di Roberta Barbi
vaticannews.va, 17 novembre 2025
In occasione della giornata di ieri, raccontiamo la storia di un giovane originario del Gambia, oggi 30enne, arrivato in Italia in cerca di un futuro migliore e per sfuggire alla violenza, finito in prigione ma riscattatosi in un nuovo percorso di vita grazie alla Comunità Giovanni XXIII: “In carcere ci sono più poveri che delinquenti”. Quella di Momodu purtroppo è una storia simile a quelle di tanti invisibili che arrivano nel nostro Paese senza trovare quello che cercavano. Storie disperate che qualche volta - come in questo caso - finiscono bene. Momodu vive in Gambia in un contesto violento in cui il padre lo picchia e la madre tace, per quella complicità ugualmente colpevole che accompagna ancora alcune culture. A 16 anni decide di fuggire da povertà e violenza e intraprende un rocambolesco viaggio lungo un anno che lo porterà in Italia.
di Giulia Posperetti
Il Giorno, 17 novembre 2025
Non solo il cooperante veneto Trentini: nelle prigioni venezuelane altri quindici nostri connazionali. Da anni non si hanno più notizie dell’ingegnere Obiang Esono, originario della Guinea Equatoriale. “Vive la liberté, vive l’égalité et vive la fraternité”. All’indomani del primo anniversario dell’arresto di Alberto Trentini - il 46enne cooperante veneziano fermato in Venezuela il 15 novembre 2024 senza accuse né spiegazioni -, dopo cinque mesi, il 41enne francese, insegnante di yoga, Camilo Castro, detenuto nel suo stesso carcere, la struttura di massima sicurezza dove finiscono gli oppositori politici ‘El Rodeo I’, nella periferia di Caracas, ha potuto riabbracciare la sua famiglia a Parigi. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con il governo venezuelano. Per Alberto - ha detto sabato la madre del cooperante italiano, Armanda Colusso Trentini - non si è fatto quel che era necessario”.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2025
Amnesty ha documentato arresti e detenzioni su base razziale, maltrattamenti e torture, intercettamenti in mare ed espulsioni di migliaia di persone verso l’Algeria e la Libia. “Continuavano a colpire la nostra barca di legno con lunghi bastoni appuntiti, l’hanno bucata… C’erano almeno due donne e tre neonati senza giubbotti di salvataggio. Li abbiamo visti annegare e poi non abbiamo più visto i corpi. Non ho mai avuto così tanta paura”. “Siamo arrivati nella zona di confine con la Libia verso le sei del mattino… Un ufficiale tunisino ha detto: ‘Andate in Libia, là vi uccideranno’. Un altro ha aggiunto: ‘O nuotate o correte verso la Libia’. Ci hanno restituito un sacco pieno dei nostri telefoni distrutti…”. “Ci hanno presi uno per uno, ci hanno circondati, ci hanno fatto sdraiare, ci hanno ammanettati… Ci picchiavano con tutto ciò che avevano: mazze, manganelli, tubi di ferro, bastoni di legno… Ci hanno costretti a ripetere più volte ‘Tunisia mai più, non torneremo mai più’. Ci colpivano e prendevano a calci ovunque.”
di Luca Foschi
Avvenire, 17 novembre 2025
La bozza di risoluzione americana delinea una gestione provvisoria del territorio: organi politici transitori, disarmo delle milizie e una “Forza internazionale di stabilizzazione”. La contro-risoluzione di Mosca, appoggiata da Pechino. Il presente nel fango, il destino nel Palazzo di Vetro. Mentre l’inverno si abbatte su Gaza, nella sede centrale dell’Onu a New York si affrontano due posizioni che vorrebbero dare forme diverse all’immediato futuro della Striscia. Fonti diplomatiche hanno reso noto che oggi il Consiglio di Sicurezza voterà la bozza di risoluzione presentata la settimana scorsa dagli Stati Uniti ai 15 membri che lo compongono. Il documento descrive la costituzione degli organi politici e amministrativi provvisori, il disarmo delle milizie palestinesi e la formazione della “Forza internazionale di stabilizzazione”. La risoluzione prevede un mandato fino al 2027 per il cosiddetto “Comitato della pace”, un organo esecutivo presieduto dal presidente americano Trump. Contrariamente alla prima versione circolata, il testo contiene un vago riferimento a un futuro Stato palestinese. Gli Stati Uniti, accompagnati da Gran Bretagna, Egitto, Turchia, Arabia Saudita e altri Paesi a maggioranza araba e musulmana hanno chiesto venerdì al Consiglio di sicurezza “una rapida adozione”.
