di Paolo Delgado
Il Dubbio, 26 settembre 2024
L’intero centrosinistra ha salutato con gran tripudio il raggiungimento delle 500mila firme necessarie per presentare il quesito referendario sul dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza, da 10 e 5 anni. La raccolta delle firme era partita segnando il passo: poi sono scesi in campo un po’ di divi dello spettacolo e dello sport. Ancor più dei testimonial magnetici, probabilmente, ha inciso la possibilità di firmare con massima comodità, con un click invece che prendendosi il disturbo di arrivare a un banchetto: modalità che desta parecchie preoccupazioni a palazzo Chigi ma qua e là anche nell’opposizione, dato il rischio concreto di un’alluvione di referendum. Restano da superare le forche caudine del verdetto sull’ammissibilità costituzionale del quesito e qui secondo gli esperti l’eventualità di una bocciatura è piuttosto alta ma si vedrà in gennaio.
di Guido Rampoldi
Il Domani, 26 settembre 2024
Se vuole essere credibile, non può procedere per slogan e per dogmi. Altrimenti rischia di imitare il vecchio pacifismo filo-sovietico. In replica a Notarianni: per scansare questo pericolo bisogna prendere atto che le guerre non sono tutte uguali. Alcune sono necessarie come quella di liberazione in Italia. Altre sono meno mortali e feroci delle “paci” che turbano. Qual è la funzione del pacifismo mentre la guerra irrompe nel nostro orizzonte? A questa domanda ha risposto indirettamente un pacifista - Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena. Motivando l’offerta di una scholarship ad una studentessa intrappolata a Gaza, Aya Ashour, Montanari ha scritto di una “atroce banalità”: noi e i gazawi “siamo vicinissimi. Geograficamente, ma ancor più esistenzialmente. Studi, lingua veicolare, social media, musica, immaginario sono gli stessi. Ma Aya rischia di essere uccisa, ogni giorno”.
di Giuliano Gasperi
Corriere del Ticino, 26 settembre 2024
Anche i figli delle persone messe sotto inchiesta o in carcere devono considerarsi vittime: chi le tutela? In passato questo tipo di vittime era lasciato in secondo piano, ma le cose stanno cambiando. Ne parliamo con Siva Steiner, capo dell’Ufficio cantonale dell’assistenza riabilitativa. “Chissà i figli…”. Non è raro sentir dire queste parole; di solito quando succede un incidente grave, oppure quando una coppia divorzia. Una situazione meno frequente, ma non meno impattante a livello emotivo, vede un papà o una mamma messi sotto inchiesta o addirittura in carcere. Può essere un fulmine a ciel sereno, perlomeno per i suoi piccoli familiari. E in un attimo cambia tutto; fra le mura di casa e nei rapporti con la comunità locale. In essa, accanto alle inevitabili reazioni negative sui presunti reati commessi, può emergere anche un sentimento di compassione verso i minori travolti, senza colpa alcuna, dai guai dei genitori.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 26 settembre 2024
Il 55enne afroamericano aveva passato gli ultimi 23 anni nel braccio della morte. Sull’arma del delitto non c’era il suo Dna e la stessa famiglia della vittima aveva dubbi. Aveva evitato l’iniezione letale nel 2015 e nel 2017, ma la sua condanna non era stata annullata nonostante la clamorosa mancanza di prove. Cosi intorno alle 23.00 di martedì scorso il detenuto Marcellus Williams è stato giustiziato nella prigione di Bonne Terre nel Missouri. L’uomo 55enne era in cella da 23 anni, dal momento in cui venne condannato per l’omicidio di Felicia Gayle, un’ex giornalista e assistente sociale, trovata pugnalata a morte nella sua casa nel 1998. Williams ha sempre sostenuto la sua innocenza e per una volta la stessa famiglia della vittima aveva paventato la possibilità che l’uomo non avesse commesso il brutale assassinio. La vicenda giudiziaria di Williams sembra in tal senso il classico caso di malagiustizia.
