di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Serve una politica che miri a creare le condizioni sociali per relazioni più responsabili. Era l’inizio degli anni Novanta quando Zygmunt Bauman salutava la “postmodernità” - termine poi caduto in disuso - come l’alba di una nuova epoca di libertà. Caduti gli ordini sociali rigidi (religiosi, politici, familiari), l’Io sembrava finalmente sul punto di acquisire il potere di decidere per sé. Non più suddito di norme imposte da autorità esterne, ma soggetto capace di giudizio autonomo. Secondo il sociologo polacco, si trattava dell’occasione per liberare la responsabilità dal conformismo e restituire all’individuo la propria irriducibile “responsabilità morale” considerata “come la più personale, la più inalienabile delle proprietà umane e il più prezioso dei diritti umani”.
di Matteo Lancini
La Stampa, 11 aprile 2026
Nella società della semplificazione e della radicalizzazione delle posizioni, spero che nessuno abbia l’ardire di individuare un unico fattore causale della denatalità. “Non credo ci siano verità assolute ma tante”, è una delle frasi tratte dal dibattitto accesosi tra i lettori de La Stampa, a seguito degli articoli usciti sul quotidiano nei giorni appena trascorsi. Una frase che dovrebbero ripetere come un mantra ogni giorno, alcuni adulti malinformati e sconsiderati che attribuiscono in modo ossessivo la sofferenza e la violenza giovanile all’utilizzo dei social da parte delle nuove generazioni. I cambiamenti intervenuti nella nostra società negli ultimi decenni sono talmente numerosi e significativi che è impossibile farne un elenco. Quello che è certo è che oltre a fare meno figli, le nuove generazioni dimostrano un crescente disinteresse per la sessualità e si muovono secondo galatei del tutto nuovi rispetto alla costruzione del rapporto di coppia.
di Ivan Cimmarusti e Lina Palmerini
Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2026
Bollinato e firmato dal capo dello Stato il disegno di legge varato l’11 febbraio: recepiti i vincoli del Colle. Piantedosi: nel 2025 -37% di sbarchi sul 2022 Un inciso che fa la differenza. Il blocco navale, ossia la temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, potrà essere deciso con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, soltanto “fatto salvo il rispetto dei trattati e degli accordi internazionali”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 aprile 2026
Bollinato il giorno dopo il discorso di Meloni al Parlamento, il testo ora andrà al Senato. Restano tutte le ambiguità legali. All’indomani dell’informativa al parlamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la ragioneria generale dello Stato ha bollinato il disegno di legge con le “disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del patto Ue su migrazione e asilo”. Il provvedimento era stato licenziato dal consiglio dei ministri l’11 febbraio scorso, insieme all’ennesimo decreto sicurezza. Poi se ne erano perse le tracce.
di Angela Stella
L’Unità, 11 aprile 2026
Il ministro dà i numeri sull’arrivo dei profughi e sostiene la linea Meloni. In realtà i dati dicono che la tragedia è sempre più grande: l’assenza di soccorsi aumenta i naufragi mortali. “Abbiamo ereditato una situazione complicata, ma siamo riusciti a ridurre gli sbarchi del 37% rispetto al 2022” ha detto ieri il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel suo discorso in occasione del 174esimo anniversario della fondazione della polizia di Stato. Il responsabile del Viminale ha aggiunto: “E i numeri di questi primi tre mesi dell’anno ci confermano un’ulteriore diminuzione di più del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Siamo sulla strada giusta.
di Mauro Magatti
Avvenire, 11 aprile 2026
Dopo le tragedie del Novecento avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto. Oggi questa promessa è stata tradita. L’Europa riparta da quattro limiti. Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura. Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo. Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie. Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà.
di Domenico Quirico
La Stampa, 11 aprile 2026
Stringere la mano non è una invenzione del galateo: è un accorgimento di sopravvivenza, perché serve, in epoche feroci, a dimostrare reciprocamente al nemico che in mano non stringi il pugnale. E che quindi si può trattare. Per archiviare le grandi mischie tra le nazioni, per voltar la pagina della pace di questa briciola, ormai ci accontentiamo per non coltivare pensieri spengleriani: che i nemici di ieri si stringano la mano soprattutto davanti alle telecamere esibendo un sorriso più o meno impacciato dopo aver promesso di affaccendarsi a praticare i piaceri della coesistenza pacifica. Insomma noi per credere a un futuro provvidenzialmente gaio vogliamo una fotografia, un selfie, una immagine.
di Graziano Pintori
manifestosardo.org, 11 aprile 2026
Le immagini delle devastazioni causate dalle guerre scorrono senza soluzione di continuità sui video, in cui morte e distruzione appaiono come un continuum: Iran, Gaza, Libano e altre decine di guerre sparse nel mondo, si presentano con lo stesso scenario di morte, distruzione, dolore. Durante gli scempi bellici molte vittime oltre a subire gli effetti funesti, sono destinate a sopportare altri oltraggi più profondi e dolorosi sia nel corpo e sia nell’anima. I palestinesi di Gaza dal 7 ottobre 2023 patiscono un massacro quotidiano dagli oppressori israeliani, un’escalation delle atrocità che in questo periodo, esclusivamente per loro, è stata instaurata la pena di morte tramite impiccagione.
di Francesca Ghirardelli
Avvenire, 11 aprile 2026
Un progetto riunisce studiosi dell’Europa sud-orientale che hanno prodotto materiali didattici comuni con fonti plurali. “Joint History Workbooks Project” ha realizzato 6 volumi per le superiori della regione mettendo a confronto versioni opposte degli eventi. “Provate a pensare ai vostri libri di storia a scuola, quando eravate ragazzi. Come venivano descritti i popoli vicini e i nemici del vostro Paese? La vostra nazione era sempre la migliore?”. Le domande sono rivolte a una platea di persone di provenienza diversa, riunite in una capitale dei Balcani.
dire.it, 10 aprile 2026
Sostegno al reinserimento sociale e ampliamento delle Misure di comunità: domande entro il 30 maggio 2026. Il Ministero della Giustizia, attraverso il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Puglia e la Basilicata di Bari, ha pubblicato lo scorso 30 marzo 2026 un importante avviso pubblico finalizzato alla creazione di un elenco nazionale di strutture residenziali destinate all’accoglienza e al reinserimento sociale delle persone detenute adulte. L’iniziativa, prevista dal Decreto ministeriale 24 luglio 2025, n. 128, rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle politiche di inclusione e nel sostegno alle misure penali di comunità, offrendo nuove opportunità a soggetti in condizioni di fragilità socio-economica e privi di un domicilio adeguato.









