di Arnaldo Capezzuto
Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2025
È il racconto di una ragazza, che a 16 anni impugnò un’arma per diventare un’affiliata del clan del Rione Traiano guidato dai fratelli Mario e Nunzio Perrella, quest’ultimo in un interrogatorio con il magistrato Franco Roberti affermò: “Dottò, a’ munnezza è oro”. Il soprannome di “Nikita” come la protagonista del film di Luc Besson se l’è visto affibbiare direttamente dal boss per la sua abilità nell’uso della pistola. Dopo 22 anni di carcere, Cristina ha imparato a guardare il vero volto del male. Senza scelta, morte o carcere. Non ha mai collaborato con lo Stato, si è assunta le proprie responsabilità di fronte alla legge prendendo coscienza di cosa sia la piovra della criminalità organizzata. È una testimone senza fronzoli, cruda e reale dal di dentro della camorra. Ed è proprio a Pianura che è tornata, dopo tanti anni, per presentare questo libro dalle parole autentiche e senza retorica.
di Barbara Carnevali
La Stampa, 24 aprile 2025
L’opinione pubblica transalpina si interroga dibattendo di Gisèle Pelicot quanto della serie tv su Marie Trintignant. Nel nostro Paese invece si ripete un copione identico: non è servito neanche lo choc per la morte di Giulia Cecchettin. In questi giorni, in Francia, si discute di una miniserie che tratta di violenza contro le donne: “Da rockstar ad assassino - Il caso Cantat”. Non ha le ambizioni estetiche di “Adolescence”, ma merita di essere guardata: ripercorrendo con la sensibilità di oggi un caso di cronaca di venti anni fa è un’esperienza esemplare di straniamento storico. L’attrice francese Marie Trintignant fu uccisa nell’estate del 2003, in un albergo di Vilnius, dal compagno Bertrand Cantat. Il carismatico cantante del gruppo rock Noir Désir la massacrò di botte nel corso di una lite dovuta a gelosia, lasciandola in coma per ore prima di chiamare i soccorsi.
di Guido Viale
Il Manifesto, 24 aprile 2025
L’eredità di Francesco. Un cristianesimo che ha spinto al centro di una nuova visione non il dominio dell’uomo sul resto del mondo, ma la cura del creato. Forse nessun papa come Francesco ha suscitato il bisogno di una riflessione profonda e sentita su sé stessi e sul mondo non solo in una parte consistente del cattolicesimo, ma anche tra un grande numero di non credenti. Ma difficilmente un papa ha suscitato anche tanta ostilità: non solo tra coloro di cui contrastava apertamente pensiero e azioni su questioni centrali come migrazioni, guerre, clima, diseguaglianze, tecnica, economia e tanti altri.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 24 aprile 2025
La ricorrenza della Liberazione avviene nei giorni del lutto per la morte del pontefice. Celebrarla come si deve non è una mancanza di rispetto per nessuno. Derubricarla a un fatto di ordine pubblico sarebbe invece una doppia mancanza di rispetto. Siamo ancora disorientati dalle preoccupazioni del ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, che teme “balli e canti scatenati” in occasione degli 80 anni dalla Liberazione. E sinceramente non sappiamo come rassicurarlo se non tentare di convincerlo ad avere più fiducia nel senso di responsabilità degli organizzatori e nella saggezza popolare.
di Marco Follini
La Stampa, 24 aprile 2025
L’invito del governo affinché le celebrazioni del 25 aprile siano “sobrie” è apparso come una via di mezzo tra un’ovvietà e un’offesa. È del tutto scontato infatti che i giorni del lutto per la scomparsa del Pontefice debbano essere improntati al rispetto del dolore collettivo. Ma è anche assai probabile che quell’inopinato richiamo alle buone maniere venuto da Palazzo Chigi voglia essere un modo, non proprio disinteressato, per derubricare i “festeggiamenti” antifascisti. Quasi che quei raduni, quei discorsi, quei cortei avessero in sé qualcosa di ludico, di non appropriato. O magari di troppo divisivo. Il fatto è che in quel richiamo alla “sobrietà” delle date altrui sembra di ravvisare una volta di più quella sorta di doppiezza con cui la nuova destra vive il passato alla vecchia maniera.
di Marta Businaro
Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2025
Non tutti questi ragazzi hanno genitori assenti o insegnanti incompetenti, dobbiamo smetterla di nasconderci dietro alle dita puntate ora verso questo ora verso quello. Siamo colpevoli tutti. Sono una psicologa psicoterapeuta e criminologa e, come i miei colleghi, sono molto preoccupata. Preoccupata per quello che l’umanità sta diventando e per la totale indifferenza che ruota attorno ai giovani e alla loro salute mentale. I ventenni che “vogliono spaccare il mondo” non esistono quasi più. La grinta, la vitalità, i tormenti, le passioni degli adolescenti sono appiattiti e impalliditi, così come la loro capacità di provare autentiche emozioni. Molti dei nostri giovani sono divenuti “morti viventi”, senza passioni, prospettive, valori, smarriti in un qui e ora dove tutto è apparenza e niente ha più senso.
