Nova, 7 febbraio 2015
Sono "inaccettabili" le critiche piovute sull'Egitto da parte di paesi stranieri e organizzazioni internazionali dopo le condanne all'ergastolo comminate dal Cairo a 230 attivisti implicati nelle proteste del dicembre 2011 contro il regime di Honsi Mubarak. È quanto afferma il ministero degli Esteri egiziano in un comunicato diffuso oggi. Le reazioni internazionali, si legge nella nota, "costituiscono un'interferenza negli affari interni dell'Egitto che rivela l'ambiguità di quei paesi e di quelle organizzazioni". Molti degli Stati che hanno sollevato critiche contro Il Cairo, ricorda inoltre il ministero degli Esteri, "continuano a tenere in carcere detenuti per parecchi anni senza dar loro la possibilità di difendersi in un giusto processo".
Due gironi fa, il dipartimento di Stato Usa aveva espresso "profonda preoccupazione" per le sentenze comminate dal Tribunale penale del Cairo nei confronti di Ahmed Douma e degli altri attivisti. Secondo la portavoce del dipartimento Mary Harff si sarebbe trattato di "una violazione dei più semplici principi di democrazia". Gli imputati sono stati accusati di aver provocato scontri con le forze di sicurezza e di aver danneggiato una libreria pubblica nei pressi di Piazza Tahrir, al Cairo, dando fuoco a centinaia di manoscritti e libri rari.
Ansa, 7 febbraio 2015
Il rocambolesco piano organizzato da un gruppo di donne brasiliane per fare evadere 26 detenuti dal carcere di Nova Mutum. Evadono di prigione grazie alle mogli, che hanno attirato i secondini in una vera e propria trappola. È accaduto in Brasile, a Nova Mutum, prigione situata vicino alla città di Cuiabà, nel Mato Grosso. Secondo le ricostruzioni dell'accaduto, un gruppetto di donne, compagne di altrettanti detenuti, si sono presentate alle guardie del carcere in abiti succinti e con qualche bottiglia di alcol, annunciando l'intenzione di fare baldoria.
I secondini ci sono cascati e hanno iniziato a darsi alla pazza gioia, trangugiando i drink che le signore servivano loro, tutti però "dopati" con droghe e sonniferi. E quando i secondini sono stramazzati, le tre signore hanno avuto gioco facile a rubare loro le chiavi e aprire le celle, liberando i mariti e altri 23 detenuti. Le autorità hanno aperto un'inchiesta su quanto accaduto, mentre in tutta la zona è partita una gigantesca caccia per riacciuffare gli evasi. Quanto agli sprovveduti agenti, una volta passata la sbornia, passeranno un brutto quarto d'ora davanti ai loro superiori.
di Alessandro Bruni (Presidente Società Italiana Psicologia Penitenziaria)
Ristretti Orizzonti, 6 febbraio 2015
Richiesta partecipazione agli Stati Generali sul carcere e le pene e sostegno allo svolgimento dell'iniziativa a Padova come richiesto da "Ristretti Orizzonti".
Gentile Ministro, siamo gli psicologi penitenziari (cosiddetti esperti ex art. 80) che operano oramai da molti anni negli istituti penitenziari e nell'esecuzione penale esterna. In passato ci siamo rivolti a lei e ai suoi predecessori per sollevare le questioni relative al nostro lavoro sempre nell'ambito del contesto generale e con la finalità del miglioramento dell'esecuzione della pena e non come mera difesa della nostra categoria.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 6 febbraio 2015
Molti hanno paragonato il discorso tenuto l'altro giorno dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai discorsi di Aldo Moro. Moro è ricordato come uomo dai discorsi complicati, fumosi, smussati. Non è sempre stato così.
Moro tenne un clamoroso discorso, a Camere riunite, nella notte tra il 10 e l'11 marzo del 1977, a difesa del suo amico e collega onorevole Luigi Gui, accusato di essere corrotto, ma soprattutto a difesa della Democrazia cristiana e a difesa della politica e del diritto. Concluse quasi gridando - con la sua vocina flebile e gentile - "non ci faremo processare nelle piazze".
di Lidia Baratta
www.linkiesta.it, 6 febbraio 2015
La data ultima è il 31 marzo. Il rischio è che le strutture sostitutive siano riproduzioni degli Opg. La data ultima è il 31 marzo 2015. Dall'1 aprile gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Opg, non dovrebbero più esistere. O almeno questo è quello che prevede la legge 81 del 2014, dopo che per ben due volte la chiusura delle strutture è stata spostata in avanti. È successo il 31 marzo 2013, e la stessa cosa è avvenuta l'anno dopo. Le immagini di abbandono e disperazione filmate nei vecchi manicomi criminali dalla commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Ignazio Marino avevano portato l'argomento alla ribalta. Ma nonostante il decreto "svuota carceri" avesse già stanziato oltre 270 milioni spalmati tra il 2012 e il 2013, per ben due volte le regioni si sono fatte trovare impreparate ad accogliere nelle strutture sanitarie del territorio i pazienti autori di reato internati negli Opg.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 6 febbraio 2015
La tortura diventerà presto un reato da perseguire. La commissione Giustizia alla Camera ha dato via libera al progetto di legge che introduce il reato di tortura nell'ordinamento italiano. Mercoledì scorso si sono infatti concluse le votazioni sugli emendamenti e il testo sarà formalmente licenziato per l'aula dopo i pareri delle altre commissioni.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2015
Il governo ci ripensa sul falso in bilancio. E con la maggioranza cerca di rendere più efficaci le misure anticorruzione, sull'onda delle critiche emerse durante le inaugurazioni dell'anno giudiziario e, soprattutto, del richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 6 febbraio 2015
Giro di vite per i casi di corruzione che vedano protagonisti incaricati di pubblico esercizio: scatterà, infatti, il medesimo regime di sanzioni penali che riguarda i pubblici ufficiali.
di Andrea Ossino e Ivan Cimmarusti
Il Tempo, 6 febbraio 2015
La procura di Roma ha archiviato il fascicolo. L'accusa era falsa testimonianza al magistrato. La lunga gogna a cui era stata sottoposto l'ex Guardasigilli è terminata con un'archiviazione. È questo l'esito dell'indagine che ha rischiato di far finire sul banco degli imputati Anna Maria Cancellieri.
