di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 luglio 2026
L’appello delle maggiori associazioni di psichiatria e dei Dsm. Parla Fabrizio Starace, Siep: “Gli agenti vanno addestrati insieme ai sanitari, no alle fughe in avanti del Viminale”. Giusto una settimana fa, prima della morte di Abderrahim Fakir a Bologna, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep) e l’Associazione Luca Coscioni - con l’adesione della Società Italiana di Psichiatria (Sip), della Società Italiana di Psicopatologia e del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di salute mentale -, avevano lanciato l’allarme sulle “incertezze applicative” delle normative che regolano l’intervento della forza pubblica in casi che coinvolgono persone con problemi psichiatrici.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Niente tempi massimi di contenimento, assenza di protocolli sanitari e formazione a metà: Silp Cgil attacca le indicazioni del Viminale sulle persone non collaborative. “Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocare al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza (...) dovrà essere posto in posizione di decubito laterale”. La frase si trova a pagina 13 delle Linee guida per la gestione delle persone non collaborative diffuse dal Viminale a maggio scorso. E letta oggi, dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, pesa come un macigno. Fakir è morto mentre era immobilizzato a terra, sotto il peso di due agenti. Una dinamica che richiama quella di Riccardo Magherini, morto a Firenze nel 2014 dopo essere stato bloccato in posizione prona dai carabinieri, caso per cui l’Italia è stata poi condannata a gennaio scorso dalla Cedu.
di Paolo Giordano
Corriere della Sera, 23 luglio 2026
Cosa ci dice la morte di FaKir a Bologna. Cinque minuti, dieci richieste d’aiuto, nessuno che capisce la gravità di quanto stava succedendo. Il dubbio che non è venuto. Alla fine ho guardato il video. Di norma tendo a evitare i video così, per certe convinzioni teoriche sulla morte filmata, e per codardia. Ma ho guardato il video di Bologna. Poi l’ho guardato di nuovo. E infine l’ho ascoltato, senza le immagini, per concentrarmi meglio su ciò che i protagonisti si dicono. Mi ha lasciato nauseato. Come analisi non è molto profonda, me ne rendo conto. Ma non so come altro dirlo. Almeno la nausea è un sintomo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 luglio 2026
La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, dopo essere stato bloccato a terra dalla polizia, e la carcerazione del gioielliere Mario Roggero stanno infiammando il dibattito politico di questi giorni. Ne parliamo con Luigi Manconi, già docente di sociologia dei fenomeni politici e Presidente della Commissione dei diritti umani del Senato, è stato parlamentare per tre legislature e Sottosegretario di Stato alla Giustizia. È’ editorialista di Repubblica.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2026
Cosa prevede e quanto può funzionare. Presentato un ordine del giorno per un “programma sperimentale di remigrazione” dei detenuti extracomunitari a fine pena. Fontana: “Se non vogliono integrarsi meglio che vadano a casa loro”. Un ordine del giorno della Lega sulla “remigrazione” approda in Consiglio regionale della Lombardia con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il sovraffollamento delle carceri e favorire il rientro nei Paesi d’origine dei detenuti extracomunitari prossimi al fine pena. Il documento, presentato nell’ambito dell’assestamento di bilancio, impegna la Giunta di Attilio Fontana a istituire “un programma sperimentale regionale di remigrazione”, si legge nel testo dell’odg, rivolto “prioritariamente ai cittadini extracomunitari detenuti negli istituti penitenziari lombardi, prossimi al fine pena o con pena residua non superiore a due anni”, per “favorire l’espulsione dal territorio nazionale e accompagnare il rientro e la reintegrazione nei Paesi d’origine”.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Ha chiesto quattordici anni di reclusione per Gaetano Manganelli, ex comandante della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, e mentre lo faceva non ha usato giri di parole definendolo un “criminale”. Il pubblico ministero Alessandro Milita, oggi procuratore aggiunto di Napoli, ha pronunciato quella parola in aula, durante la requisitoria del maxiprocesso per le violenze commesse dagli agenti della penitenziaria contro i detenuti del carcere casertano nell’aprile del 2020. A Manganelli, che nel frattempo è passato al comando del carcere di Salerno, il magistrato ha contestato una condotta “furba”: l’ex comandante non girò per i corridoi delle sezioni del reparto Nilo, dove i reclusi venivano pestati, ma restò chiuso nel suo ufficio.
