di Alessandro De Angelis
La Stampa, 29 gennaio 2024
Più volte annunciato (sin dal discorso di insediamento) e dato come imminente, il famoso “piano Mattei” è stato il vero “Godot” del governo. Lost in “cabina”: perso nell’ennesima cabina di regia, pletorica quanto basta, piuttosto generica negli obiettivi, con pochi denari da spendere. Di concreto, al momento, ci sono solo gli accordi siglati dall’Eni, l’anno scorso di questi tempi, in Algeria e Libia, entrambi utili all’Italia soprattutto sul gas. E proprio il fantasioso e costosissimo accordo con l’Albania di questo ritardo ha rappresentato l’icastica conferma: invece di mettere le basi, in Italia e soprattutto in Europa con un certo vigore, per un approccio “strutturale” al tema Africa, Giorgia Meloni, con un occhio al numero degli arrivi e uno alle elezioni, ha puntato sulla logica squisitamente emergenziale con il ricorso a un paese terzo modello Rwanda. Che, come noto, non funziona neppure in termini di deterrenza.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2024
Sedici organizzazioni umanitarie e per i diritti umani hanno chiesto a tutti gli stati di porre immediatamente fine ai trasferimenti di armi, componenti e munizioni a Israele e ai gruppi armati palestinesi, in quanto vi è il rischio che questi materiali siano usati per commettere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. I bombardamenti e l’assedio di Israele stanno privando la popolazione civile della Striscia di Gaza delle risorse indispensabili per sopravvivere e stanno rendendo inabitabile quel territorio. Attualmente, la popolazione civile di Gaza sta affrontando una crisi umanitaria di gravità e dimensione senza precedenti.
di Stefano Vecchia
Avvenire, 29 gennaio 2024
La mafia cinese tra Laos, Cambogia, Thailandia e Myanmar, ha allestito un “hub” dell’azzardo online, di traffici di ogni genere e reati informatici che miete milioni di vittime a partire dalla Cina. Dove una volta c’era il Triangolo d’Oro, c’è oggi un buco nero che ingoia risorse, diritti, vite e dignità di migliaia e migliaia di individui e che in cambio produce veleni, inquinamento, sopraffazione e paura per molti, benessere e potere per pochi. Strategica oggi come un tempo, quella che era considerata un’area nel cuore dell’Asia esotica per ambiente, etnie e mescolanza di culture, strategica per il confronto tra i nazionalisti cinesi che qui impiantarono una guerriglia alimentata da eroina e armi di contrabbando e i comunisti di Pechino, oggi è hub internazionale di gioco d’azzardo, traffici di ogni genere e reati informatici che mietono milioni di vittime a partire dalla Repubblica popolare cinese da cui provengono i maggiori investitori e gestori di attività criminali verso le quali Pechino misura attentamente ritorsioni e distrazione in funzione dei suoi interessi e strategie che coinvolgono Laos, Cambogia, Tailandia, e soprattutto, Myanmar.
di Angela Stella
L’Unità, 28 gennaio 2024
La Corte costituzionale dichiara illegittima la norma dell’ordinamento penitenziario che nega incontri senza controllo visivo tra i detenuti e i partner. Anastasia: “Finalmente cade il tabù della sessualità”. Delmastro: “Le sentenze non si commentano, si eseguono”. Il divieto resta per 41bis e sorvegliati speciali.
di Roberta Covelli
fanpage.it, 28 gennaio 2024
La norma dell’ordinamento penitenziario che impone il controllo a vista dei detenuti durante i colloqui con i familiari è irragionevole, e quindi incostituzionale, perché slegata da ogni valutazione sulle effettive esigenze di sicurezza, oltre che contraria alla funzione rieducativa della pena. Con la sentenza 10 del 2024, la Consulta ha dichiarato incostituzionale la previsione penitenziaria che impone, in maniera assoluta e indiscriminata, il controllo a vista dei colloqui dei detenuti. Nella sua decisione, la Corte Costituzionale richiama i diritti della persona, la cui dignità deve essere conservata anche in carcere, ricostruisce il contesto giuridico italiano e sovranazionale e richiama, per l’ennesima volta, il legislatore alle sue responsabilità.