I giudici del tribunale penale romano di piazzale Clodio hanno infatti accolto la richiesta dei sostituti procuratori Simona Marrazza, Erminio Amelio e Stefano Pesci, gli stessi che avevano passato al setaccio il comportamento del Ministro sospettato di aver reso false dichiarazioni a un pubblico ministero. La vicenda riguardava le telefonate con Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, arrestato dalla procura di Torino insieme alle figlie Giulia e Jonella, nell'ambito dell'inchiesta su Fonsai. Il fascicolo, aperto dalla procura piemontese e approdato successivamente, per competenza, presso la procura capitolina, inizialmente non aveva né indagati né ipotesi di reato.
Gli inquirenti lavoravano principalmente su un verbale, quello dell'audizione dell'ex Ministro, avvenuta il 22 agosto presso la sede del ministero di via Arenula. Pur non essendo indagata, la donna aveva dovuto rispondere alle domande del procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi. Il magistrato chiedeva delucidazioni su alcune telefonate. Chiamate finite nell'inchiesta sulla compagnia assicurativa. Contatti avvenuti nei giorni in cui pendeva la richiesta di arresti domiciliari per Giulia Ligresti, figlia di Salvatore.
La ragazza infatti non mangiava da giorni e rischiava l'anoressia. Il Ministro aveva subito ammesso di aver parlato con il suo "amico di famiglia" Antonino Ligresti, discutendo in merito alle condizioni di salute della nipote. L'attenzione degli inquirenti si era dunque spostata su una domanda: fu il Ministro a chiamare Ligresti o il contrario?. "Qualsiasi cosa io possa fare conta su di me" avrebbe inoltre affermato al telefono Anna Maria Cancellieri il 17 agosto conversando con Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti.
La questione era semplice, bisognava capire se il Ministro fosse intervenuto direttamente con il dipartimento per l'amministrazione penitenziaria omettendo poi di dire la verità alla procura di Torino. La donna, sentita come persona informata sui fatti, spiegò che si trattava di una telefonata di "solidarietà" da inquadrarsi "sotto l'aspetto umano". Successivamente, il 28 agosto, 11 giorni dopo la telefonata, Giulia Ligresti ottenne gli arresti domiciliari, grazie a un'istanza di patteggiamento.
Il caso politico era nato e la Cancellieri si era difesa: "Non c'è stata alcuna interferenza con le decisioni degli organi giudiziari e nel caso di Giulia Ligresti era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell'Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi a impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate, che manifestassero preoccupazioni circa le condizioni sullo stato psicofisico di persone in stato di detenzione".
di Giorgio Petta
La Sicilia, 6 febbraio 2015
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Adalberto Capriotti, l'ex capo del Dap citato l'altro ieri a deporre al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il giorno precedente, davanti alla Corte di Assise di Palermo in trasferta nella capitale, aveva deposto il suo predecessore, Nicolò Amato, sostenendo di essere stato "defenestrato" nel giugno del 1993 per ordine del defunto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
Secondo la Procura di Palermo, l'allontanamento di Amato dal Dap avrebbe segnato, con l'alleggerimento del regime carcerario del 41 bis ai mafiosi detenuti, il primo passo della trattativa avviata da pezzi dello Stato per fermare la stragi di Cosa nostra. Di qui l'importanza della deposizione di Capriotti, nominato all'epoca dall'allora guardasigilli Giovanni Conso.
Essendo indagato di procedimento connesso, Capriotti ha deciso di non rendere testimonianza. Nel corso dell'inchiesta sulla trattativa fu iscritto, infatti, nel registro degli indagati per false informazioni al pm, lo stesso reato contestato all'ex ministro della Giustizia, Conso, e all'ex eurodeputato Giuseppe Gargani.
Se avesse risposto alle domande dei pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, Capriotti avrebbe dovuto parlare, tra le altre cose, anche della revoca del 41 bis, disposta da Conso nel novembre del 1993, nei confronti di altrettanti detenuti mafiosi. Una decisione, per l'accusa, che confermerebbe l'esistenza dell'accordo Stato-mafia.
Il processo è stato rinviato ad oggi. Al tribunale di Roma verrà sentito Arnaldo Forlani, l'ex segretario nazionale della Dc. Erano stati citati anche Conso e l'ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ma entrambi hanno comunicato di non poter deporre per motivi di salute.
"Non avevamo dubbi che Capriotti si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. Insomma, sembriamo alla Waterloo della verità sulle stragi del 1993". Questo il commento di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione fra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. "Il professor Conso e l'ex presidente Ciampi, che sono ormai ammalati e molto anziani - aggiunge - non verranno in aula al processo trattativa a dire ciò che sanno. Sono pronti i certificati dei medici di famiglia. Dovevano parlare prima - conclude - magari al Tribunale di Firenze, ma non lo hanno fatto o lo hanno fatto male".
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