di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Passano gli anni e le legislature, ma la sicurezza continua a essere il tallone d’Achille della sinistra. I casi di Mario Roggero e della morte di Abderrahim Fakir, con le successive polemiche sugli scontri di Bologna, hanno riportato il tema al centro del confronto politico e, ancora una volta, il centrosinistra si è trovato a inseguire. Un paradosso: al netto di un paio di parentesi tecniche, negli ultimi anni il Viminale è stato quasi sempre guidato da ministri espressione del centrodestra o comunque sostenuti da maggioranze in cui il centrodestra aveva un ruolo decisivo. Eppure, nell’immaginario collettivo, è la sinistra a essere percepita come indulgente verso la criminalità e poco sensibile alle richieste di sicurezza dei cittadini. La destra, pur essendo al governo e quindi chiamata a rispondere dei risultati ottenuti, è riuscita a ribaltare il piano dello scontro politico.
di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 23 luglio 2026
La sicurezza è di destra o di sinistra? Mentre la destra di governo cavalca la cronaca per avanzare la sua agenda law and order, tra propaganda sulla “difesa sempre legittima” e scudo penale per le forze dell’ordine, sul banco degli imputati finisce, piuttosto paradossalmente, “la sinistra”, ovvero l’opposizione. Quel centrosinistra che non solo - è l’accusa di Giorgia Meloni al sindaco di Bologna, Matteo Lepore - aizza la piazza contro le forze dell’ordine, ma - commentano in tanti - appare troppo “timida” quando si tratta di sicurezza. Su questo terreno, si dice, servirebbe invece un impegno trasversale.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Avete presente Simone Carabella? Quel tipo che gira per Roma affrontando presunti delinquenti, spacciatori, borseggiatori, “maranza”, writer, musulmani, senza tetto filmandoli con lo smartphone per poi sbatterli sui social. Se pensate che si tratti dell’ennesima stranezza italica vi sbagliate, Carabella è soltanto la versione all’amatriciana di un fenomeno globale: il giustiziere-influencer. Da noi il precursore è stato Simone Cicalone che prima degli altri ha intuito le potenzialità del format, trasformando degrado urbano, borseggi e ronde cittadine in una narrazione seriale di successo sul suo canale YouTube. Con il passare degli anni, però, Cicalone ha quasi assunto un profilo istituzionale: oggi dialoga con amministrazioni e forze dell’ordine che ormai lo portano sulle volanti durante i pattugliamenti, è ospite nel salotto tv de La7, rivendica un ruolo di sentinella civica e cerca di accreditarsi come interlocutore delle autorità: paragonato al suo rozzo epigono sembra Jean-Paul Sartre.
di Vincenzo Corrado*
Il Domani, 23 luglio 2026
L’ondata quotidiana è un impasto di bot, profili falsi, account riconducibili ad ambienti neofascisti e persone in carne e ossa, con le foto dei figli e del cane, e ha come unico obiettivo quello di delegittimare chi scrive, annichilirlo, con qualsiasi mezzo possibile. Meta non fa nulla per impedirlo, anzi. In compenso mi versa il “performance bonus”. Da inizio aprile pubblico sulla mia pagina Facebook una serie di post in cui contesto, dati ufficiali alla mano, la solidità della proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista”, quella depositata alla Camera il 30 giugno con 150.000 firme e ora in attesa di calendarizzazione. I miei follower sono poco più di 15.000, eppure quei post raggiungono circa dieci milioni di persone al mese e hanno generato, in tre mesi e mezzo, oltre 200.000 messaggi d’odio. Migliaia di commenti al giorno, tutti i giorni, che continuano ad arrivare anche adesso, a metà luglio.
di Luciana Cimino
Il Manifesto, 23 luglio 2026
A Mantova l’epicentro del fenomeno: un lavoratore agricolo su tre a rischio sfruttamento. E con il caldo estremo sono arrivati i morti. Nelle semplificazioni giornalistiche a Mantova è toccato un primato. “Capitale italiana del caporalato” è la definizione, risalente a una decina di anni fa, quando le indagini della magistratura rivelarono il sistema di sfruttamento della manodopera nelle campagne mantovane, tra Sermide e Poggio Rusco. Con ramificazioni nelle province di Ferrara e Rovigo. “Non siamo a Rosarno”, risposero piccati all’unisono gli imprenditori agricoli della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Territori di grosse concentrazioni di aziende agroalimentari e quindi considerati meno permeabili a episodi di caporalato. Le cronache, le inchieste e i rapporti delle organizzazioni che si occupano di lavoro agricolo, come Flai Cgil e Terra!, hanno dimostrato che non è così.
