri umani vengono continuamente violati. Mi chiamo P.M. e sono detenuto presso il carcere di Torino ‘Lo Russo e Cotugno’, blocco C. Qui si muore, perché questa non è più una vita dignitosa e, per sfuggire a questa tortura, qualcuno di noi decide di farla finita. Entrati in questo girone dell’inferno, si perde ogni tipo di diritto e non esiste riabilitazione o rieducazione per correggere i comportamenti sbagliati; qui siamo carne da macello, privati della libertà e della dignità. La nostra punizione non può essere crudele, disumana e degradante. Chiediamo di essere salvati da uno Stato che ha deciso che la nostra punizione si traduca nella pena di morte celata!
di Mario Pari
Brescia Oggi, 16 settembre 2024
Uno “stallo assoluto”. Non usa altre definizioni, espressioni, Calogero Lo Presti, coordinatore regionale della Fp Cgil polizia penitenziaria quando viene sollecitato a parlare del nuovo istituto di pena di pena, in merito al quale le voci circolano da decenni. “Il vero problema - spiega Lo Presti - è che ora non circolano più nemmeno le voci. All’orizzonte non c’è nulla. Normalmente un anno prima abbiamo avvisaglie su data e inizio lavoro. Per ora niente”.
di Dario Pontuale
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Un secolo fa, mese più mese meno, allo scrittore Max Brod viene recapitata una lettera spedita da un vecchio amico conosciuto all’università ventidue anni prima, deceduto da poco: “Carissimo Max, la mia ultima preghiera: tutto quello che si trova nel mio lascito (dunque nelle librerie, nell’armadio della biancheria, nella scrivania a casa e in ufficio, o dovunque qualcosa dovesse esser stato portato via e che ti capiti a tiro), diari, manoscritti, lettere di altri e mie, disegni, ecc., brucialo interamente e senza leggerlo, come anche tutti gli scritti e i disegni che tu, o altri a cui dovessi chiederlo a nome mio, possedete. Chi non voglia consegnarti le lettere, dovrebbe almeno impegnarsi a bruciarle di persona”. Il firmatario della richiesta risponde al nome di Franz Kafka, il boemo dalla scrittura nevrotica, il bambino taciturno e solitario nato da una famiglia proprietaria di una ditta di commercio, ma allevato dai domestici. Cresce a Praga, nell’Altstad, la città vecchia dove si mescola cultura tedesca e ceca; in un perfetto esempio di borghesia ebraica occidentalizzata. Studia legge, strada pressoché obbligata per un giovane ebreo che disdegna il commercio; annota: “Studiai dunque giurisprudenza. Ciò vuol dire che un paio di mesi prima degli esami, con abbondante sciupio di nervi, il mio spirito si nutrì di segatura che oltre a ciò era già masticata in precedenza da mille bocche”. Diligente suddito dell’impero asburgico, tirocinante presso uno studio legale, s’impiega prima nel Tribunale correzionale, poi alle “Assicurazioni generali” di Trieste, infine in un’agenzia specializzata in infortuni sul lavoro. Sbriga la quotidianità tediosa del funzionario parastatale, schiavo della burocrazia e delle convenzioni sociali che ne inibiscono l’innata aspirazione: “Vedo che tutto dentro di me sarebbe pronto per un lavoro poetico, il quale sarebbe una soluzione divina e il vero modo di acquistare vita, mentre qui in ufficio per colpa di una pratica così miserabile devo privare di un pezzo di carne un corpo capace di tanta felicità”.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Dal “Processo” al “Castello”, passando per “America”, la distruzione dell’individuo non avviene con la forza bruta ma tramite dispositivi legali e razionali della burocrazia. Il suo nome è diventato addirittura un aggettivo, come accade solo agli scrittori più grandi: “omerico”, “dantesco”, “shakespeariano” e, per l’appunto, “kafkiano”. Un contesto kafkiano - recita l’enciclopedia Treccani - è qualcosa di angoscioso ma, allo stesso tempo, di assurdo e paradossale, una situazione in cui l’individuo si ritrova imprigionato, intrappolato, umiliato e sopraffatto da un sistema tanto razionale quanto ottuso, labirintico, un sistema alimentato e sostanziato dalla burocrazia, autentico moloch della modernità.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 16 settembre 2024
“L’arringa” del dissidente russo Oleg Orlov condannato a due anni e mezzo di carcere che si è difeso in udienza leggendo un passo de “Il Processo”: “qui l’assurdità è mascherata da pseudo-legge”. Quando, il 26 febbraio scorso, il tribunale Golovinsky di Mosca ha condannato a due anni e mezzo anni di carcere Oleg Orlov, copresidente di Memorial (organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani e premio Nobel per la Pace nel 2022), l’indignazione degli oppositori politici, in Russia e all’estero, è stata tanta. L’accusa mossa nei confronti di Orlov, in Germania dallo scorso agosto dopo uno scambio di prigionieri tra Russia, Stati Uniti e altri Paesi, ha riguardato il “ripetuto discredito” dell’esercito russo e la critica contro l’aggressione militare in Ucraina.
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