di Simona Musco
Il Dubbio, 5 febbraio 2025
Il decreto Cutro? Un flop. Non solo per i trattenimenti, annullati perché ritenuti illegittimi, ma anche in Tribunale, dove finora la specifica aggravante derivante dalla morte della persona trafficata non è stata mai applicata a livello sanzionatorio. L’ultimo caso come riporta Il Reggino - è quello di Locri, dove un processo celebrato a seguito di uno sbarco - nel quale ha perso la vita un giovane pakistano, Ashfaq Husnain, poco più che ventenne - si è concluso con due condanne e cinque assoluzioni.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 5 febbraio 2025
“Con il nuovo regolamento europeo sulla migrazione, in vigore dal 2026, gli Stati potranno stilare un elenco di Paesi di origine sicuri con eccezioni di territori o persone, ma non avranno carta bianca”, spiega Fabio Spitaleri, professore di Diritto dell’Unione europea. L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo risolverà veramente tutti i problemi dell’Italia relativi ai trattenimenti dei migranti per le procedure accelerate d’asilo, inclusi quelli legati al centro di rimpatrio realizzato in Albania? Al Governo ne sono convinti: dopo l’ennesima sentenza sfavorevole della Corte d’appello di Roma, fonti del ministero dell’Interno hanno sottolineato che la giurisprudenza dei giudici italiani appare “di corto respiro” ed è “destinata a essere superata dagli eventi”, alla luce del “sistema già previsto dal nuovo Patto europeo”. La risposta alla domanda, però, è “nì”. A spiegare il perché al Foglio è Fabio Spitaleri, professore associato di Diritto dell’Unione europea all’Università di Trieste.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 5 febbraio 2025
L’altra notte nelle stesse acque della tragedia di due anni fa, con il mare in tempesta, la Guardia costiera è intervenuta prontamente e la macchina dei soccorsi s’è mobilitata. Risultato: tutti salvi. Mare impetuoso, forza cinque. Onde imponenti, fino a quattro metri. Venti gelidi e taglienti come lame, sopra i trenta nodi. Sono le “condizioni meteo-marine avverse” - per dirla in gergo marinaresco - con cui domenica gli equipaggi delle motovedette “Cp 303” e “Cp 321” della Guardia costiera si sono dovuti misurare per poter trarre in salvo centrotrenta migranti: 74 uomini, 27 donne e 29 bambini, partiti il 30 gennaio dalla Turchia su un vecchio peschereccio.
di Giacomo Guarini
Il Manifesto, 5 febbraio 2025
“Si è interrotto il legame diretto tra la prima e la seconda accoglienza. Una volta ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale, molti migranti ospiti del Centro accoglienza richiedenti asilo di Bari si ritrovano a vivere per strada, senza casa e cibo, privi di diritti”. Un limbo che, secondo lo sportello sindacale Fuorimercato, “è funzionale a soddisfare la richiesta di manodopera da parte di quei settori produttivi che necessitano di forza lavoro usa e getta” e che trova un forte bacino di prelievo in un contesto caratterizzato da profonda incertezza. Da un lato, infatti, la presenza di una struttura di prima accoglienza, pensata per una permanenza transitoria e ubicata all’interno di una base militare in prossimità dell’aeroporto di Bari Palese, totalmente sconnessa dal tessuto cittadino. Dall’altro una Commissione territoriale che presenta “lunghissimi tempi di attesa” per ascoltare i richiedenti asilo e concedere il riconoscimento della protezione internazionale (oltre un anno a fronte di un iter stimato tra i tre ai sei mesi, con ritardi estremi anche nella comunicazione dei risultati del colloquio).
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 5 febbraio 2025
Alla fine l’informativa sul caso Almasri si farà. E passerà anche in diretta Tv. Ci saranno i ministri della Giustizia Nordio e dell’Interno Piantedosi, ma non ci sarà la premier Meloni, che non ha alcuna voglia di legare il suo volto a una vicenda così opaca e scivolosa. Niente premier e, per un pomeriggio intero, niente diretta tv dalla Camera. Ma la conferenza dei capigruppo del Senato decide diversamente da quella di Montecitorio e dopo qualche ora anche i deputati di adeguano, così anche la trasmissione televisiva sarà bicamerale. Riferiranno sull’increscioso caso Almasri i ministri della Giustizia Nordio e degli Interni Piantedosi.
