di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 24 gennaio 2026
La proposta prova a tenere insieme diritti delle donne e garanzie dell’indagato. Punire la violenza è doveroso, ma senza trasformare il processo in un atto di fede. Tenere insieme la tutela dei diritti delle donne e le garanzie per l’indagato nei reati di violenza sessuale sarebbe un mezzo miracolo, e Giulia Bongiorno, presidente della commissione giustizia del Senato, a quanto pare ci è riuscita. Non è secondario il fatto che alla stesura della modifica dell’articolo 609-bis del codice penale abbia lavorato una senatrice che è non solo avvocato penalista, ma spesso parte civile nella difesa di donne violentate o molestate. Un’esponente politica che nessuno potrà mai accusare di scarsa sensibilità nei confronti delle vittime di atti sessuali contro la libertà e la volontà della donna. Pure è stata accusata di “tradimento” solo perché ha saputo mettere le proprie capacità giuridiche al servizio del necessario cambiamento di una norma mal scritta e pericolosa che era stata approvata all’unanimità alla Camera.
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2026
Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali, sentenza n. 2647 depositata ieri, affermando un importante principio di diritto. Il provvedimento con cui la Corte d’appello, non accogliendo il concordato sui motivi ex art. 599-bis Cpp, dispone la prosecuzione del giudizio non ricorribile in cassazione. Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali con la sentenza n. 2647 depositata oggi affermando un importante principio di diritto. Il caso era quello di un uomo condannato in primo grado, per ricettazione e furto d’auto, ad un anno e dieci mesi di reclusione. Proposto appello, il difensore ha successivamente richiesto un concordato sulla pena, portandola ad un anno e sei mesi; soluzione accolta dal Procuratore generale. Riunitasi in camera di consiglio, la Corte ha rigettato la proposta ritenendo la nuova pena “non congrua” e ha disposto la prosecuzione del giudizio, confermando la sentenza di primo grado.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2026
Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 1470, depositata ieri, enunciando un principio di diritto con riguardo all’opposizione alla liquidazione delle spese. Nell’opposizione al decreto di liquidazione dei compensi, il fatto che il difensore della persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato si avvalga di un collega, pur potendo stare in giudizio personalmente, non legittima, in caso di soccombenza della PA, la compensazione delle spese di lite. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 1470, depositata oggi, enunciando un principio di diritto. Il ricorrente aveva assistito una donna, persona offesa costituitasi parte civile e ammessa al patrocinio a spese dello Stato, in un procedimento penale. Il Tribunale di Barcellona di Pozzo di Gotto aveva condannato l’imputato, liquidando le spese di lite in 1.000 euro. Proposta opposizione, il Tribunale aveva rideterminato il compenso in € 1.140,00, non riconoscendo però alcun importo a titolo di onorario per la fase dell’opposizione. L’avvocato ricorrente, oltre a contestare un errore di 57 euro nella liquidazione della somma (motivo accolto, in quanto dovevano applicarsi le tariffe ex Dm n. 55 del 2014, nella versione integrata dal Dm n. 147 del 2022), ha impugnato la compensazione degli “ulteriori importi”.
teleromagna.it, 24 gennaio 2026
Il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri ha avviato un monitoraggio delle camere di sicurezza in Regione: l’obiettivo è avere un quadro della situazione, con un tavolo di formazione dedicato alle forze dell’ordine il prossimo 29 gennaio a Parma. Una maggiore conoscenza delle camere di sicurezza dell’Emilia Romagna, dove ogni anno transitano 2mila persone. Il Garante Roberto Cavalieri ha avviato un monitoraggio sulla gestione dei detenuti, sulla conformità degli spazi e sulle normative: alcune criticità riguardano i comandi di polizia locale, non sempre in linea con le caratteristiche che dovrebbero avere.
di Luna Casarotti*
napolimonitor.it, 24 gennaio 2026
Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era diventata sempre più precaria.
di Biagio Salvati
Il Mattino, 24 gennaio 2026
Il poliziotto si scusa in udienza per la forza nella perquisizione del reparto Nilo del 2020. Un altro dei 105 agenti imputati nel maxi processo sui pestaggi - avvenuti ai danni di diversi detenuti nel penitenziario sammaritano nell’aprile del 2020 - fa ammenda e si scusa in aula per aver alzato qualche schiaffo in un momento concitato come quello della rivolta nel periodo della pandemia. Michele Vinciguerra, agente penitenziario in pensione sotto esame all’ultima udienza, ha ammesso di aver picchiato i detenuti, di aver ecceduto in alcuni momenti con l’uso della forza e di vergognarsene. “Il 6 aprile 2020 - racconta - misi in atto azioni di contenimento brutte nonché azioni di attacco pessime verso i detenuti. Non voglio giustificarmi. Datemi la punizione che merito”.
La Repubblica, 24 gennaio 2026
La testimonianza di un giovane detenuto del Minorile al processo a carico di 41 persone per i pestaggi e i maltrattamenti. “Uno mi ha preso la testa, ha iniziato a spaccarla contro il gabinetto (...) dopo dei pugni in faccia, calci dappertutto (..) dopo avermi trattato così mi hanno abbassato i pantaloni, mi hanno fatto una puntura, mi hanno ammanettato da dietro (...) tutto insanguinato, mi hanno lasciato così per terra, per quattro ore (...) nessuno mi dava retta, mi guardavano e andavano via come se fossi una cosa”.
ansa.it, 24 gennaio 2026
Realizzare un nuovo istituto penitenziario che “accolga correttamente le persone detenute” e “restituisca maggiore dignità al lavoro degli operatori penitenziari, anch’essi sofferenti di un ingiusto disagio”, e nelle more varare un “provvedimento clemenziale di amnistia (non di indulto) che determini il rilancio del sistema penitenziari”. È la necessità (e la proposta) rilevata dal Garante Regionale dei diritti persona, Enrico Sbriglia, definita al termine di una visita, in delegazione, nella Casa Circondariale “Ernesto Mari” di Trieste, dove sono state riscontrate forti criticità in “un sistema che rischia di collassare”.
di Francesco Petronzio
ilnuovogiornale.it, 24 gennaio 2026
Da sedici anni don Adamo Affri è cappellano del carcere di Piacenza. “C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo”. I detenuti sono persone come noi, hanno una storia da raccontare e un bisogno di sentirsi accolti al di là del reato commesso. Solo così la speranza che è dentro di loro può rinascere. Lo sa bene don Adamo Affri, 56 anni, da sedici cappellano del carcere delle Novate. Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, da pochi mesi collabora nel servizio pastorale nella Comunità pastorale 2 del Vicariato val d’Arda.
di Manuela Marziani
Il Giorno, 24 gennaio 2026
Sbloccati i protocolli d’inclusione, accordi per proporre ai reclusi attività culturali e di pubblica utilità. L’assessore all’Ambiente del Comune di Pavia: sistema al collasso, lo dimostrano anche le aggressioni. Non solo privazione della libertà, ma anche rieducazione che può avvenire attraverso varie attività da svolgere in carcere. Tecnicamente si chiamano “protocolli d’inclusione” che finalmente, per la casa circondariale di Pavia, sono stati sbloccati. Le convenzioni riguardano lo svolgimento di attività culturali, artistiche, di pubblica utilità e di cura degli animali, strumenti concreti e qualificanti per il percorso rieducativo dei detenuti, in linea con i principi costituzionali.
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