di Serena Sileoni
La Stampa, 23 luglio 2026
È sotto gli occhi di tutti. Bambini che anziché giocare fissano il telefonino a pochi centimetri dal viso; preadolescenti e adolescenti che riescono a parlare e confidarsi solo attraverso uno schermo, anche quando sono uno di fronte all’altro. Le tappe della crescita - la socializzazione, l’educazione e persino l’istruzione - sembrano stravolte da percorsi nuovi dove il mezzo, anzi i mezzi, dettano nuovi modi di essere, di stare al mondo e persino di pensare. La digitalizzazione resta, sia chiaro, un’ottima cosa. Non aiuta solo i giovani ad avere migliore accesso a più opportunità, come frequentare un corso a distanza o iscriversi a un book club quando non ce l’ha sotto casa. Aiuta gli anziani a sentirsi meno soli anche solo videochiamando i nipoti lontani, e gli adulti a conciliare meglio impegni familiari e lavorativi.
di Luca Attanasio
Il Domani, 23 luglio 2026
“Dove sono i nostri figli? Abbiamo diritto ad una risposta”, recita il cartello col quale questa madre di un migrante disperso in mare protesta, assieme ad altri familiari, davanti all’ambasciata italiana a Tunisi. Ci sono mamme, sorelle, figli e figlie, famiglie sparse in tutta l’Africa o nel Sud globale, che pagherebbero oro per garantire la remigrazione dei propri figli, fratelli, padri, cari, inghiottiti dal mare, dai deserti, scomparsi durante viaggi assurdi frutto di confini insensatamente sbarrati e leggi coloniali. Ci sono madri che vivono intrappolate nell’attesa di una notizia, un sms, una telefonata dai propri ragazzi partiti tentando l’affondo alla fortezza Europa, che vivono in una sospensione permanente tra speranza e lutto, probabilmente più atroce della notizia di una morte certa. “Il mio Mansour tornerà un giorno - è sicura Fadhila, una mamma incontrata a metà giugno nel quartiere di Jbal Lahmer, a Tunisi, per il progetto Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle mamme dei migranti - sono passati tanti anni, non ho più avuto notizie, ma penso che sia finito in qualche prigione in Italia, o che, come sappiamo di tanti altri ragazzi, sta male e non riesce a comunicare con noi, ma noi saremo sempre qui ad aspettarlo”. Mansour è partito 12 anni fa in una notte d’estate, col mare tranquillo, senza dire nulla alla madre per evitarle patemi d’animo. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e dirle: “Mamma, sono salvo, troverò un lavoro e da ora in poi penserò io a te”. E invece è scomparso nel nulla, molto probabilmente è morto quella notte stessa risucchiato negli abissi del Mediterraneo: poche ore dopo aver scoperto che il ragazzo era partito la donna ha anche saputo che un barcone si era ribaltato e che i sopravvissuti avevano visto il ragazzo affogare. Ma Fadhila non si rassegna. “Adesso ha 29 anni”, spiega mentre mostra le sue foto sistemate a comporre un altarino nel punto centrale della casa. “Io e suo fratello più giovane (il marito è morto, ndr) lo aspettiamo. È sempre stato un ragazzo affettuoso, molto premuroso nei miei confronti, un figlio d’oro, non può essere sparito così”. Desiderio di orizzonti Il rifiuto di rassegnarsi all’evidenza delle mamme tunisine, così diffuso da queste parti, sa di qualcosa di ben più grande. Assomiglia al rifiuto di accettare che dei ragazzini che sognano un futuro diverso, non possano decidere di chiedere un visto e viaggiare su voli sicuri come fanno tutti i nostri, ma debbano affidarsi a trafficanti e ingaggiare viaggi pericolosissimi e violenti, in cui spesso si muore. L’ḥarga, come viene chiamato in Tunisia il “viaggio” irregolare (dal verbo ḥaraqa che significa “dare alle fiamme” e indica bruciare le frontiere e i confini europei, ma anche i documenti che sono inutilizzabili vista la sostanziale impossibilità per chi vuole emigrare, di ottenere visti regolari, ndr) prima o poi, finisce praticamente nei ragionamenti di tutti i ragazzi, a prescindere da censo, posizione sociale, scolarizzazione. È il normale anelito a cercare la propria strada altrove che moltissimi giovani del mondo sentono, specie in aree di crisi economica o instabilità politica. “Eravamo nel 2011, nel pieno svolgimento della rivoluzione - spiega Latifa Walhazi, presidente dell’Associazione delle mamme dei dispersi - e mio fratello Ramzi sentiva come tutti noi giovani un desiderio di libertà e di ampiamento degli orizzonti. A scuola era bravissimo, aveva iniziato l’università, studiava legge, e puntava a diventare magistrato. Io ero la sorella maggiore, ma gli facevo da mamma da quando mio padre aveva avuto un gravissimo incidente e mia madre si occupava quasi esclusivamente di lui. Iniziò a parlare di harga lasciandoci tutti stupiti: “Ma come mai parli di questo? - gli ripetevamo tutti in famiglia - Hai un futuro qui in Tunisia, e noi non potremmo sopportare la tua lontananza”. Era molto indeciso, non voleva darci un dolore, ma molti dei suoi amici partivano. All’epoca non lo capivo, ora se ci ripenso sembra molto chiaro: ci stava pensando seriamente ma non aveva il coraggio di dircelo apertamente perché sapeva che ci avrebbe dato un dolore. E così, senza dirci nulla, un giorno se ne è andato”. Latifa e la sua famiglia non lo hanno più visto e da allora lo cercano. Ndidi Emefiele: “Voglio dipingere donne che cambiano la narrazione” Per darsi una struttura e una ufficialità e al tempo stesso per fare comunità, sostenersi e solidarizzare, Fatma Kassraouin, la madre di Latifa, e alcune mamme di ragazzi scomparsi, hanno dato vita all’Associazione delle mamme dei dispersi (Association des Mamans des Disparus), una realtà molto attiva in Tunisia, in contatto con madri e famiglie di altri giovani dispersi in tutta l’Africa. Fondata nel 2016, l’organizzazione si batte per esigere dalle autorità tunisine ed europee la verità sulla sorte dei propri figli e almeno il rimpatrio delle salme. Chiedono anche una sistematizzazione delle procedure per il riconoscimento dei tanti cadaveri che il mare restituisce attraverso il Dna. Le mamme membri dell’Associazione, sono attiviste della società civile e lottano anche contro le campagne anti-migranti subsahariani scatenate dal presidente Saied e il pensiero razzista e xenofobo divenuto così diffuso in Tunisia. È una piccola realtà formata da familiari senza molti mezzi, non hanno neanche una sede legale, ma in dieci anni di vita hanno raggiunto una grande visibilità e sono ormai una voce riconosciuta nel contesto tunisino. “Siamo un’associazione pacifica - riprende Latifa - che vuole aiutare le famiglie a trovare la verità e le risposte. Insegniamo come effettuare le ricerche, perché purtroppo alcune persone non sanno nemmeno come scrivere un documento, come denunciare la scomparsa di qualcuno. Chiediamo per conto delle famiglie l’identificazione del Dna, e siamo in contatto con Alarm Phone (Watch The Med Alarm Phone è stato creato nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti per fornire un numero di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio, ndr). Con l’aiuto della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani, siamo riusciti a contattare il Ministero degli Affari Sociali e a ottenere per le nostre famiglie un reddito mensile e un’assicurazione sanitaria gratuita”. Il senso di sorellanza dell’associazione è allargato. Le madri tunisine sono in diretto contatto con mamme e famiglie in Algeria, Marocco, Camerun e Senegal e stanno cercando di aumentare il proprio network. Ogni anno, il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’organizzazione di Latifa si mette in rete con altre realtà africane, europee e di altre aree per dare vita a CommemorAction, una manifestazione trasversale che ricorda le stragi in mari e nei viaggi e chiama all’azione per una maggiore giustizia e per contrastare leggi disumane che ostacolano la mobilità di chiunque provenga dal sud globale. “L’Unione europea - conclude Latifa - si dice anti razzista a voce ma è la prima a praticare il razzismo contro i nostri giovani, i nostri figli e i nostri fratelli. In Tunisia, i giovani devono presentare una documentazione molto complessa per ottenere il visto, ma nonostante ciò i permessi vengono sempre rifiutati. Ci chiediamo: perché questa politica così rigida? Perché gli europei entrano nel nostro paese a volte senza documenti d’identità, nemmeno con passaporto o visto? Vengono, si godono il clima, fanno turismo, si divertono, ma a noi non è permesso fare lo stesso”. Dietro i migranti, le madri: le voci di chi resta nel limbo
di Anna Paola Lacatena
Avvenire, 22 luglio 2026
Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità, soprattutto nei confronti delle persone “schiave” di sostanze psicotrope. Serve pensare a modelli alternativi. È pari al 32,7% del totale il numero di detenuti con diagnosi di dipendenza patologica da sostanze psicotrope (legali e illegali) presente nelle carceri italiane. Dal 2006 non era mai stato così alto. Al 31 dicembre 2025, dei 63.499 detenuti, il 33,9% (circa 21.562 persone), con una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e ben oltre quella mondiale (22%), era in carcere per violazione, ex art.73 e 74, del DPR 309/1990 (Testo Unico sugli Stupefacenti).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2026
Il sovraffollamento divampa. Al 19 luglio nelle carceri italiane vivono 64.739 persone per 46.237 posti realmente disponibili, e il tasso reale di affollamento tocca il 140 per cento. Il caldo dell’estate moltiplica il peso di una struttura che è già totalizzante, dove la cella diventa un forno e il tempo non passa mai. Il governo, di concreto, non ha fatto nulla. Resta la sua proposta di legge, ancora non approvata in via definitiva, che pure, nonostante evidenti criticità, qualcosina potrebbe fare. Eppure l’iter è ancora lungo. I numeri arrivano dal monitoraggio quotidiano che rielabora le schede di trasparenza del ministero della Giustizia, e raccontano una realtà più dura di quella ufficiale.
