di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 9 luglio 2026
La Lega impone la procedura urgenza sulla sua proposta. Avs: “Inseguono Vannacci”. Il testo è stato presentato due anni fa. Ora dovrà andare in Aula entro un mese. No alla cittadinanza per chi commette reati contro la persona o il patrimonio, revoca in caso di omicidio o violenza sessuale. Tensione con Forza Italia che vuole smarcarsi. I deputati di Futuro Nazionale già gongolano e lo chiamano “effetto Vannacci”. Ieri mattina l’aula della Camera ha approvato la procedura d’urgenza per un disegno di legge della Lega per restringere i criteri di accesso alla cittadinanza italiana. Un testo presentato a ottobre 2024, depositato in commissione e di cui mai più si era parlato.
di Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu
Il Domani, 9 luglio 2026
Il voto per velocizzare il ddl sulle restrizioni allo status di cittadino. Lo chiamano “effetto Vannacci”, la gara della destra a costruire cittadinanze a sfumature diverse, distinguendo chi ha più diritti e chi ne ha meno, e minando uno status, quello di cittadino, che non protegge più dall’abuso di potere, perché per alcuni può essere sospeso o revocato. In vista delle elezioni e del crescente consenso di Futuro nazionale, i partiti di governo rincorrono il generale. Per questo la Lega ha richiesto di accelerare l’approvazione del ddl a prima firma Giancarlo Iezzi, in discussione alla Camera, che vuole introdurre modifiche restrittive alla legge sulla cittadinanza, prevedendo casi in cui è possibile sospenderla o revocarla. “L’effetto Vannacci è sempre più presente e spinge i colleghi leghisti a destarsi dal torpore in cui erano caduti da anni”, ha detto in aula il deputato di Fn, Edoardo Ziello, sostenendo l’urgenza di “un decreto Remigrazione”, perché anche “il centrodestra che governa la nostra nazione” non ha “mai governato l’immigrazione”. Costruttori, petrolieri e colossi Usa: Vannacci ruba i lobbisti a Forza Italia e Lega La proposta Il disegno di legge vuole restringere il diritto di cittadinanza di ragazze e ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori di origine straniera, che a oggi possono fare domanda al compimento dei 18 anni dimostrando la residenza ininterrotta sul territorio. Per la Lega c’è un vuoto normativo poiché, si legge, non sono previste “cause ostative”, e l’urgenza è dettata dall’”aumento preoccupante del numero dei reati compiuti dai minorenni stranieri”. Nella lista dei nemici ora ci sono anche le nuove generazioni, identificate dalla destra come “maranza”. Ma dietro all’aumento della presenza dei ragazzi di origine straniera negli Istituti penali per i minorenni c’è, ha rilevato Antigone, il calo delle risorse per accogliere i minori non accompagnati. “Per loro si predispone un destino criminale buttandoli per strada”, scrive l’associazione nel rapporto di febbraio. “Questo è un provvedimento di profilazione razziale”, ha denunciato in aula la deputata del Pd, Ouidad Bakkali. “Un provvedimento - spiega a Domani - di punizione collettiva verso un’intera generazione, che conta 800mila ragazzi e ragazze nati in questo paese”. A fronte dello 0,52 per cento del totale dei minori stranieri residenti in Italia in carico al servizio sociale della giustizia. Il disegno di legge amplia poi il ventaglio dei reati che prevedono la revoca della cittadinanza, oltre a terrorismo o eversione, dei reati ostativi alla richiesta e le ipotesi di sospensione. “Per la Costituzione non si può essere privati della cittadinanza per motivi politici. Per una parte della popolazione il codice penale non basta mai. Se una persona di origini straniere commette un reato, non basta la pena prevista ma deve esserci una punizione in più”, dice Bakkali. A sentir parlare Vannacci e i suoi, la narrazione della maggioranza sulle persone con background migratorio e sull’Islam pare morbida. Eppure, il “sogno” di cui parla Futuro nazionale non nasce oggi, ma è stato sostenuto, e viene sostenuto tutt’ora, con un linguaggio più istituzionale, dai partiti di governo. Da Giorgia Meloni