di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 7 aprile 2024
Corsa alla gestione dell’accoglienza: 30 aziende si presentano al bando, selezionate tre. La prossima settimana al Viminale l’aggiudicazione della gara, il Genio militare già all’opera per la realizzazione delle strutture che dovranno essere pronte per il 20 maggio. I Centri d’oro in Albania fanno gola a tanti. Ben 30 le imprese che hanno risposto al velocissimo bando per le manifestazioni d’interesse alla gestione dell’hotspot nel porto di Shengjin e del centro per richiedenti asilo e Cpr di Ghjader.
di Roberto Maggioni
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Basta lager, “né in Libia né in Albania”: in 5mila fino a Via Corelli “I Centri di permanenza per i rimpatri non si possono aggiustare”. Da Milano riparte il movimento per la chiusura di tutti i Cpr italiani. Il messaggio che questa manifestazione manda al resto del paese e al governo Meloni è sintetizzato nello striscione d’apertura: “No Cpr, no lager di Stato, né a Milano né altrove, né in Libia né in Albania”. Attorno alla rete Mai Più Lager - No ai Cpr che ha promosso la manifestazione milanese si sono aggregate realtà storiche dell’attivismo antirazzista e nuovi collettivi. Un movimento che si è rinnovato anagraficamente e dove si affacciano i giovani di seconda generazione.
di Costantino Cossu
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Dopo l’incendio appiccato qualche giorno fa i migranti dormono in tende allestite nel cortile. Militanti da tutta la Sardegna si sono ritrovati ieri mattina a Macomer per protestare contro le inaccettabili condizioni di vita all’interno della struttura che, in provincia di Nuoro, ospita 48 migranti. Una parte dei quali, dopo la rivolta che la scorsa settimana ha reso inagibile una parte dell’edificio a seguito dell’incendio appiccato dai migranti ai materassi delle camere, è stata trasferita a Roma nel Cpr di Ponte Galeria. Quelli rimasti, in attesa che siano conclusi i lavori di ripristino, sono alloggiati in alcune tende piazzate all’interno del cortile del Cpr. I militanti non hanno potuto raggiungere i cancelli perché bloccati, a seicento metri dall’ingresso, da un reparto di polizia. Dopo un’ora circa di presidio, è partito un corteo che dalla zona industriale di Macomer, dove si trova il Cpr, ha raggiunto piazza San’Antonio, nel centro della città. “Siamo qui - dice Michele Salis a nome del comitato No Cpr - per dire no ai Cpr, in Sardegna e in tutta Italia. Sono luoghi di isolamento fisico e sociale, espressione di un sistema che erode i principi di una società fondata sull’eguaglianza dei cittadini per sostituirli con gerarchie stabilite su base razziale e di classe”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Younes Ettori, 31 anni. Da febbraio scorso è trattenuto in via Corelli, la struttura per la detenzione amministrativa dei migranti di Milano. “Non voglio farla in forma anonima. Il mio nome è Younes Ettori, scrivilo. Non ho paura di dirlo, nemmeno se sto chiuso qua dentro. Quello che racconto è tutto vero. Quando parlo ci metto la faccia. Qui lo sanno tutti”. Ettori è nato nel marzo del 1993 a Kourigba, città dell’entroterra marocchino a 120 chilometri dalle coste di Casablanca. È arrivato in Italia a 13 anni. Ha avuto per molto tempo un permesso di soggiorno e un buon lavoro da chef, pagato qualche migliaia di euro al mese. “Un classico ragazzino con troppi soldi. Mi sono infognato con la cocaina. Ho iniziato a prendere di tutto: crack, rivotril, fino a 80 pastiglie al giorno. A volte mi stupisco di essere ancora vivo: ma non tocco più niente da quattro anni, neanche se qua dentro gli psicofarmaci te li tirano dietro”. Dopo un periodo difficile in cui compie anche dei reati, Ettori torna in riga: ha una casa, una fidanzata, un lavoro. Lo perde con il lockdown. Non riesce a dimostrare il reddito necessario per rinnovare il permesso di soggiorno. Diventa irregolare. Nel 2020 finisce per tre mesi nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Torino. Nel 2021 diventano definitive alcune condanne per fatti risalenti a tempo prima. Entra in carcere, per poco più di due anni, scontati tra Vercelli e Fossano. “Là non stavo male. Lavoravo pure. Qua invece è un inferno”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Le autorità italiane accusano la Mare Jonio di aver creato il pericolo in mare, senza chiedere prove ai partner libici che giovedì avevano aperto il fuoco verso naufraghi e soccorritori. Nel verbale della detenzione le parole del capitano Buscema: “Una vergogna che il governo del mio paese sostenga e finanzi questi criminali”. Libici finanziati dall’Italia a bordo di una motovedetta appartenuta alla guardia di finanza creano il panico durante un salvataggio, sparano verso naufraghi e soccorritori, minacciano con i mitra l’equipaggio di una nave che batte bandiera tricolore. Il governo Meloni non protesta con gli sparatori, al contrario: punisce gli sparati. Questo è successo negli ultimi tre giorni tra le acque internazionali del Mediterraneo centrale e Pozzallo, dove venerdì sera la Mare Jonio ha ricevuto un fermo di 20 giorni.
