di Andrea Lorenzo Capussela*
Il Domani, 22 luglio 2026
Le regole sono troppo poco credibili in Italia, perché poco rispettate. Le radici del problema sono nell’ordine sociale, che tollera la diffusa violazione delle regole. Per cambiarlo occorre offrire ai cittadini la prospettiva credibile della transizione a un ordine migliore. Nel suo recente articolo, Christian Raimo critica l’idea che la soluzione del problema italiano passi per l’”ingegneria istituzionale”, definita “una sorta di teologia procedurale” dalla quale ci siamo attesi molto ma non abbiamo cavato nulla. Sono d’accordo, ma non lo seguo nel criticare anche “l’idea che il vero male italiano [sia] innanzitutto un problema di regole”.
di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 22 luglio 2026
Avs: “Portare fino a quattro mesi il trattenimento dei migranti significa normalizzare la compressione della libertà senza risolvere nulla”. Rischia di essere il secondo tempo del decreto Sicurezza, varato al fotofinish quando mancavano ventiquattr’ore alla scadenza a causa delle divisioni interne alla maggioranza. Con tutta probabilità, infatti, anche il decreto che recepisce le nuove norme del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo andrà in aula a Palazzo Madama senza aver ricevuto il mandato ai relatori, con la possibilità che si trasformi nel solito decreto omnibus. Il testo si trova in commissione Affari costituzionali al Senato, va convertito entro l’11 agosto e deve essere approvato anche alla Camera, ma a ieri sera l’esame era fermo ai primi articoli del provvedimento, quando le opposizioni hanno presentato oltre 500 emendamenti. Al ritmo attuale, dunque, è improbabile che si possa terminare l’esame senza portare il decreto in scadenza: le modifiche andranno votate tutte in aula, e su alcune non c’è accordo nella maggioranza.
di Nicola Lacetera
Il Domani, 22 luglio 2026
Dieci principi per una politica migratoria capace di coniugare diritti, integrazione e realismo. Una proposta che non rinunci all’uguaglianza, ma accetti la complessità e le inevitabili, difficili scelte. Contro la deriva securitaria e razzisteggiante del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Giorgia Serughetti, su queste pagine, ha riassunto così il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo: “bancarotta morale”. Basterebbe l’introduzione di centri di raccolta fuori da Paesi dell’Unione, nei quali valga la giurisdizione di quei Paesi, per arrivare a quella conclusione. Ma tutto l’impianto votato dal centro-destra europeo trasuda razzismo e una visione dell’Europa come fortezza da difendere dall’invasore.
di Marco Birolini
Avvenire, 22 luglio 2026
Su Tik Tok video di bulli metropolitani e sfide ai rivali con guantoni da box e a ritmo di trap. I canali digitali si rivelano fondamentali per amplificare le prepotenze, tra finzione e realtà. Ma alla fine prevale la noia. Per tentare di scoprire chi sono i maranza occorre esplorare Tik Tok. Senza il social più usato dai giovani, il fenomeno sarebbe probabilmente rimasto confinato in qualche periferia. I video, invece, amplificano le gesta dei bulli metropolitani, abilissimi nel muoversi tra finzione e realtà, tra soprusi veri e millantati. Il canale digitale si rivela strategico per ostentare pose da duri, vantare furti e prepotenze. Ma soprattutto diventa il mezzo ideale (e virale) per lanciare pubblicamente la sfida ai rivali: in ballo c’è la supremazia nel quartiere, a volte anche di più.
di Carmen D’Anzi*
Left, 21 luglio 2026
L’indifferenza uccide. Il caldo, la solitudine, i suicidi che si moltiplicano: è l’estate rovente delle carceri italiane, quella di cui nessuno vuole parlare. L’estate è un periodo di maggiore sofferenza per le persone ristrette in carcere sia per il caldo insopportabile e sia perché si avverte maggiormente la nostalgia dei propri cari. Si amplifica la sofferenza in quanto i mesi di luglio e agosto sono quelli roventi sotto ogni aspetto, anche perché molte attività trattamentali rallentano. È un dovere morale mantenere accesi i riflettori sulle condizioni di vivibilità del carcere: sovraffollamento, suicidi, persone con tossicodipendenza, carenza di organico degli agenti di polizia penitenziaria, di personale medico, di psicologi, di educatori richiedono soluzioni non più rinviabili.