che nel 2018 vedeva “un problema di compatibilità tra la cultura islamica e i diritti e i valori della nostra civiltà”, e gridava all’”islamizzazione dell’Europa” o sosteneva l’esistenza di “un disegno di destrutturazione della nostra società” attraverso i flussi migratori. A Rossano Sasso (ex leghista oggi con Fn) che sosteneva “numerosi casi di sottomissione culturale all’Islam mascherati da inclusione”. Non preoccupiamoci di Vannacci in sé, ma del Vannacci che è in noi Pezzi di un solo puzzle La proposta di Iezzi è l’apice di una serie di iniziative avanzate in questa legislatura che mirano a colpire una parte della popolazione. Basti pensare alla proposta di legge costituzionale del leghista Andrea Barabotti che prevede di introdurre il requisito della cittadinanza italiana per nascita per l’assunzione di incarichi ai vertici dello Stato e delle Regioni. Una norma che punta a escludere parte delle seconde generazioni da ruoli apicali di governo. Troppo alta la paura di ritrovarsi al potere persone come Zohran Mamdani a New York o Sadiq Khan a Londra. Troppa la paura dell’islamizzazione dell’Europa, una narrazione portata avanti senza fondamento e alimentata dall’odio razziale. Così si prova a circoscrivere il campo di azione fino a limitare la libertà di culto. Una proposta della Lega, anche questa a firma di Iezzi, prevede il divieto di indossare indumenti “atti a celare il volto, come nel caso del burqa e del niqab” e introduce anche un nuovo reato quello di “costrizione all’occultamento del volto”. Il testo stabilisce una pena fino a due anni di reclusione, multe fino a 30mila euro ed è ostativo alla richiesta di cittadinanza. Una norma che ha l’intento di tutelare la “dignità della donna” ma che rischia di limitare la libertà di scelta di chi vuole indossarlo. O, ancora, la Lega ha proposto di istituire un Consiglio nazionale degli imam presso il Viminale e di regolamentare la loro formazione e attività. Il testo impone per gli imam il requisito della cittadinanza italiana, la residenza o domicilio in Italia da almeno quattro anni, la conoscenza B1 della lingua e una serie di controlli prefettizi. Dispone, inoltre, che il sermone del venerdì sia pronunciato in italiano - già accade in tante città - e che eventuali riunioni in moschea debbano essere comunicate al prefetto con dieci giorni di anticipo, pena una multa fino a 15mila euro. A leggere il testo, però, emerge un approccio islamofobo. Come quando viene definito “assai parziale” il tratto che rende l’Islam una “confessione religiosa”. O la moschea come un pericolo perché non si limiterebbe “a essere un luogo destinato al culto per la preghiera” ma rivestirebbe “anche il ruolo di scuola religiosa e principale punto di aggregazione e condivisione della comunità islamica”. Non tanto diverso rispetto a migliaia di parrocchie in tutta Italia che sono luogo di aggregazione. Alla Camera è stato poi approvato il ddl del meloniano Tommaso Foti. Ora in esame al Senato, il testo vieta l’utilizzo dei locali del Terzo settore per lo svolgimento di attività di culto. Di fatto significherebbe chiudere centinaia di moschee sul nostro territorio. In Italia ottenere i permessi per costruire edifici destinati a moschee è molto complicato, per questo motivo numerose comunità islamiche adibiscono sedi di associazioni culturali alla preghiera. L’assenza di un’intesa tra le comunità islamiche e lo Stato italiano è il pretesto utilizzato per adottare misure restrittive e islamofobe. Moschee, imam, velo integrale, finanziamenti e cittadinanza vengono trattati come temi di sicurezza e ordine pubblico. Una linea dura che discrimina, identifica nemici e disgrega il tessuto sociale per raccogliere consensi. Una manciata di camerati della remigrazione deposita le firme: “Vannacci faccia approvare la nostra proposta di legge”
Il Manifesto, 9 luglio 2026
