di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 6 febbraio 2025
“Il ministro non è un passacarte”, rivendica il Guardasigilli Carlo Nordio. E spiega che nel suo ruolo di “organo politico” ha il “potere-dovere di interloquire con altri organi dello Stato, laddove se ne presenti la necessità, che in questo caso si presentava eccome”. Dunque il ministro della Giustizia che ha di fatto disapplicato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il generale libico Najeem Osama Almasri, determinando la scarcerazione del detenuto, ha discusso con i colleghi di governo. Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è da presumere, ma anche con il sottosegretario delegato alla sicurezza nazionale Alfredo Mantovano e, verosimilmente, con la stessa premier Giorgia Meloni. Cioè i quattro indagati la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri, dopo la trasmissione degli atti da parte del procuratore di Roma.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 6 febbraio 2025
Tutti i Governi mentono, ma solo alcuni riescono a farlo così spesso e così male come il nostro. “Gli atti sono arrivati di notte. E poi erano in inglese. E poi avevano una data sbagliata”. Con scuse sempre meno credibili, il Governo prova a giustificare la liberazione del torturatore libico Elmasry. L’informativa di Nordio e Piantedosi in parlamento arriva tardi ed è solo una tappa del patetico oscillare tra tesi opposte. Cavilli e formalità sono la specialità del ministro della giustizia, per il quale la richiesta della Corte penale internazionale di processare Elmasry non stava in piedi (non lo aveva mai detto, ma adesso Nordio ci spiega che il suo silenzio andava interpretato così). Al contrario, per il ministro dell’interno le accuse della Corte dell’Aja all’aguzzino capo di Tripoli erano tanto serie e credibili da rendere necessaria la sua immediata espulsione. Con un aereo di Stato e avvertendo per tempo i libici in modo che organizzassero l’accoglienza.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 6 febbraio 2025
Il fact checking: l’espulsione lampo di Almasri solleva dubbi sulla cooperazione dell’Italia con la Cpi. Clima infuocato alla Camera durante l’informativa del governo sulla vicenda riguardante Njeem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, nonché torturatore del carcere di Mitiga, espulso dall’Italia il 21 gennaio scorso perché considerato un “soggetto pericoloso”. Nei confronti di Almasri, arrestato a Torino il 19 gennaio e poi rispedito a Tripoli con un aereo dei servizi segreti, la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra (l’accusa si riferisce, tra le altre cose, a reati quali l’omicidio, la tortura, la violenza sessuale, la schiavitù e la riduzione in schiavitù per sfruttamento sessuale).
di Antonio Gagliano
Il Dubbio, 6 febbraio 2025
Almasri è stato riportato a casa con ogni riguardo seppure tutti riconoscono che si tratti, o si possa trattare, di un torturatore, di uno spietato criminale. Il Governo dell’Italia, la “nazione sovrana” che si declama essere tra le dieci potenze economica del mondo, è costretto a riconoscere che quell’arresto avrebbe comportato conseguenze gravi sull’ordine pubblico causa l’invasione di centinaia di migliaia di migranti in poco tempo. Vicenda Almasri, ovvero la fiera delle ipocrisie. Cominciamo dal tanto declamato “atto dovuto”. L’esposto dell’avvocato Li Gotti imponeva, secondo il procuratore di Roma, l’iscrizione nel registro delle notizie di reato e la trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri. Prima ipocrisia: Li Gotti, come egli stesso ha sottolineato, non ha fatto altro che riferirsi a fatti già da giorni pubblicati dalla stampa. A questo punto, però, non si riesce a capire come quei fatti erano privi di rilievo penale sino a quando li hanno divulgati i più importanti giornalisti italiani ed hanno invece assunto miracolosamente quel rilievo solo quando l’avvocato Li Gotti li ha riassunti nel suo scritto. Insomma, o il procuratore di Roma ha una considerazione troppo bassa di tutta la stampa italiana e non la degna di considerazione qualsiasi cosa possa scrivere, oppure ha una troppo alta opinione dell’avvocato Li Gotti.