Il Dubbio, 26 settembre 2024
Nel 1968, una sentenza lo aveva condannato a morte per il brutale omicidio di un dirigente aziendale e della sua famiglia, avvenuto due anni prima. Iwao Hakamada, ex pugile giapponese, ha ottenuto la tanto attesa assoluzione dopo decenni di ingiusta detenzione. Nel 1968, una sentenza lo aveva condannato a morte per il brutale omicidio di un dirigente aziendale e della sua famiglia, avvenuto due anni prima. Dopo quasi 50 anni passati nel braccio della morte, la verità è finalmente emersa. Nel marzo 2023, il tribunale distrettuale di Shizuoka ha riaperto il caso, accogliendo nuove prove che dimostravano la fabbricazione di elementi a carico di Hakamada. “Si è trattato di una manipolazione delle prove”, ha dichiarato il giudice Koshi Kunii, sottolineando come Hakamada non fosse il colpevole del quadruplice omicidio. Hideko Hakamada, sorella dell’ex pugile e sua più fervida sostenitrice, ha giocato un ruolo cruciale nel riaprire il caso nel 2008.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 settembre 2024
Mentre il mondo è sempre più connesso, le carceri italiane restano isolate. In un’epoca in cui la comunicazione digitale e il mantenimento dell’affettività nella maggior parte dei Paesi del mondo è diventata la norma, il sistema carcerario nostrano sembra essere rimasto indietro di decenni. Questa è la conclusione che emerge dall’analisi della recente risposta del Ministro della Giustizia Carlo Nordio all’interrogazione parlamentare presentata ad aprile dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti sulle telefonate e l’uso delle email nelle carceri italiane.
di Massimo Lensi
Il Domani, 25 settembre 2024
La nomina del Commissario per l’edilizia carceraria è arrivata. In poco più di un anno, dovrà guidare le nuove opere necessarie a mitigare il sovraffollamento nelle carceri italiane. Il decreto d’incarico è stato firmato ma non c’è traccia dell’altro decreto, quello ministeriale che affida al nuovo Commissario poteri e risorse. Marco Doglio è il nuovo Commissario, un professionista serio e competente. Vanta un passato di oltre trent’anni nel settore delle infrastrutture. Un profilo professionale molto particolare. Cos’è che non va allora in questa storia? Semplice, oltre ai fondi una visione del futuro. Costruire nuove carceri è un progetto irrealizzabile, oltre che in contraddizione con il buon senso e le indicazioni di organi internazionali in materia di politiche penitenziarie. Eppure ci troviamo nel periodo più intenso del fenomeno di carcerazione di massa.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 25 settembre 2024
La direttrice di Secondigliano, Giulia Russo, dice sul carcere una cosa fondamentale: è un posto complesso ma semplice. Nel senso che in quella complessità non c’è niente di imprevedibile. Mettete 60mila detenuti dove ce ne starebbero 50mila, lasciateli senza far niente, senza operatori, con le celle chiuse, e il risultato sarà una pentola a pressione con agenti chiamati a dover gestire l’insofferenza peggiore, cioè quella di chi non ha niente da perdere. A maggior ragione a fronte di una popolazione carceraria fatta in misura ogni anno crescente di giovanissimi, stranieri che non parlano italiano, senza reti familiari, con percentuali di problemi psichici impressionanti, magari con alle spalle una esperienza di carcere libico.
di Guido Camera
huffingtonpost.it, 25 settembre 2024
Così come è stato licenziato dalla Camera, questo ddl sicurezza non è compatibile con lo Stato di Diritto. Spero che in Senato vengano fatte le opportune modifiche. Se il DDL Sicurezza verrà approvato dal Senato così come è stato licenziato dalla Camera, la “resistenza passiva” da parte di detenuti e migranti durante le rivolte nelle carceri e nei centri di trattenimento e accoglienza sarà un reato punito fino a cinque anni di carcere. Ma una previsione del genere è compatibile con lo Stato di diritto? Sono convinto di no.
di Giorgio Paolucci
ilsussidiario.net, 25 settembre 2024
Le carceri scoppiano, la recidiva è altissima. Servono subito esperienze alternative alla detenzione. Lo chiamano “pianeta carcere” perché appare come un mondo a sé, dove accadono cose che sembrano non riguardare noi del “pianeta liberi”. Eppure ci riguardano da vicino per tanti motivi: perché sono in gioco vite umane, perché su quel pianeta si consumano violazioni di diritti elementari, perché sono troppi coloro che dopo avere scontato la pena tornano a delinquere, mettendo a rischio la sicurezza sociale.
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