Il Viminale dovrà effettuare “una ricognizione nei Cpr”. Entro sei mesi il Viminale dovrà effettuare “una puntuale ricognizione della situazione esistente nei Cpr”. Lo ha stabilito ieri il Consiglio di stato, che ha accolto il ricorso presentato dall’Asgi per ottenere un giudizio di ottemperanza. L’associazione infatti aveva già vinto un ricorso a ottobre dello scorso anno, nato dopo aver impugnato nel 2024 il capitolato d’appalto del ministero dell’Interno per la gestione e il funzionamento dei Cpr. Il ricorso venne respinto in primo grado, per poi essere parzialmente accolto in appello. In particolare vennero ritenute fondate due parti: una relativa a un’incongruenza tra lo schema di capitolato e i criteri stabiliti dalla direttiva ministeriale del 2022 in materia. La sentenza stabiliva che il decreto dovesse essere preceduto da un’istruttoria. Questa però, secondo i giudici di Palazzo Spada, non è avvenuta. “Non risultano acquisiti elementi conoscitivi concernenti l’effettiva situazione esistente all’interno dei Cpr, né risultano svolti accertamenti”, hanno scritto ieri giudici amministrativi. Il Viminale dovrà svolgerla nei prossimi sei mesi in collaborazione con il ministero della Salute il Garante dei detenuti. Questa dovrà avvenire “con particolare riferimento ai profili dell’assistenza sanitaria e psicologica, alla formazione del personale impiegato, nonché all’analisi degli episodi critici verificatisi con maggiore frequenza nel corso dell’ultimo quinquennio”.
di Marco Iasevoli
Avvenire, 9 luglio 2026
L’entusiasmo con cui politici e industrie parlano di riarmo rischia di incrinare la credibilità della deterrenza e di allontanare i cittadini. Il consenso si gioca anche sul linguaggio con cui si raccontano difesa, sicurezza e pace. L’emblema è Mark Rutte, Segretario generale della Nato. Annuisce vistosamente quando Donald Trump rivendica nuove bombe lanciate sull’Iran. Sorride complice mentre il tycoon attacca la Spagna, che pure fa parte dell’Alleanza. E soprattutto parla di contratti in armamenti da bilioni di dollari con un’enfasi quasi fanciullesca. Si esalta tra proiettili di nuova generazione, droni, fregate, missili. Ma Rutte, ad Ankara, è solo la punta dell’iceberg di una sorta di fanatismo che ormai si stenta a contenere.
di Elisa Forte
La Stampa, 9 luglio 2026
Il portavoce di Riccardo Noury: “La contea di Harris ha detto che non chiederà la pena di morte, ma non c’è nessuna garanzia. In 50 anni ci sono state 600 esecuzioni”. Un ingegnere texano evaso con un jet privato, arrestato a Malpensa, oggi rinchiuso in un carcere sovraffollato di Ivrea, in Piemonte. Un ministro della Giustizia (Carlo Nordio) e una Procura generale che danno parere favorevole alla sua estradizione. E lui che ripete, agli avvocati e ai giudici, la stessa frase: “Ho paura di morire”. Il caso di Lee Morgenson Gilley, 39 anni, accusato dell’omicidio della moglie incinta e ora al centro della richiesta di estradizione verso il Texas, riporta al centro del dibattito una domanda che l’Italia si pone da decenni ogni volta che uno dei suoi tribunali deve decidere se consegnare una persona a un Paese dove la pena di morte esiste ancora: quanto valgono le “garanzie” fornite da un procuratore distrettuale, e chi ne risponde se vengono disattese? Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, da decenni osservatore delle vicende legate alla pena capitale nel mondo.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 8 luglio 2026
La prigione è il ritratto di Dorian Gray di ogni governo, di ogni comunità politica, di ogni società. La lettera dei detenuti di Opera al presidente Mattarella, al ministro Nordio, al Dap e alla Camera penale di Milano porge all’Italia un ritratto dai lineamenti mostruosi. È ora di guardarlo. Non è vero che la politica si disinteressa del carcere: se ne preoccupa morbosamente, ma per tenerlo nascosto. Forse meglio di me può illustrarlo Oscar Wilde: “Ogni prigione edificata dagli uomini è costruita con i mattoni dell’infamia ed è chiusa con le sbarre per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli. Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole; e bene fanno a nascondere il loro inferno, perché vi accadono cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio né dal Figlio dell’Uomo”.
