vita.it, 16 luglio 2026
La tela di 8x3 metri sarà esposta nella Sala del Mappamondo di Palazzo del Quirinale fino al prossimo 26 luglio. I partecipanti, guidati dall’artista Mattia Cavanna, hanno reinterpretato il lavoro di Raffaello sostituendo ai filosofi dell’antichità i propri modelli di riferimento, tra cui Fabri Fibra, Bob Marley, Nina Simone, Amy Winehouse, Diego Armando Maradona, Nelson Mandela, Rosa Parks, Rita Levi-Montalcini e Alda Merini. La Fondazione Francesca Rava ha presentato l’opera “(Cercare) Raffaello in carcere”, realizzata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione e di un laboratorio artistico ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna insieme a 100 detenute e detenuti, minorenni e adulti, provenienti da sei istituti penitenziari italiani.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 16 luglio 2026
“Quando c’era Margara!”. Oggi, a Firenze, a dieci anni dalla morte di Alessandro Margara, un nutrito convegno lo ricorda - “Il carcere senza governo. Dal sovraffollamento al degrado, all’emergenza psichiatrica e psicologica, quale riforma della giustizia e della pena?”. Il titolo è stimabile ma, mi scusino i miei amici, anestetico. Avrei preferito, non so: “C’era una volta Sandro Margara”. Renderebbe l’idea di una fiaba, e dell’abiezione della realtà vigente. Indurrebbe i carcerieri di ora a chiedersi che cosa si dirà di loro, quando saranno passati (passeranno, infatti) - e che cosa se ne deve dire intanto, mentre sono in sella.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 16 luglio 2026
Due libri per ricordare. E domani l’inserto del manifesto. “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (Tab edizioni) di Vittorio Agnoletto e “Nessun rimorso Reloaded” (Coconino), un volume collettivo promosso da Supporto Legale. Ricordare il G8 di Genova dopo un quarto di secolo parlando quasi soltanto di “repressione” significa compiere un doppio errore. Da una parte, si finisce per cancellare la ricchezza di quel movimento e la sua capacità di ricostruire una vera e propria nuova forma della politica. Dall’altra, si ricorre a un termine abusato rischiando di normalizzare la violenza di Stato e media contro quel movimento: in quei giorni ci fu una guerra contro cittadini inermi che anticipò le operazioni militari degli anni a venire. Per evitare questo doppio rischio, insomma, bisogna considerare i due piani della mobilitazione e della guerra che venne scatenata contro di essa.
di Massimo Righi
La Stampa, 16 luglio 2026
Il 24 maggio del 2000 era una giornata luminosa, con un sole incandescente sulla testa di un popolo multicolore composto da migliaia di ragazzi che coprivano ogni centimetro del vialone tra la stazione Brignole e la Fiera del Mare di Genova. Contestavano Tebio, il Salone internazionale delle biotecnologie, ma in un lampo canti e slogan contro le multinazionali si trasformarono nel frastuono indistinto che poco più di un anno dopo sarebbe diventata la drammatica colonna sonora del 20 e 21 luglio 2021. I gruppi pacifici, riuniti sotto la sigla Mobiltebio con 500 diverse associazioni, manifestavano senza disordini.
di Francesca Paci
La Stampa, 16 luglio 2026
Sono passati 25 anni dal G8 degli orrori: i cortei, la morte di Carlo Giuliani e i diritti violati. Quando con gli ultimi lacrimogeni in corso d’Italia pareva essersi dissolto anche l’incubo vorticoso della violenza crescente ci siamo svegliati alla Diaz. Le calze di spugna sparse intorno agli zaini squarciati, i capelli sulla valvola di un termosifone, il sangue. Sono passati venticinque anni, è un giorno. Chi c’era non dimentica, non può. Le immagini sbiadiscono con gli atti pur duri dei processi ma la cronaca resta, bussola tra le meno emotive per raccontare quel G8 di Genova a cui Amnesty International attribuì “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della II guerra mondiale”.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 16 luglio 2026
L’ex ministro dell’Interno: “Il governo non avvallò la sospensione delle leggi”. Claudio Scajola, sindaco di Imperia, era il ministro dell’Interno che si trovò a gestire il G8 di Genova. Fu un disastro. “Sono state scritte alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica”, riconosce.
di Franco Vaccari
Avvenire, 16 luglio 2026
Giustizia, sanità, scuola e carcere: è qui che si misura la capacità della Repubblica di impedire che il cittadino diventi suddito. Ogni volta che si parla di difesa, il dibattito si concentra sulle armi, sugli eserciti, sulla sicurezza dei confini. È inevitabile, soprattutto in tempi di guerra. Ma una domanda dovrebbe precedere tutte le altre: che cosa difende davvero una democrazia? La risposta della nostra Costituzione è chiara e coerente col “ripudio della guerra” affermato nell’articolo 11. Prima ancora del territorio (anche questo, ovviamente), essa difende la dignità della persona, l’uguaglianza dei cittadini, i loro diritti fondamentali costruendo una società sana. In altre parole, difende prima di tutto la democrazia stessa. Per questo la prima forma di difesa è quella che potremmo chiamare il sistema immunitario democratico.
di Valeria Valente*
Il Dubbio, 16 luglio 2026
È più forte di lei e, forse, non sa fare altro. Di fronte al fallimento del suo governo in materia di sicurezza, e adesso ancor più perché incalzata a destra da Vannacci, a ogni fatto violento di cronaca e a ogni stormir di social, Giorgia Meloni non riesce a fare altro che rispondere con la sua solita ricetta securitaria. Proprio quella che non ha funzionato. L’ultimo intervento è l’ennesimo disegno di legge sulla sicurezza, appena varato dal Consiglio dei ministri, con cui si introducono nuovi reati e nuove aggravanti con norme definite dal governo “anti-maranza”, contro la violenza giovanile e i danneggiamenti, con l’importante novità che il fermo preventivo potrà essere disposto anche dagli agenti della polizia locale.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 16 luglio 2026
Se la paura rossa di Donald Trump poggia sul maccartismo e sulla tradizione anticomunista delle agenzie federali, ora che la paranoia antifa si è ufficialmente internazionalizzata bisogna chiedersi come verrà declinata nei singoli contesti e dalle nostre parti. La campagna trumpiana ha già prodotto effetti nell’Europa che fino a pochissimo tempo fa considerava la discriminante antifascista non una postura estremista da attenzionare ma un requisito minimo di civiltà politica. In Italia l’ondata poggia facilmente su rodati schemi di repressione del dissenso. La punta dell’iceberg sono, come accade fin da quando c’è un sovrano che ha paura della rivoluzione, gli anarchici. Vengono presentati come indifendibili e nei fatti sono poco strutturati, si può quindi costruire qualsiasi congettura affondando il coltello nel burro dello spontaneismo e della balcanizzazione delle strutture.
di Irene Funghi
Avvenire, 16 luglio 2026
Nel “Discorso alla città”, durante la processione nella festa di santa Rosalia, l’arcivescovo addita le responsabilità di un clima di sopraffazione che alimenta la mafia e porta a sostenere idee come la remigrazione e la necessità della guerra. “La peste è tornata”. Nella sera in cui Palermo festeggia, portandone in processione le reliquie, la patrona santa Rosalia, la scoperta delle cui ossa aveva liberato Palermo dalla peste del 1624, l’arcivescovo Corrado Lorefice non usa mezzi termini quando, in piazza Marina, rivolge il suo “Discorso alla città”. “Stasera è diverso”, dice. Non si tratta solo di analizzare problemi più o meno grandi da risolvere, ma di lanciare un allarme e chiedere di prendere posizione.
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