di Giulia Siviero
ilpost.it, 28 gennaio 2024
È un diritto fondamentale, ma trascurato per ragioni sia pratiche che ideologiche: se ne riparla dopo una recente sentenza della Corte Costituzionale. L’Italia non ammette che le persone detenute possano avere incontri intimi consensuali con chi desiderano. L’ultimo tentativo per modificare la situazione risale al 2020, quando alla Commissione giustizia del Senato venne sottoposto il disegno di legge numero 1876 per introdurre e regolare le relazioni affettive e sessuali dentro gli istituti penitenziari: prevede il diritto all’affettività e una visita prolungata al mese, in apposite unità abitative, senza controlli audio o video. Il testo era stato scritto nel 2019 dalla Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà ed era stato poi sottoposto ai consigli regionali perché lo portassero in Parlamento, cosa che decise di fare la Toscana. Il disegno di legge si trova ancora in Commissione e il diritto alla sessualità nelle carceri non è stato ancora garantito: è una questione molto seria, aperta ormai da vent’anni, che rimanda a principi costituzionali e su cui ci sono pronunce autorevoli sia a livello nazionale che europeo.
di Bernardo Petralia*
L’Unità, 28 gennaio 2024
Visitare le carceri da parte di un comune cittadino provoca un solo pensiero: spero di non finirci dentro! Visitare il carcere per un avvocato ha una funzione diversa, di sostegno e di assistenza. Ha ancora un significato diverso per le associazioni che lo frequentano. Per un capo Dap, invece, visitare le carceri ha un valore del tutto diverso, che si condensa in poche parole: senso di colpa. Ho visitato circa 50 istituti nel periodo più duro, più cupo, quello del Covid. E non c’è stata volta in cui, andando per le sezioni e incontrando carcerati di tutti i tipi, che a volte mi chiamavano anche per nome, non mi abbiano detto “scusi, vuole accomodarsi un attimo nella mia cella, prego…”.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 gennaio 2024
Anno giudiziario, le toghe contro Nordio. L’allarme del sovraffollamento nelle carceri e dei suicidi. Nuovo no a cancellare l’abuso d’ufficio e a punire i magistrati che interpretano la legge. Il procuratore Nicola Gratteri da Napoli: “Non servono riforme spot”. Il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei: “Non si possono punire i giudici che interpretano la legge”. E quindi quelli che hanno dato i domiciliari al russo Uss messi invece sotto inchiesta disciplinare dal Guardasigilli Carlo Nordio. E ancora Ondei: “Nonostante tutto, i giudici respingano le pressioni e rendano giustizia”. E da Roma il suo omologo Giuseppe Meliadò: “Il nodo della giustizia? A Roma molti reati e pochi giudici”. E ancora da Milano ecco la denuncia di “carceri indecorose”.
di Vincenzo Zeno Zencovich
Il Riformista, 28 gennaio 2024
Contro il disegno di legge n. 969 (legge attuativa della direttiva UE 2016/343) si sono scagliati gli Ordini dei Giornalisti qualificando il testo come ‘legge bavaglio’ che lede il diritto dei cittadini ad essere informati, in particolare nel campo dell’attività giudiziaria”. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) addirittura ha promosso un appello al Presidente della Repubblica perché non firmi la legge di delega in quanto si tratta di “un provvedimento autoritario gravissimo che non solo colpisce e limita il lavoro dei giornalisti, ma soprattutto il diritto dei cittadini di essere informati e rende più indifese le stesse persone private della libertà. Di conseguenza dal momento dell’arresto fino al processo, all’opinione pubblica per mesi sarà negato il diritto di essere informata su temi importanti come la lotta alla corruzione e la lotta alla mafia. A questo si aggiunge anche il recente provvedimento che limita l’utilizzo e rende incomprensibili le intercettazioni in quanto verranno oscurati con omissis i nomi delle persone non indagate.” Dunque “un provvedimento liberticida”. Difficile dire se tali prese di posizione siano frutto di malafede o di ignoranza. In ogni caso, denotano il provincialismo di chi non ha mai preso in mano un giornale straniero e cercato di comprendere se in altri paesi i provvedimenti di arresto (e le eventuali intercettazioni) possono essere pubblicate.
di Daniela Padoan
La Stampa, 28 gennaio 2024
Non ci assolve parlare ora della sua liberazione, tutti lo abbiamo dimenticato. Il suo caso è un errore che si perpetua, eppure sarebbe bastato ascoltarlo. Non è facile guardare in viso un uomo che ha conservato un sorriso dolce, timido, dopo trentatré anni di carcere per un reato mai commesso. Era un pastore, Beniamino Zuncheddu, non aveva ancora compiuto ventisette anni quando le porte della Casa circondariale di Badu’e Carros si sono chiuse dietro di lui con la terribile eco delle parole “fine pena mai”. Per più della metà della sua vita ha vissuto spostato di cella in cella, in differenti carceri sardi, senza poter usufruire degli istituti premiali previsti dalla legge, avendo sempre rifiutato di dichiararsi colpevole di un reato che non aveva commesso.