di Paola Balducci
Il Dubbio, 21 luglio 2026
L’esecuzione penale italiana sembra muoversi secondo tempi e logiche tra loro opposti e difficilmente conciliabili: in alcuni casi, l’ingresso in carcere è imposto immediatamente da automatismi costruiti sul solo titolo di reato, in altri una condanna definitiva rimane per anni priva di una concreta modalità di esecuzione. Tra queste due estremità si colloca uno spazio che il legislatore fatica e omette di governare, e nel quale la giurisdizione costituzionale è sempre più spesso chiamata a intervenire. È proprio nel sistema penitenziario che le incoerenze normative producono gli effetti più visibili: il carcere continua a essere assunto come risposta ordinaria anche rispetto a pene brevi o a fatti di ridotta offensività, mentre migliaia di condannati attendono che la magistratura di sorveglianza stabilisca se la pena debba essere eseguita in istituto oppure mediante una misura alternativa.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 21 luglio 2026
I tre rapinatori della gioielleria di Mario Roggero, il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, erano italiani. Non erano giovani. Giuseppe Mazzarino aveva 58 anni, moglie e due figli piccoli. È il primo a morire sotto i colpi di Roggero. Andrea Spinelli, 44 anni, colpito, scappa, inciampa, mentre giace sul marciapiede viene raggiunto da Roggero che gli sferra calci in testa, muore. Alessandro Modica, l’autista, 34 anni, è colpito a una gamba, riesce a fuggire, si presenta a un pronto soccorso e viene arrestato. Patteggia una condanna a 4 anni e dieci mesi, ha finito di scontarli, vive in Liguria. Da detenuto, aveva presenziato a qualche udienza dei processi a Roggero.
di Simona Bonfante
Il Riformista, 21 luglio 2026
Gilberto Cavallini è stato trasferito alla Casa di Reclusione di Parma nella mattinata di domenica 19 luglio da Rebibbia, dove era recluso in isolamento dallo scorso novembre. Un trasferimento inspiegabile e inatteso, in un carcere sotto il controllo giurisdizionale della stessa Procura Generale di Bologna che ha perseguito Cavallini in giudizio. Una nuova afflizione che arriva proprio mentre si aprivano spiragli di speranza per quest’uomo di 73 anni, da oltre quaranta in galera e ormai dedito ad una vita benemerita al servizio dei bisognosi. A Cavallini nel 2025 viene revocata la semilibertà, di cui beneficiava da otto anni, per espiare una sanzione penale a tre anni di isolamento diurno, una punizione inflitta come accessorio alla condanna all’ergastolo per la strage del 1980.
di Mauro Palma
Il Manifesto, 21 luglio 2026
C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, può essere oggetto di ogni vessazione. Le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà. Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 21 luglio 2026
Nel fascicolo sono sei i nomi “annotati”: effetto del dl sicurezza. I pm emiliani costretti a correre. “Non c’è solamente il video”. Urlare non serve a niente. Sin qui l’unica certezza sulla morte del 43enne Abderrahim Fakir è questa: l’aver chiesto “aiuto” e l’aver detto “basta” mentre due uomini in divisa e uno a torso nudo lo tenevano immobilizzato a terra, legato mani e piedi con le fascette di plastica, non è bastato a far sì che qualcuno intervenisse. Non i sanitari pure presenti sul posto. E nemmeno i vicini di via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord est di Bologna. Il video ampiamente girato sui social dai momenti immediatamente successivi alla sua morte, domenica pomeriggio, si fa notare non solo per il suo violentissimo contenuto, ma anche per la lentezza dell’azione. Il tempo non passava mai mentre Fakir, lentamente, smetteva di lamentarsi. E poi di respirare.