di Chiara Gabrielli
Il Resto del Carlino, 23 luglio 2026
La Dozza scoppia: sono 828 i reclusi a fronte di una capienza regolamentare di 480 posti. “L’amministrazione locale proceda a verifiche sulle condizioni igienico-sanitarie della struttura e solleciti il Ministero”. “Il Comune metta a disposizione appartamenti per i detenuti a fine pena”. È l’appello lanciato dal Direttivo e dall’Osservatorio Carcere della Camera Penale Franco Bricola di Bologna all’amministrazione locale, per cercare di attenuare il problema del sovraffollamento carcerario, tema ormai purtroppo tristemente noto. Un primo incontro si terrà dopo l’estate, a settembre, e sono diversi i progetti da proporre.
La Nazione, 23 luglio 2026
Alle denunce dei giorni scorsi di politici locali e regionali, si aggiungono quelle delle volontarie e dei volontari che operano nella Casa Circondariale Don Bosco di Pisa che “esprimono fortissima preoccupazione per il peggioramento, in questa torrida estate, delle condizioni di vita della popolazione carceraria. Un peggioramento, riflettono, dovuto a: “Il sovraffollamento al 156% che rende difficile la gestione dell’istituto e incide su situazioni già inaccettabili (si pensi a 3 docce per 60 detenuti); le infestazioni da cimici che si insinuano nei mobili e nei materassi e che provocano infezioni e sofferenze quotidiane alle persone ristrette; i ritardi nella gestione di istanze (permessi premio, art.21, etc) rivolte alla Magistratura di Sorveglianza di Pisa dovuti a carenze di personale; la mancanza di investimenti nel personale e nelle strutture (molte celle hanno ancora i bagni a vista) che ostacola qualunque tentativo di miglioramento anche da parte della direzione del carcere”. “Come evidenziato dalla mobilitazione nazionale promossa nei giorni scorsi dalla conferenza dei garanti - aggiungono ancora i volontari che operano al Don Bosco - tutto ciò rende il carcere, e purtroppo non solo il Don Bosco, un posto dove si muore: per suicidio ma anche per cause cosiddette naturali, non ancora classificate, morti il cui numero è aumentato da 16 a 51 nel 2026”. Il volontariato “tutto, oltre ad esprimere vicinanza e solidarietà alla popolazione ristretta, chiede alle autorità locali di intervenire in un carcere collocato nel cuore della città ma che la città spesso ignora. Chiede poi, con forza, che cambi la politica governativa, tutta finalizzata all’aumento dei reati e delle pene, e che sia pienamente rispettata la dignità delle persone”.
di Annamaria Braccini
chiesadimilano.it, 23 luglio 2026
“C’è un problema di ascolto e dialogo, perché mancano riferimenti adulti”. Così il Cappellano dell’Istituto di pena per minorenni, che racconta anche dei ragazzi della Comunità Kayros da lui fondata e dice: “Basta parlare di “maranza” o di baby-gang: la narrazione criminalizzante non aiuta”. “Il “Beccaria” è in una situazione decisamente migliore rispetto ai tempi passati. Anche il sovraffollamento si è ridotto: in questi giorni abbiamo 55 ragazzi rispetto ai 42 posti disponibili, con condizioni più vivibili. Ma questo non vuole dire che le cose vadano benissimo e che non vi siano ragazzi con evidenti segni di sofferenza”. Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto di pena per minorenni “Cesare Beccaria”, definisce così il momento dello storico carcere minorile, visitato lo scorso 13 luglio dall’Arcivescovo.
di Patrizia Pallara
collettiva.it, 23 luglio 2026
Parla Alessandra Tersigni, Cgil, entrata nel carcere romano con la delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27, che chiede umanità, dignità e reinserimento sociale dei detenuti. Un ingresso soft, nella stanza fresca, grande e ariosa della direttrice. Poi il senso di soffocamento quando si varca la vera soglia del carcere femminile di Rebibbia, le sezioni, i cancelli, le sbarre. “Non faccio che pensare alle quasi tre ore trascorse dentro, ci sono luoghi dai quali non si esce uguali - racconta Alessandra Tersigni, responsabile politiche sociali, terzo settore e rapporto pubblico-privato, dipendenze e carcere della Cgil -. Mai nome a un’iniziativa è stato più azzeccato: bisogna aver visto”.