di Samuele Ciambriello*
Il Riformista, 23 aprile 2025
L’ultima uscita pubblica del Pontefice è stata a Regina Coeli. Non a caso: fu sempre presente tra i più dimenticati degli invisibili. Morto lui, non muore la speranza. Papa Francesco non c’è più. Ci mancherà: lo piangono nelle carceri. Mancherà a quella popolazione ristretta negli istituti di pena a cui Bergoglio era legato da una costante, ininterrotta attenzione. Non a caso l’ultima uscita pubblica di un Pontefice già fiaccato dalla malattia era stata tra i “suoi fratelli detenuti”, a Regina Coeli. Ultimo atto di un Pontificato dedicato agli ultimi tra gli ultimi: a quei detenuti che la politica, le istituzioni, ma anche il mondo della cultura relegano nel dimenticatoio della coscienza. In un anno così significativo per la Chiesa e per il mondo intero, il Papa aveva già scelto di celebrare il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, con un gesto andato ben oltre la semplice commemorazione liturgica. Aveva deciso di aprire in quell’occasione la seconda porta del Giubileo nel carcere di Rebibbia, un atto che ha un valore simbolico profondo e una portata che va oltre la sfera religiosa, toccando aspetti sociali, politici ed etici cruciali. Per tutta la durata del suo mandato pontificale Papa Francesco ha affrontato a viso aperto il tema del carcere e dei carcerati. Da sempre, questo Papa aveva mostrato una particolare sensibilità nei confronti dei più vulnerabili e marginalizzati della società. Fin dai suoi primi anni di pontificato, ha spesso parlato della necessità di riformare il sistema penale, mettendo in luce l’aspetto umano della detenzione, spesso dimenticato. Nel 2016, per esempio, aveva già visitato il carcere romano di “Castelnuovo”, offrendo un messaggio di speranza e misericordia. Ma l’apertura della porta del Giubileo a Rebibbia rappresenta un momento particolarmente significativo. Il Giubileo, un anno speciale di grazia e perdono, rappresenta per la Chiesa un’occasione per riflettere sul concetto di misericordia divina e sulla possibilità di redenzione per ogni individuo, indipendentemente dalle sue colpe. La scelta di Papa Francesco di aprire una delle porte giubilari in un carcere, un luogo spesso associato alla punizione e all’emarginazione, risuona come un messaggio forte e provocatorio. Essa non riguarda solo la dimensione spirituale, ma anche quella sociale e politica. Il Papa non si limita a compiere un gesto di pietà, ma ci invita a riflettere sul significato profondo di giustizia, libertà e dignità umana.
di Domenico Forgione
Il Dubbio, 23 aprile 2025
Costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole sul Covid pronunciata dal Papa in una piazza San Pietro deserta. Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
di Andrea Ossino
La Repubblica, 23 aprile 2025
Intervista con il delegato del Vaticano alle carceri. Aneddoti, incontri, vittorie e sconfitte. E un fiore accompagnato da una lettera che i detenuti gli hanno affidato per posarlo sulla tomba di Papa Francesco. Monsignor Benoni Ambarus ricorda tutto del rapporto tra il Papa e la popolazione carceraria. È consapevole dell’impegno profuso dal pontefice: “Fino a pochi giorni fa il Santo Padre trascinava il suo corpo a Regina Coeli, per urlare al mondo, con tutta la sua forza, la necessità di prestare attenzione ai detenuti. Gli ultimi suoi averi li ha donati a loro, 200mila euro dal suo conto personale”, dice il Vescovo delegato alla carità e alle carceri. Che non dimentica neanche il risultato. Amaro. “Nonostante il suo enorme impegno, le istituzioni non hanno fatto nulla per dare anche solo un piccolo segnale. Il mio bilancio non è positivo”.
di Adriano Todaro
girodivite.it, 23 aprile 2025
Gli episodi avvenuti in alcune carceri italiane e la mia personale esperienza. Questa settimana non vi farò un elenco delle cose avvenute in campo editoriale. Tratterò un solo argomento, quello relativo a carcere e informazione con una esperienza personale. Leggo, infatti, mentre cerco le notizie in internet, che ai detenuti viene vietato di firmare gli articoli che pubblicano nei giornali realizzati all’interno degli istituti carcerari. Lo denuncia una delle testate più importanti esistente nelle carceri italiane, Ristretti orizzonti che riporta uno scritto di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, già Ministro della Giustizia.
- La contraerea dal carcere e altre storie
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