di Umberto Rapetto
Il Manifesto, 8 febbraio 2025
Senza bisogno di azioni da parte della vittima, possono trasformare lo smartphone in un microfono, registrare, fotografare, leggere le mail ed entrare nel cloud. Eppure la ragione per cui gli spyware andrebbero regolamentari come armi è che possono costituire prove a carico, navigando e scaricando materiale, senza lasciare tracce. Poche righe di codice informatico possono essere più pericolose di un chilo di tritolo. Non è questione di consistenza, peso o dimensione dell’arma letale: se si vuol “uccidere” qualcuno non c’è alcun bisogno di strumenti di tradizionale cruenza. Può bastare un silenziosissimo e impercettibile software a demolire l’esistenza di un “nemico”. È il delitto perfetto, privo di qualunque “residuo” che possa costituire traccia. Parliamo di Rat, Remote access tools, ovvero dei programmi che permettono di acquisire il controllo di un dispositivo informatico operando da remoto, ossia senza aver alcun bisogno di avere fisicamente tra le mani l’oggetto da “rimaneggiare” e poi gestire.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 8 febbraio 2025
Un video del ministero dell’Interno mostra spinelli, piste di cocaina, la silhouette in fiamme di un cadavere sull’asfalto e lo slogan: “Ogni giorno, ci sono persone che pagano il prezzo della droga che comprate”. A partire da domani alla televisione francese e sui social media sarà diffuso un video del ministero dell’Interno che mostra spinelli, piste di cocaina, la silhouette in fiamme di un cadavere sull’asfalto e lo slogan: “Ogni giorno, ci sono persone che pagano il prezzo della droga che comprate”. Il ministro Bruno Retailleau lo ha presentato come “un elettrochoc” al quale sottoporre i cittadini nell’ambito di una più generale “campagna di colpevolizzazione dei consumatori di droga”. Basta lassismo e tolleranza verso “l’uso ricreativo”: “Fumare uno spinello significa avere sangue sulle mani”.
di Sofia Toscano
L’Unità, 8 febbraio 2025
Tra le migranti che attraversano il confine della Tunisia, da gennaio a marzo, è aumentata del 1650% rispetto al 2023 la richiesta a organizzazioni umanitarie di poter abortire dopo violenza sessuale. Gli stupri e le torture della Guardia nazionale tunisina sui migranti documentati per il periodo che va da maggio a ottobre dell’anno scorso in un rapporto dell’Organizzazione mondiale contro la tortura. Il titolo è “Le strade della tortura: il restringimento dello spazio civico e il suo impatto sulle persone in viaggio in Tunisia”. È uscito un mese fa, verifica e conferma quello che molte inchieste - quella che ha avuto più risonanza è stata quella della scorsa estate del quotidiano britannico - hanno denunciato più volte e con atroci dettagli.
di Marco Bresolin e Francesco Malfetano
La Stampa, 8 febbraio 2025
La Commissione al lavoro per blindare l’attività dei giudici. L’esecutivo si troverà davanti a un bivio: stare con gli Usa o Bruxelles. Giorgia Meloni, ora, rischia di trovarsi a un bivio vero: tra Bruxelles e Washington, tra Ursula von der Leyen e Donald Trump. Un bivio dal nome sconosciuto ai più ma che, al solo evocarlo, già è motivo di imbarazzo ai vertici del governo italiano. Si tratta dello “statuto di blocco”, lo scudo legale che l’Unione europea è pronta a estrarre per mettere la Corte penale internazionale (Cpi) al riparo dalle sanzioni della Casa Bianca. Un regolamento del 1996 che era stato attualizzato nel 2018 per proteggere le aziende Ue dalle sanzioni del primo Trump all’Iran e che ora potrebbe contrapporre Meloni a Ursula. Il rischio è quello di un’incrinatura nel rapporto che ha portato Raffaele Fitto sulla poltrona di vicepresidente esecutivo della Ue. Specie dopo che von der Leyen, ieri, ha attaccato duramente la scelta americana, invece benedetta dall’Italia.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 8 febbraio 2025
Dalla stesura dello statuto di Roma, al contributo decisivo per individuare i crimini contro l’umanità, fino al conflitto politico e ideologico di oggi. Quale destino per la Corte dell’Aia? Il caso Almasri e lo scenario disastroso del Medio Oriente hanno aperto un dibattito su scala globale sul presente e, soprattutto, sul futuro della giustizia internazionale con un eventuale ripensamento degli strumenti messi a disposizione nei decenni passati. L’entusiasmo per costruire un mondo migliore, dopo le mattanze nella Ex Jugoslavia e il Ruanda, con i relativi Tribunali internazionali, ha contribuito alla stesura nel 1998 dello Statuto di Roma.
