di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 1 aprile 2026
Il segnale che arriva da Sigonella. Il governo Meloni frena gli Usa: tra difficoltà interne e nuova linea estera. La nota di Palazzo Chigi e le dichiarazioni pubbliche del ministro della Difesa Guido Crosetto, che sottolineano il “rispetto dei trattati con gli Stati Uniti” nella scelta di negare l’atterraggio agli aerei da guerra nella base di Sigonella, rappresentano una svolta importante. Perché è vero che il governo tiene a ribadire come i rapporti con l’alleato americano siano “solidi e improntati a una piena e leale collaborazione”. Ma è pur vero che dopo la decisione analoga adottata dalla Spagna e la posizione della Francia che ha negato agli aerei diretti in Israele il sorvolo del proprio territorio, l’Italia ha mostrato una presa di distanza importante e necessaria in un momento di gravissima crisi internazionale. E soprattutto di incertezza causata dalle mosse azzardate e imprevedibili di Donald Trump.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 1 aprile 2026
Stavolta gli americani non potevano immaginare che favore hanno fatto a Meloni, uscita assai ammaccata dal referendum anche per colpa delle sue posizioni sulla guerra in Iran: quel “non condivido né condanno” percepito da tutti come segno di difficoltà nel prendere le distanze dall’amico Trump. Ma siccome la vittoria del No (e la corrispondente prima vera sconfitta di Meloni nelle urne) è stata determinata in buona parte dal voto dei ragazzi Propal che tutto quest’inverno avevano marciato contro la guerra, la premier non poteva trovare occasione migliore per far ripercorrere al ministro della Difesa Crosetto le orme del Craxi di quarantuno anni fa. Quando il leader socialista e capo del governo, proprio a Sigonella, nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, fece schierare i carabinieri contro i marines di stanza nella base, per impedire l’arresto di Abu Abbas, il mediatore indicato da Arafat per risolvere il sequestro terroristico della nave da crociera “Achille Lauro”, ad opera del Fronte per la liberazione della Palestina, che era costato la vita a un turista americano ebreo paralitico, Leon Klinghoffer. Una brusca riaffermazione della sovranità nazionale, sulla linea craxiana, “alleati ma non sudditi”, nei rapporti con gli Usa, che richiese un approfondito lavoro diplomatico per organizzare al più presto un incontro e una stretta di mano alla Casa Bianca tra lo stesso Craxi e il presidente americano Reagan. E una pagina politica che è entrata nella Storia.
di Domenico Quirico
La Stampa, 1 aprile 2026
Le missioni di pace sono fastidi nel mondo dove la violenza è legge. L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla. Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 1 aprile 2026
La nuova legge israeliana reintroduce la pena capitale per terrorismo. Nel mirino però ci sono gli estremisti palestinesi. Le critiche dell’Onu e dei giuristi. “La morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme”, scrisse Elie Wiesel nel 1989. Erano trascorsi quarantaquattro anni da quando l’autore e Nobel per la Pace era stato liberato da Auschwitz. Da quell’11 aprile 1945 e fino alla sua morte, nel 2016, aveva scelto di custodire e diffondere la memoria del “male assoluto” della Shoah. Affinché “mai più” potesse ripetersi.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 1 aprile 2026
La storica commenta la legge appena approvata dalla Knesset: “È la pietra tombale di una democrazia già molto in bilico”. Macabri festeggiamenti nel parlamento israeliano, dove lunedì è stata approvata la legge che autorizza i tribunali militari a ricorrere alla pena di morte con impiccagione per gli atti terroristici commessi (solo) dai palestinesi in Cisgiordania. Nella Knesset la controversa legge ha ottenuto 62 voti a favore - compreso quello del premier Benjamin Netanyahu -, mentre i voti contrari sono stati 48. Un successo per il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir. Il suo partito, Otzma Yehudit, si è battuto a lungo per far passare la legge sulla pena di morte. La legge ha ottenuto anche il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman. Dopo il voto finale, che ha richiesto circa dodici ore di dibattito, Ben-Gvir ha offerto champagne ai colleghi di partito e agli altri componenti della coalizione di governo. In base alla nuova legge, i residenti della Cisgiordania che uccidono un israeliano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele” verranno condannati a morte. La pena è riducibile all’ergastolo in casi particolari. Le esecuzioni per impiccagione devono avvenire entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.