di Anna Lisa Antonucci
L’Osservatore Romano, 22 luglio 2026
Non era mai accaduto nella storia recente penitenziaria italiana che associazioni, laiche e cattoliche, responsabili delle istituzioni territoriali, esponenti della società civile, attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di varie forze politiche, garanti regionali e comunali si sentissero chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”“. Così Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che fa parte della neonata “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, commenta la giornata di visite in ben 37carceri italiane svoltasi a metà luglio.
di Ettore Grenci*
Avvenire, 22 luglio 2026
In quarantotto ore il ministro Matteo Salvini è entrato due volte nel carcere di Bollate. Il primo giorno per fare visita a Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua attività nel 2021. Il secondo giorno, anche. Vogliamo sinceramente credere che si tratti di una scelta dettata da vicinanza umana, per un uomo la cui pena che si ritiene essere del tutto sproporzionata non solo rispetto alle sue “colpe”, ma anche alla sua età. Lo stesso Roggero, entrando in carcere, ha detto che a 72 anni 15 anni di carcere sono, di fatto, un ergastolo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Riformista, 22 luglio 2026
La magistratura di sorveglianza è il buco nero del sistema giustizia italiano, con una organizzazione a “macchia di leopardo”. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, ad esempio, è ormai da anni sinonimo stesso di ritardo e disservizio. Una situazione de- nunciata da tutti: magistrati, avvocati, operatori penitenziari. Ma che, incredibilmente, continua a trascinarsi senza una soluzione. L’ultima denuncia è arrivata dalla Camera Penale di Roma, che, mercoledì scorso, ha proclamato una giornata di astensione dalle udienze. Nella delibera dei penalisti si parla di una situazione “disastrata”, di una “deriva” nell’esercizio della giurisdizione, di decisioni adottate con “ingiustificabile ritardo” e di una cronica carenza di magistrati e personale amministrativo che compromette il diritto di difesa e mortifica i diritti delle persone detenute.
di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 22 luglio 2026
Il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo rappresenta un ulteriore salto di qualità per l’ideologia e la pratica securitaria. Se prima si parlava di zone rosse, ovvero di aree della città da interdire a specifici soggetti e gruppi sociali considerati disfunzionali, oggi, si potrebbe dire, siamo passati agli individui e ai gruppi rossi. Gli interventi precedenti sulla sicurezza erano focalizzati sul mantenimento del decoro in aree specifiche, quelle destinate al loisir e al consumo di massa. Adesso si punta ad agire sulle persone, sulle modalità di aggregazione, trasversalmente ai luoghi. Il cerchio si chiude: quattro anni fa, il biglietto da visita del nuovo esecutivo, fu il decreto anti-rave. L’agorafobia, o l’idiosincrasia verso la socialità spontanea e l’aggregazione, denotano l’identità di un esecutivo logorato da lotte intestine e sconfitte referendarie.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 luglio 2026
Qualcuno troverà probabilmente eccessivo parlare di “legge Roggero”. Il motivo lo spiega il servizio del Dubbio dedicato specificamente alla proposta di FdI sull’esclusione, dal diritto ai risarcimenti, per chi subisce un danno dopo aver aggredito o rapinato: si tratta di una norma scritta in modo tale da non potersi applicare, in realtà, a una vicenda come quella del gioielliere, qualificata dai giudici come omicidio volontario. Ma è chiaro che il partito della premier rivendica la propria proposta in materia di risarcimenti controversi proprio ora, a meno di una settimana dalla condanna di Roggero, per dare un segnale agli elettori. Legittimo. E il punto non è nel contenuto del provvedimento che, almeno in parte, coincide con la norma già accolta dall’intero governo nell’ultimo ddl sicurezza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 luglio 2026
Arriva il ddl sui casi di eccesso colposo di legittima difesa. Con un testo che, fanno notare i giuristi, non avrebbe inciso sulla vicenda del gioielliere. La denuncia dell’Anm: “Clima pesante”. C’è la propaganda e c’è il dettaglio della norma, c’è l’esigenza di non rimanere indietro nella ricorsa sulla sicurezza e c’è la consapevolezza di essere una forza di governo che non può presentare leggi anticostituzionali. È all’interno di questo dualismo che Fratelli d’Italia, durante una conferenza stampa alla Camera dei deputati, ha reso noto che il governo nell’ultimo ddl sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 14 luglio ha recepito il contenuto del disegno di legge a prima firma del senatore meloniano Roberto Speranzon per cui chi sceglie di commettere un reato e mette in pericolo la vita o l’incolumità altrui non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso.
- “Ristori alle famiglie dei rapinatori: cosa dice il codice civile italiano”
- Lavoro carcerario, la mercede include quattordicesima e permessi
- Lombardia. L’idea della Lega: percorsi di rimpatrio per i detenuti stranieri a fine pena
- Catania. “Misure alternative, meno sovraffollamento”
- Siracusa. Rivolta notturna dei detenuti a Cavadonna, protestano per il caldo e il sovraffollamento