di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2025
Non senza un certo imbarazzo ci tocca tornare sulla telenovela dei migranti deportati in Albania: sabato altri 43 sono rientrati a Bari, dopo la solita permanenza di un quarto d’ora dall’altra parte dell’Adriatico. I nuovi magistrati non hanno disposto la convalida dei provvedimenti di trattenimento per i migranti e dunque sono rientrati (tutti!) in Italia, facendo imbufalire la presidente del Consiglio che ad Atreju aveva tuonato, con aria parecchio minacciosa: “Funzioneranno, dovessi passarci ogni notte fino alla fine del governo”.
di Filomena Giannotti
lafonte.tv, 5 febbraio 2025
“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. Queste note parole attribuite a Voltaire non suonano solo come un frammento di saggezza sempre attuale, ma anche come una condanna senza appello al grado di (in)civiltà della nostra nazione. Perfino Bolzano, finita sul podio delle città italiane in cui si vive meglio nella classifica annuale del quotidiano “Il Sole 24 Ore”, ha una delle carceri più fatiscenti d’Italia. A sostenerlo è Rita Bernardini, ex deputata del Partito radicale e attuale presidente dell’associazione internazionale “Nessuno tocchi Caino”, che si batte per l’abolizione della pena di morte. Arrivando a Bolzano, si rimane colpiti dall’ordine, dalla pulizia, dalla bellezza delle aree verdi. Ma proprio sui prati e tra i fiori di uno dei parchi della città sorge il carcere, che fu costruito nell’Ottocento e ormai versa nel degrado totale.
di Ida Angela Nicotra
interris.it, 5 febbraio 2025
Nel messaggio che ha rivolto agli italiani, nell’ultimo giorno dell’anno, il Presidente Mattarella si è soffermato sul dovere imprescindibile di osservare le norme che riguardano la detenzione in carcere. Mettendo in luce il tema del sovraffollamento carcerario che rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti, prosegue il Capo dello Stato, devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine, che passa dalla dignità di ogni persona e dei suoi diritti. L’alto numero di suicidi in carcere è indice di tale inammissibile situazione.
di Ciriaco M. Viggiano
L’Edicola del Sud, 5 febbraio 2025
La detenzione della giornalista Cecilia Sala in Iran è stata accompagnata da un’ondata di indignazione per le disumane condizioni in cui versano gli ospiti del carcere di Evin. Celle sovraffollate e spesso senza finestre, zero letti o brandine ma solo un tappeto e una coperta per ripararsi dal freddo, cuscini infestati dagli insetti, luce accesa giorno e notte per impedire ai reclusi di dormire, senza dimenticare pessime condizioni igieniche e sistematiche violazioni dei diritti umani: quanto basta, insomma, per far sì che anche i manettari più convinti si stracciassero le vesti. Peccato, però, che altrettanta attenzione non sia stata e non sia tuttora riservata al tema della detenzione in Italia. Intendiamoci: qui nessuno vuole paragonare le carceri nazionali a quelle del regime degli ayatollah. Ma se la civiltà di un Paese si misura anche dalle condizioni in cui versano i suoi penitenziari, beh, l’Italia non se la passa proprio benissimo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 febbraio 2025
Il ministro Nordio ha incontrato l’omologo francese Gérald Darmanin. Dall’incontro è emerso un interesse dei francesi verso i nostri modelli di lotta alla criminalità ma soprattutto di gestione delle carceri. Ne parliamo con Mauro Palma, già Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ed ex Garante nazionale dei detenuti.
lapresse.it, 5 febbraio 2025
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sta predisponendo un sistema di controllo centralizzato che consentirà alla Sala Situazioni di Roma di avere accesso diretto e in tempo reale a tutte le telecamere installate negli istituti penitenziari italiani. Michele Miravalle, dell’Osservatorio Antigone: “Dove ci sono telecamere, i processi sugli abusi in carcere vanno avanti. Dove non ci sono, no”.
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