di Antonella Mariani
Avvenire, 1 aprile 2026
Lezioni clandestine o tra pari, corsi su piattaforme digitali, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Così, nonostante i divieti, migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza. Anno quinto dell’era dei sogni spezzati. Giovedì scorso, nel silenzio pressoché totale del mondo, il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ha celebrato solennemente l’avvio del nuovo anno scolastico. Il quinto consecutivo in cui le aule sono rimaste chiuse per le ragazze dopo il sesto anno delle elementari, l’ultimo. Vietate le medie, vietate le superiori, vietata l’università.
di Alessia Candito
La Repubblica, 31 marzo 2026
Dall’autunno scorso Roma ha centralizzato ogni decisione sulle attività. Ai detenuti dell’Alta sicurezza sono state negate le attività in esterna e per gli studenti non è più possibile entrare in carcere. Le associazioni: “Straordinaria occasione persa”. “Nel 2025 abbiamo vinto il premio Costanzo e ci siamo esibiti al Teatro Parioli di Roma. Quest’anno abbiamo partecipato quasi con paura di vincere. Su quel palco non avremmo potuto esibirci”. Se per il Marassi rimasto per la prima volta in 24 anni orfano di Via Crucis, le responsabilità non vanno cercate più in là dell’ufficio della direttrice del carcere, Tullia Ardito, da mesi in tutti gli istituti di pena italiani le attività formative e culturali “sono diventate non una risorsa, ma un problema ed è uno straordinario passo indietro”, dice Mauro Sironi. E con cognizione. Direttore artistico di Geniattori, da anni lavora con i detenuti della casa circondariale di Monza, dove il teatro è diventato non solo parte del percorso riabilitativo, ma anche strumento per abbattere i muri, quanto meno ideologici, fra carcere e città.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 marzo 2026
L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Lo dice da settantotto anni. In carcere, però, quel principio smette di funzionare. Come ad esempio il diritto alla salute. Non perché le leggi non lo tutelino, ma perché tra la norma scritta e la cella vissuta c’è un abisso fatto di esami rinviati, farmaci esauriti, ambulanze chiamate d’urgenza, risonanze mai eseguite, tribunali che non rispondono. Il caso di Domenico Pappacena è uno di quelli che quel principio lo mette sotto i piedi ogni giorno.
di Valentina Punzo
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026
Quando ogni gruppo di adolescenti protagonista di atti di violenza viene chiamato “gang organizzata”, la risposta istituzionale tende ad adeguarsi: più carcere, meno prevenzione. Quasi due anni fa il decreto Caivano veniva presentato come la risposta dello Stato all’emergenza criminalità giovanile. Oggi gli istituti penali minorili registrano il numero più alto di detenuti dell’ultimo decennio. Eppure i dati raccontano una storia diversa. Sul lungo periodo, le segnalazioni di minori denunciati o arrestati sono diminuite di oltre un terzo in vent’anni e l’Italia resta uno dei paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso. È anche vero che alcuni reati violenti come rapine, risse e lesioni mostrano negli ultimi anni una ripresa preoccupante, ma trasformare questa tendenza parziale in un’emergenza generalizzata significa ignorare deliberatamente il quadro d’insieme. Qualcosa non torna.
di Claudio Bottan*
vocididentro.it, 31 marzo 2026
Si esce dal carcere, ma non dalla pena. Dopo aver finito di scontare il residuo della pena in misura alternativa, ho atteso per quasi due anni che il tribunale di Sorveglianza di Roma dichiarasse estinta la pena stessa: non una formalità, bensì un passaggio fondamentale per ricominciare a vivere da cittadino libero che ha saldato il conto con la giustizia. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi è stato notificato quel provvedimento che attendevo con ansia: “Declaratoria di estinzione della pena” leggo in intestazione. L’emozione era tale da far scivolare velocemente lo sguardo alle ultime righe tralasciando il resto: “Visto l’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, si dichiara estinta la pena e ogni altro effetto penale della condanna”. Era quello che attendevo. “Grazie ispettore, dove devo firmare?”.
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