di Serena Sileoni
La Stampa, 23 luglio 2026
È sotto gli occhi di tutti. Bambini che anziché giocare fissano il telefonino a pochi centimetri dal viso; preadolescenti e adolescenti che riescono a parlare e confidarsi solo attraverso uno schermo, anche quando sono uno di fronte all’altro. Le tappe della crescita - la socializzazione, l’educazione e persino l’istruzione - sembrano stravolte da percorsi nuovi dove il mezzo, anzi i mezzi, dettano nuovi modi di essere, di stare al mondo e persino di pensare. La digitalizzazione resta, sia chiaro, un’ottima cosa. Non aiuta solo i giovani ad avere migliore accesso a più opportunità, come frequentare un corso a distanza o iscriversi a un book club quando non ce l’ha sotto casa. Aiuta gli anziani a sentirsi meno soli anche solo videochiamando i nipoti lontani, e gli adulti a conciliare meglio impegni familiari e lavorativi.
di Luca Attanasio
Il Domani, 23 luglio 2026
“Dove sono i nostri figli? Abbiamo diritto ad una risposta”, recita il cartello col quale questa madre di un migrante disperso in mare protesta, assieme ad altri familiari, davanti all’ambasciata italiana a Tunisi. Ci sono mamme, sorelle, figli e figlie, famiglie sparse in tutta l’Africa o nel Sud globale, che pagherebbero oro per garantire la remigrazione dei propri figli, fratelli, padri, cari, inghiottiti dal mare, dai deserti, scomparsi durante viaggi assurdi frutto di confini insensatamente sbarrati e leggi coloniali. Ci sono madri che vivono intrappolate nell’attesa di una notizia, un sms, una telefonata dai propri ragazzi partiti tentando l’affondo alla fortezza Europa, che vivono in una sospensione permanente tra speranza e lutto, probabilmente più atroce della notizia di una morte certa. “Il mio Mansour tornerà un giorno - è sicura Fadhila, una mamma incontrata a metà giugno nel quartiere di Jbal Lahmer, a Tunisi, per il progetto Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle mamme dei migranti - sono passati tanti anni, non ho più avuto notizie, ma penso che sia finito in qualche prigione in Italia, o che, come sappiamo di tanti altri ragazzi, sta male e non riesce a comunicare con noi, ma noi saremo sempre qui ad aspettarlo”. Mansour è partito 12 anni fa in una notte d’estate, col mare tranquillo, senza dire nulla alla madre per evitarle patemi d’animo. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e dirle: “Mamma, sono salvo, troverò un lavoro e da ora in poi penserò io a te”. E invece è scomparso nel nulla, molto probabilmente è morto quella notte stessa risucchiato negli abissi del Mediterraneo: poche ore dopo aver scoperto che il ragazzo era partito la donna ha anche saputo che un barcone si era ribaltato e che i sopravvissuti avevano visto il ragazzo affogare. Ma Fadhila non si rassegna. “Adesso ha 29 anni”, spiega mentre mostra le sue foto sistemate a comporre un altarino nel punto centrale della casa. “Io e suo fratello più giovane (il marito è morto, ndr) lo aspettiamo. È sempre stato un ragazzo affettuoso, molto premuroso nei miei confronti, un figlio d’oro, non può essere sparito così”. Desiderio di orizzonti Il rifiuto di rassegnarsi all’evidenza delle mamme tunisine, così diffuso da queste parti, sa di qualcosa di ben più grande. Assomiglia al rifiuto di accettare che dei ragazzini che sognano un futuro diverso, non possano decidere di chiedere un visto e viaggiare su voli sicuri come fanno tutti i nostri, ma debbano affidarsi a trafficanti e ingaggiare viaggi pericolosissimi e violenti, in cui spesso si muore. L’ḥarga, come viene chiamato in Tunisia il “viaggio” irregolare (dal verbo ḥaraqa che significa “dare alle fiamme” e indica bruciare le frontiere e i confini europei, ma anche i documenti che sono inutilizzabili vista la sostanziale impossibilità per chi vuole emigrare, di ottenere visti regolari, ndr) prima o poi, finisce praticamente nei ragionamenti di tutti i ragazzi, a prescindere da censo, posizione sociale, scolarizzazione. È il normale anelito a cercare la propria strada altrove che moltissimi giovani del mondo sentono, specie in aree di crisi economica o instabilità politica. “Eravamo nel 2011, nel pieno svolgimento della rivoluzione - spiega Latifa Walhazi, presidente dell’Associazione delle mamme dei dispersi - e mio fratello Ramzi sentiva come tutti noi giovani un desiderio di libertà e di ampiamento degli orizzonti. A scuola era bravissimo, aveva iniziato l’università, studiava legge, e puntava a diventare magistrato. Io ero la sorella maggiore, ma gli facevo da mamma da quando mio padre aveva avuto un gravissimo incidente e mia madre si occupava quasi esclusivamente di lui. Iniziò a parlare di harga lasciandoci tutti stupiti: “Ma come mai parli di questo? - gli ripetevamo tutti in famiglia - Hai un futuro qui in Tunisia, e noi non potremmo sopportare la tua lontananza”. Era molto indeciso, non voleva darci un dolore, ma molti dei suoi amici partivano. All’epoca non lo capivo, ora se ci ripenso sembra molto chiaro: ci stava pensando seriamente ma non aveva il coraggio di dircelo apertamente perché sapeva che ci avrebbe dato un dolore. E così, senza dirci nulla, un giorno se ne è andato”. Latifa e la sua famiglia non lo hanno più visto e da allora lo cercano. Ndidi Emefiele: “Voglio dipingere donne che cambiano la narrazione” Per darsi una struttura e una