di Luisa Bove
chiesadimilano.it, 8 luglio 2026
Martedì 14 luglio l’Associazione Antogone promuove una giornata nazionale di visite negli istituti di pena per sensibilizzare sulle situazioni anticostituzionali che si vivono al loro interno. L’Italia, la Lombardia e anche Milano si mobilitano per il carcere. L’Associazione Antigone, impegnata nella difesa dei diritti delle persone ristrette, lancia una giornata nazionale di visite negli istituti di pena. Sarà martedì 14 luglio, ma l’Arcivescovo di Milano, per impegni improrogabili, la anticiperà a lunedì 13, recandosi alle 13.30 al carcere minorile Cesare Beccaria (via dei Calchi Taeggi 20, Milano). Obiettivo dell’iniziativa, spiegano gli organizzatori, “è sensibilizzare intorno alla questione penitenziaria, oggi vera e propria emergenza sociale, politica e umana”.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 8 luglio 2026
Alle direzioni delle galere toscane è arrivata una circolare che prescrive di riempire tutti gli spazi rintracciabili e, esauriti questi, andando “se necessario anche oltre”. Spazio per fare due passi dal letto al cesso non c’era già prima (se non alzandosi uno alla volta). Ora non ce ne sarà e basta. Il carcere di Sollicciano - cioè di Firenze, città che vanta un corredo invidiabile di edifici dalle più varie destinazioni - ha da tempo scoraggiato le deplorazioni e le maledizioni, per eccitare sofisticati esperimenti dadaisti. Un gruppo di visitatori (i soliti, Lensi, Galli, Bundu, Palagi) ne è uscito l’altro ieri esibendo un sacchetto di cimici catturate - vive e illese, s’intende - dai detenuti, e sottolineandone anche uno specifico interesse entomologico, quanto a dimensioni e temperamento.
di David Maria Riboldi*
Avvenire, 8 luglio 2026
L’uscita dal carcere e la politica chiamata a misurarsi con una riforma sempre più necessaria. Fa tutto un po’ strano in questa storia di Alemanno, che esce di galera. Il 15 maggio 2025, al convegno “Per un gesto di clemenza” indetto dalla mia cooperativa La Valle di Ezechiele, Ignazio La Russa entrò con passo militare nella Sala Zuccari, si mise su una sedia in prima fila, tirò fuori carta e penna cominciò a scrivere. Non prendeva appunti: scriveva una lettera al suo amico Gianni Alemanno. “Se lo conosco bene, farà il partito dei carcerati”, disse il presidente del Senato. Effettivamente, tutti coloro che si battono per i diritti delle persone detenute hanno esultato per avere inaspettatamente tra le proprie fila un intrepido assertore della sicurezza e della certezza della pena. Intesa come carcere, chiavi e quant’altro.
di Giuseppe Belcastro*
Il Dubbio, 8 luglio 2026
Ne abbiamo provate di strade nel corso di questi anni, con la fronte metallica di chi persegue gli obbiettivi, a qualunque costo, consapevole di giocare partite con capitali altrui di vita, speranze, famiglia, salute. Interlocuzioni, documenti, astensioni, proteste, agitazioni non hanno prodotto risultati commisurati all’impegno. La situazione della esecuzione della pena nel nostro distretto resta, infatti, drammatica. È il dramma delle carceri - luoghi di tale annichilimento della persona e dell’anima che il pallottoliere di quest’anno segna già 33 suicidi - di cui l’opinione pubblica è più consapevole. Ma è anche il dramma, questo molto meno percepito, di un altro luogo della giurisdizione dove il sipario si alza proprio quando il processo finisce e la pena irrogata deve essere eseguita: il Tribunale e gli Uffici di Sorveglianza, dove donne uomini operano con l’obbiettivo di dare concretezza alla lungimirante risocializzazione pensata da madri e padri costituenti come conclusione del cammino esecutivo.
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