di Nello Scavo
Avvenire, 5 febbraio 2025
Un dossier degli esperti che rispondono al Consiglio di sicurezza, precedente all’arresto su mandato della Corte penale dell’Aja e al rilascio in Italia, descrive gli affari del generale libico. È il 13 dicembre 2024 quando gli investigatori Onu consegnano al Consiglio di sicurezza il nuovo report annuale sulla Libia. Il caso Almasri, con il controverso viaggio in Europa e l’arresto in Italia su mandato della Corte penale dell’Aja concluso con l’accompagnamento di Stato a Tripoli, non è neanche in preventivo. Ma il generale libico per la seconda volta dal 2023 è uno dei protagonisti dell’investigazione internazionale.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 5 febbraio 2025
Di Trentini non si hanno notizie dal 15 novembre. Il governo Maduro è una democrazia per finta. Ora in Italia serve una mobilitazione come quella per Cecilia Sala. L’appello dei genitori di Regeni va ascoltato. Un altro italiano che scompare, come di recente Cecilia Sala, solo che stavolta dal buco nero che sembra averlo inghiottito in Venezuela non arrivano segnali di alcun tipo, né motivazioni ufficiali per le quali sarebbe stato arrestato, né dove si trova, come sta (soffre di pressione alta e deve assumere farmaci), in che condizioni è costretto. Si chiama Alberto Trentini, 45 anni, veneziano, cooperante per studio e professione, una bella faccia buona con i capelli corti, barbetta leggera, occhi chiari, ma il suo volto e il suo nome dicono poco a troppi e sulla sua sorte non sembra montare quell’ondata di partecipazione e di mobilitazione che tante volte è stata decisiva, l’ultima proprio con Cecilia.
di Nello Trocchia
Il Domani, 4 febbraio 2025
La prescelta è Lina Di Domenico, gradita al sottosegretario Andrea Delmastro. Il nome è stato condiviso con i media, ma non con il Colle che deve nominarla. Il sistema carcere è al collasso tra suicidi, atti di autolesionismo, sovraffollamento, ma il governo non ha ancora nominato il capo della polizia penitenziaria. Una mancanza che, può rivelare Domani, nasconde un pasticcio istituzionale e lo stupore del Quirinale. La possibile prescelta è stata annunciata urbi et orbi senza avvisare, come da prassi consolidata, Sergio Mattarella.
di Isabella De Silvestro
Il Domani, 4 febbraio 2025
La quarta puntata del podcast Gattabuia approfondisce la vita dei poliziotti, sottoposti a turni massacranti e continuamente a contatto con una popolazione carceraria sofferente e problematica. Chiedere dignità per i detenuti significa chiederla anche per gli agenti e viceversa. Per fare l’agente penitenziario il titolo di studio richiesto è un diploma di scuola secondaria di primo grado: basta la terza media. Diciotto anni l’età minima per accedere al concorso pubblico, ventisette quella massima. Dopo un corso di sei mesi si entra in servizio, con uno stipendio tra i 1.200 e i 1.300 euro al mese. Questi sono i dati da cui partire per capire il corpo di polizia con il più alto tasso di suicidi, che opera in carceri sovraffollate e fatiscenti e svolge un lavoro usurante, con turni notturni e straordinari che possono raggiungere le diciotto ore continuative al giorno e le settanta ore settimanali, sacrificando anche il giorno di riposo. La quarta puntata di Gattabuia, il podcast di Domani sulla vita quotidiana nelle carceri italiane, si occupa di questi uomini in divisa.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 4 febbraio 2025
Vera Zamagni analizza la realtà attiva da quarant’anni a Padova. Pasticceria, artigianato, un call center e 500 persone impiegate “Investire in rieducazione dei detenuti porta risparmi e sicurezza”. Solo due premesse. La prima è una osservazione della Corte dei Conti datata 18 luglio 2013, dopo la condanna di Strasburgo all’Italia per violazione dei diritti umani nelle carceri: “Investire in rieducazione e recupero dei detenuti fa risparmiare una valanga di soldi e porta sicurezza sociale”. La seconda riguarderebbe il principale strumento di tale recupero, cioè il lavoro, citando per esempio il programma (titolo: Lavoro carcerario) siglato nel 2022 tra lo Stato italiano e i colossi delle telecomunicazioni: privo di “alcun risultato perché frutto di decisioni prese senza tenere conto della realtà del carcere, e perciò inapplicabili”.