ufficialità e al tempo stesso per fare comunità, sostenersi e solidarizzare, Fatma Kassraouin, la madre di Latifa, e alcune mamme di ragazzi scomparsi, hanno dato vita all’Associazione delle mamme dei dispersi (Association des Mamans des Disparus), una realtà molto attiva in Tunisia, in contatto con madri e famiglie di altri giovani dispersi in tutta l’Africa. Fondata nel 2016, l’organizzazione si batte per esigere dalle autorità tunisine ed europee la verità sulla sorte dei propri figli e almeno il rimpatrio delle salme. Chiedono anche una sistematizzazione delle procedure per il riconoscimento dei tanti cadaveri che il mare restituisce attraverso il Dna. Le mamme membri dell’Associazione, sono attiviste della società civile e lottano anche contro le campagne anti-migranti subsahariani scatenate dal presidente Saied e il pensiero razzista e xenofobo divenuto così diffuso in Tunisia. È una piccola realtà formata da familiari senza molti mezzi, non hanno neanche una sede legale, ma in dieci anni di vita hanno raggiunto una grande visibilità e sono ormai una voce riconosciuta nel contesto tunisino. “Siamo un’associazione pacifica - riprende Latifa - che vuole aiutare le famiglie a trovare la verità e le risposte. Insegniamo come effettuare le ricerche, perché purtroppo alcune persone non sanno nemmeno come scrivere un documento, come denunciare la scomparsa di qualcuno. Chiediamo per conto delle famiglie l’identificazione del Dna, e siamo in contatto con Alarm Phone (Watch The Med Alarm Phone è stato creato nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti per fornire un numero di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio, ndr). Con l’aiuto della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani, siamo riusciti a contattare il Ministero degli Affari Sociali e a ottenere per le nostre famiglie un reddito mensile e un’assicurazione sanitaria gratuita”. Il senso di sorellanza dell’associazione è allargato. Le madri tunisine sono in diretto contatto con mamme e famiglie in Algeria, Marocco, Camerun e Senegal e stanno cercando di aumentare il proprio network. Ogni anno, il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’organizzazione di Latifa si mette in rete con altre realtà africane, europee e di altre aree per dare vita a CommemorAction, una manifestazione trasversale che ricorda le stragi in mari e nei viaggi e chiama all’azione per una maggiore giustizia e per contrastare leggi disumane che ostacolano la mobilità di chiunque provenga dal sud globale. “L’Unione europea - conclude Latifa - si dice anti razzista a voce ma è la prima a praticare il razzismo contro i nostri giovani, i nostri figli e i nostri fratelli. In Tunisia, i giovani devono presentare una documentazione molto complessa per ottenere il visto, ma nonostante ciò i permessi vengono sempre rifiutati. Ci chiediamo: perché questa politica così rigida? Perché gli europei entrano nel nostro paese a volte senza documenti d’identità, nemmeno con passaporto o visto? Vengono, si godono il clima, fanno turismo, si divertono, ma a noi non è permesso fare lo stesso”. Dietro i migranti, le madri: le voci di chi resta nel limbo
di Anna Paola Lacatena
Avvenire, 22 luglio 2026
Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità, soprattutto nei confronti delle persone “schiave” di sostanze psicotrope. Serve pensare a modelli alternativi. È pari al 32,7% del totale il numero di detenuti con diagnosi di dipendenza patologica da sostanze psicotrope (legali e illegali) presente nelle carceri italiane. Dal 2006 non era mai stato così alto. Al 31 dicembre 2025, dei 63.499 detenuti, il 33,9% (circa 21.562 persone), con una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e ben oltre quella mondiale (22%), era in carcere per violazione, ex art.73 e 74, del DPR 309/1990 (Testo Unico sugli Stupefacenti).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2026
Il sovraffollamento divampa. Al 19 luglio nelle carceri italiane vivono 64.739 persone per 46.237 posti realmente disponibili, e il tasso reale di affollamento tocca il 140 per cento. Il caldo dell’estate moltiplica il peso di una struttura che è già totalizzante, dove la cella diventa un forno e il tempo non passa mai. Il governo, di concreto, non ha fatto nulla. Resta la sua proposta di legge, ancora non approvata in via definitiva, che pure, nonostante evidenti criticità, qualcosina potrebbe fare. Eppure l’iter è ancora lungo. I numeri arrivano dal monitoraggio quotidiano che rielabora le schede di trasparenza del ministero della Giustizia, e raccontano una realtà più dura di quella ufficiale.
di Anna Lisa Antonucci
L’Osservatore Romano, 22 luglio 2026
Non era mai accaduto nella storia recente penitenziaria italiana che associazioni, laiche e cattoliche, responsabili delle istituzioni territoriali, esponenti della società civile, attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di varie forze politiche, garanti regionali e comunali si sentissero chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”“. Così Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che fa parte della neonata “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, commenta la giornata di visite in ben 37carceri italiane svoltasi a metà luglio.
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