di Raffaella Chiodo Karpinsky
Avvenire, 25 gennaio 2026
Il dissidente che aveva chiesto la fine della guerra in Ucraina è morto in cella: a scoprirlo, solo un anno dopo, una sua follower che gli aveva scritto una lettera di solidarietà. Tornata indietro. Roman Tjurin aveva 55 anni e viveva a Omsk, in Siberia. Faceva post come tanti di noi contro la guerra. Il suo ultimo post nel 2023 riportava che in tutto il paese si svolgevano picchetti solitari con un unico comune appello: la fine della guerra tra Russia e Ucraina. Accompagnava il post una fotografia che ritrae in ginocchio Dmitrij Skurikhin con un cartello con scritto: “Chiedo perdono Ucraina”. Per questo Dmitrij è stato prima multato e poi arrestato e condannato a 1 anno e mezzo di carcere.
di Tonino D’Angelo
L’Unità, 24 gennaio 2026
Ho un figlio che si chiama Francesco. Da quasi sei anni si trova in un reparto psichiatrico del carcere di Reggio Emilia che, senza offesa per nessuno, potrei chiamare ancora OPG. Perché, anche se formalmente non esistono più, nella realtà quotidiana stiamo tornando a quel modello: un luogo di custodia più che di cura. Parlo non solo come padre, ma anche come uomo delle istituzioni. Per quarant’anni ho diretto un servizio per le dipendenze patologiche e sono stato responsabile della sanità penitenziaria. Dico una cosa che può suonare provocatoria ma non lo è: il giubileo c’è già. C’è un’amnistia, c’è un indulto, ma di natura diversa da quella che appare nelle leggi. È un giubileo istituzionale, un’autoassoluzione generalizzata che le istituzioni concedono a sé stesse.
di Maria Chiara Aulisio
Il Mattino, 24 gennaio 2026
L’appello di Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minori: Geolier o un calciatore i profili più giusti per lanciare messaggi positivi. “Dobbiamo raggiungere i ragazzi”. Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minori, ha un solo grande obiettivo: allontanare i giovani dal mondo della violenza e della criminalità.
di Fabio Amendolara
La Verità, 24 gennaio 2026
Uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Il dato è contenuto nell’ultima relazione sull’amministrazione della giustizia del Guardasigilli Carlo Nordio. “I ristretti provenienti dai Paesi di religione musulmana”, ricostruisce il ministero della Giustizia, “sono 13.814” su un totale di 63.198 detenuti. E basta confrontare il dato con le statistiche ufficiali per ottenere il risultato. I residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità). Il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. In termini percentuali significa lo 0,86 per cento. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477.
di Michele Passione*
Il Dubbio, 24 gennaio 2026
Mentre infuria la tempesta attorno al referendum costituzionale, con manifesti alle stazioni e slogan à la carte, cene in famiglia e tra amici, divisioni tra progressisti che stanno a destra e conservatori dall’altra, presi come siamo dal far finta di essere sani, tra velleità polari di un matto e la sua personale morale e un’Europa che non esiste, accade che qualcuno cali la maschera, disvelando una certa idea della giurisdizione che dice più del caso concreto. Così, sul Giornale del 19 gennaio, viene messo in croce un bravo giudice, appartenente alla “corrente delle toghe rosse”, che avrebbe il torto di aver intentato “ricorsi contro le leggi del governo”.
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 24 gennaio 2026
Il tema della sicurezza è centrale nella formazione delle opinioni degli elettori. Negli ultimi mesi, questo problema è tornato al centro del dibattito. Da un lato, le forze di governo stanno predisponendo il cosiddetto pacchetto sicurezza (non il primo di questa legislatura), dall’altro lato, anche l’opposizione ha dato risalto a questo aspetto sul finire dello scorso anno, in particolare su sollecitazione dei sindaci di area, esposti alle difficoltà emergenti e alle richieste dei cittadini. L’attenzione per questo problema tende a crescere. Certo, le dimensioni della preoccupazione sono spesso dettate dagli eventi di cronaca.
Voci di dentro, 24 gennaio 2026
Di emergenza in emergenza, il Governo continua la rottura della solidarietà sociale e l’attacco ai principi della Costituzione nata all’indomani della vittoria sul nazifascismo. Il nuovo decreto sicurezza annunciato pochi giorni fa porta a compimento un processo contro chi non è omologato al pensiero “unico”, contro minorenni, attivisti, autori di reati comuni, stranieri, immigrati, “illegali”, poveri. In una parola è il razzismo che continua a essere iniettato nella società dove si viene colpiti non più per aver commesso un reato, ma per quello che si è, in base alla propria condizione personale, alla propria identità e ciò in pieno contrasto con il principio di uguaglianza che esclude ogni forma di discriminazione (del resto già venuta meno con la legge n. 94 del 2009 che aveva introdotto il reato di ingresso clandestino).
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 24 gennaio 2026
L’esperto Dezzani: “Nei computer delle toghe è installato un comune software che permette manutenzione e aggiornamento da remoto, e che è usato da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione”. Ma quale spionaggio di magistrati da parte del governo. Il software che secondo Report sarebbe stato installato nel 2019 sui computer dei magistrati e che permetterebbe di spiare tutta la loro attività si chiama Ecm (Endpoint Configuration Manager), è prodotto da Microsoft, e in realtà “è un’applicazione che permette di fare manutenzione, aggiornamento, gestione e catalogazione dei dati nei computer da remoto e viene usata da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione”. Lo spiega al Foglio Giuseppe Dezzani, consulente informatico di numerosissime procure d’Italia.
di Irene Famà e Francesco Malfetano
La Stampa, 24 gennaio 2026
Dal testo senza la parola “consenso” alle pene ridotte, scontro Lega-Pd sulla paternità delle modifiche. L’ex pm esperto di codice rosso: “Questione culturale, non semantica”. Che l’intesa tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein fosse saltata, in fondo, era già palese dallo stop imposto al Senato alla prima versione del Ddl Stupri. Il nuovo testo presentato dalla presidente della Commissione giustizia a Palazzo Madama Giulia Bongiorno - leghista e avvocata stimata dalla premier - ha però evidenziato la frattura.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 gennaio 2026
“La proposta della Lega è un arretramento sull’attuale orientamento giurisprudenziale, già basato sul “consenso libero e attuale” della Convenzione di Istanbul”. L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni - che rimane -, la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al “dissenso” anziché al “consenso”, contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.
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