di Etgar Keret
Corriere della Sera, 7 aprile 2024
Hamas e la destra di Netanyahu concordano sul fatto che c’è spazio solo per una nazione. Qualche giorno fa ho seguito il monologo di apertura di Rami Malek al Saturday Night Live. Nel suo discorso, l’attore ha invocato la libertà per il popolo palestinese e la fine dei combattimenti, e gli astanti hanno risposto con un fragoroso applauso. Da israeliano scafato, ho giudicato il pubblico che esultava come un insieme di liberali filo-palestinesi di New York, ma subito dopo, quando Malek ha chiesto il rilascio immediato di tutti i rapiti, gli spettatori hanno applaudito altrettanto forte. E in quel momento mi sono reso conto che, a differenza della fin troppo chiara cronologia della mia pagina Facebook, che si divide in sostenitori e odiatori di Israele, il resto del genere umano è, principalmente, umano.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 aprile 2024
Altre organizzazioni umanitarie fermano le operazioni nella Striscia. L’allerta: così aumenta il rischio carestia. La domanda per i gazawi è sempre la stessa da sei mesi: riuscirò stasera a dare da mangiare a mio figlio? Ora, dopo che la ong World Central Kitchen ha sospeso le sue operazioni in risposta all’uccisione di sette dei suoi operatori in un attacco aereo israeliano, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente, tanto più che il corridoio via mare da Cipro è stato congelato e che l’accesso dei tir di aiuti da Rafah resta difficoltoso.
La Repubblica, 7 aprile 2024
Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti. Il 7 aprile, in occasione del trentesimo anniversario del genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda, nel quale persero la vita circa 800.000 persone, tra cui hutu e altri gruppi che si opposero al genocidio e al governo estremista che lo orchestrò, Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2024
Li arrestiamo, li ammassiamo in celle sovraffollate, li rendiamo numeri e corpi che nessuno guarda mai in faccia, li lasciamo in isolamento, li priviamo dei contatti famigliari ma poi paghiamo gli psicologi affinché facciano in modo che non si ammazzino. L’annuncio del ministro Nordio di stanziare cinque milioni di euro per la prevenzione dei suicidi in carcere, da usarsi per assumere personale dell’area psicologica e trattamentale, è senz’altro da accogliere con favore, ma non è certo una soluzione che dimostra vedute ampie e consapevolezza della complessità della situazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 aprile 2024
Pero di creare un buon contatto Se da un lato vengono stanziati fondi per migliorare l’assistenza psicologica nelle carceri, dall’altro il governo tenta nuovamente con la vecchia ricetta simile al mantra della costruzione di nuovi penitenziari: stringere accordi bilaterali con gli Stati africani per far scontare la pena nei loro paesi d’origine agli stranieri detenuti nelle carceri italiane. Questa mossa è stata presentata come una soluzione per affrontare il sovraffollamento carcerario. Eppure, dietro questa strategia si nascondono questioni critiche dovute dal sacrosanto rispetto dei diritti umani.
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