di Andrea Lavazza
Avvenire, 8 febbraio 2025
Affossare l’aspirazione a una giustizia universale, nata dopo il crollo del Muro di Berlino, significa cancellare il principio di convivenza rispettosa fra le nazioni. Perché? “La natura non permette che i crimini rimangano impuniti: a essa devono essere riferiti i crimini commessi contro il diritto delle genti”, scrive Ugo Grozio nella sua celebre opera “Sul diritto della guerra e della pace” (1625). E con “natura’”, il grande giurista intendeva la legge naturale, ovvero quelle regole che la retta ragione suggerisce all’essere umano, indipendentemente dalla sua identità e dal luogo in cui si trova. Il “diritto delle genti” è poi l’estensione universale delle norme concordate sulla base della riflessione precedente, ovvero il diritto internazionale moderno. Sta in questa tradizione razionale e umanitaria la radice di quella straordinaria realizzazione, quattro secoli dopo, che è la Corte penale internazionale. Ci sono voluti quasi 400 anni per arrivare a tale risultato, che è eccezionale e ammirevole per il principio, ovviamente, e non per la concreta attuazione, sempre soggetta, come tutte le cose umane, a errori e imperfezioni. Non si può che salutare infatti come irrinunciabile il principio per cui vi sia una giustizia per crimini gravissimi che vada oltre i confini degli Stati - quando questi non possono o non vogliono perseguirli - e che punisca i singoli responsabili, basandosi sull’idea di dignità umana universale e necessità di proteggere i più vulnerabili. In questo senso, la Cpi è stata l’espressione più alta, il vertice forse, dell’ordine liberale multipolare postbellico e post-Muro di Berlino. Quando nacque, con il Trattato di Roma, nel 1998, il mondo sembrava pronto ad avviarsi verso la condizione che qualcuno definì “fine della storia”, intesa quale superamento del continuo scontro tra visioni inconciliabili del mondo e dei suoi abitanti. Non è stato così, lo sappiamo bene.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 febbraio 2025
Mercoledì scorso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presieduto un vertice d’emergenza sul piano carceri, con l’obiettivo dichiarato di risolvere il cronico sovraffollamento dei penitenziari. All’incontro hanno partecipato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Andrea Delmastro, il neo-commissario per le carceri Marco Doglio, oltre a rappresentanti del Mit e del Dap. La proposta non è certamente nuova, se ne parla già da oltre un anno: realizzare 7.000 nuovi posti detentivi entro la fine della legislatura. Presentata come una soluzione strutturale per “migliorare le condizioni della pena e delle strutture” è stata accolta con scetticismo dall’opposizione.
di Francesca Polizzi ed Elisa Rossi
Il Domani, 7 febbraio 2025
Sette mila nuovi posti detentivi nelle carceri italiane. Lo prevede il Piano carceri annunciato dopo un incontro a Palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Andrea Delmastro e il commissario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio. “In questa legislatura porremo fine al sovraffollamento carcerario”, ha detto Delmastro. Ma queste strategie che puntano ad aumentare gli spazi detentivi non migliorano le condizioni delle persone detenute. Sulle carceri si continua a ragionare in ottica emergenziale, ma come fa notare Domenico Alessandro de Rossi, architetto e presidente di Cesp (Centro europeo studi penitenziari): “La costruzione di nuovi padiglioni è un intervento palliativo, non basta dare una camera dove dormire, bisogna pensare a tutta una serie di servizi”.
di Alice Dominese
L’Espresso, 7 febbraio 2025
Under 25 insieme con gli adulti, senza percorsi di reinserimento e in carceri al collasso. L’effetto travaso del decreto Caivano ha peggiorato la situazione con 1.800 reclusi in più. A inizio gennaio, un detenuto romeno di 23 anni si è tolto la vita impiccandosi nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Era stato arrestato un mese prima e si trovava in un carcere che contiene oltre mille reclusi, quasi il doppio della capienza prevista. A distanza di alcuni giorni, nel carcere fiorentino di Sollicciano, a impiccarsi è stato un ragazzo egiziano di 25 anni con una storia di atti di autolesionismo alle spalle. Sono loro i più giovani detenuti morti suicidi finora nel 2025. L’anno scorso, i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che si sono tolti la vita in carcere sono stati dieci.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 7 febbraio 2025
Fabio Gianfilippi (1977) è dal 2006 magistrato di sorveglianza a Spoleto e nel Tribunale di sorveglianza di Perugia. L’elenco corposo delle sue pubblicazioni, sul mondo penitenziario, la sorveglianza, l’esecuzione delle pene e le alternative, i diritti dei detenuti, testimonia la vocazione per il suo incarico, in troppi casi burocraticamente e fastidiosamente svolto in attesa di destinazioni più ambite. Lo scorso 29 gennaio ha depositato un’ordinanza riguardante il reclamo di un detenuto che si era visto rigettare dalla direzione del carcere di Terni la richiesta di svolgere colloqui intimi con la sua convivente, senza controlli a vista, “come ormai consentito dopo la sentenza Corte Costituzionale 20 gennaio 2024”.
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