di Chiara Catone
La Discussione, 16 novembre 2025
Il sovraffollamento delle carceri resta una delle emergenze più gravi del sistema penitenziario italiano, ma secondo il Ministro della Giustizia Carlo Nordio le soluzioni non possono passare da strumenti “lineari e automatici”, come indulti o amnistie generalizzate. Le esperienze del passato, spiega, dimostrano l’inefficacia di questi interventi nel lungo periodo. Nordio cita l’indulto del 2006, varato dal Governo Prodi, quando la popolazione detenuta ammontava a 60.710 persone. Il provvedimento portò alla liberazione del 36% dei detenuti, con un calo immediato delle presenze. Tuttavia, il sollievo fu di breve durata: già nel febbraio 2008 i detenuti erano risaliti a 51.195, per poi raggiungere 63.472 nel luglio 2009, superando il livello precedente all’indulto. A tutto ciò si aggiungeva un dato particolarmente critico: una recidiva del 48% entro tre anni. “Questi numeri dimostrano che le misure automatiche non funzionano”, osserva il ministro, “rendendo necessario adottare interventi che tengano conto delle specificità trattamentali dei singoli”.
ansa.it, 16 novembre 2025
L’indulto non è uno strumento risolutivo del sovraffollamento delle carceri, per questo, e in attuazione delle leggi esistenti, il ministro della giustizia Carlo Nordio punta alle misure alternative per oltre 10mila detenuti condannati in via definitiva e che potenzialmente hanno i requisiti per ottenere il beneficio. A tal fine, il ministero ha costituito una task force che ha avviato interlocuzioni con la magistratura di sorveglianza e i penitenziari per favorire la fruizione delle misure alternative da parte di chi ne ha diritto e così deflazionare le presenze nelle carceri.
di Antonio Nesci
unosguardosutorino.it, 16 novembre 2025
Nel 2025, parlare di carcere come luogo di tortura può sembrare un’esagerazione. Eppure, i rapporti delle associazioni per i diritti umani, le denunce dei garanti dei detenuti e le statistiche ufficiali ci raccontano un’altra verità: in troppi istituti penitenziari, le condizioni di vita sono così gravi da ledere i diritti fondamentali dell’individuo. La detenzione, se vissuta senza strumenti di riscatto, è già una forma dura di punizione. Quando a questa si aggiungono il sovraffollamento, l’assenza di privacy, la mancanza di cure mediche e la negazione di relazioni affettive, si sfocia in una condizione che somiglia più alla tortura che alla giustizia.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 16 novembre 2025
La campagna elettorale è già cominciata, e sia nel centrodestra che nel centrosinistra hanno iniziato a fare qualche calcolo per capire come provare a vincere, naturalmente, ma per capire anche come provare a non perdere. Il referendum è lontano, certo, ma la campagna elettorale è già cominciata, e destra e sinistra, da tempo, hanno iniziato a fare qualche calcolo per capire come provare a vincere, naturalmente, ma per capire anche come provare a non perdere, nel caso di sconfitta. Per vincere la partita referendaria, la destra, quella più di buon senso, ha capito che politicizzare troppo il referendum rischia di allontanare dal voto chi non si considera di destra, e considera una riforma garantista come un patrimonio anche progressista, e in questo senso trasformare la riforma in bandiera del berlusconismo o una lotta contro i magistrati sarebbe un errore di cui la maggioranza potrebbe pentirsi. Come vincere non è facile. Ma anche cosa fare in caso di sconfitta non è semplice. La destra, in caso di vittoria del No, non farà rivoluzioni, e proverà a blindare il suo consenso cambiando la legge elettorale. La sinistra, in caso di vittoria del Sì, è possibile che sia tentata dal trasformare un referendum che potrebbe essere su Meloni in un referendum su Schlein, e i giochi di potere per il futuro candidato premier, nel campo largo, potrebbero partire. Per chi suona la campana? Chissà.
Ansa, 16 novembre 2025
“Questa riforma non contribuirà in alcun modo all’efficienza della giustizia. I processi non si accorceranno di un giorno. Le sentenze non potranno essere più giuste in virtù di una riforma che in realtà si limita a cercare di redistribuire diversamente i poteri dello Stato, a porre le condizioni per un controllo da parte dell’esecutivo sull’esercizio dell’azione penale fondamentalmente e quindi sulla magistratura prima inquirente e giudicante poi attraverso un meccanismo molto semplice: si indebolisce il Csm che è l’organo previsto dalla Costituzione per garantire autonomia ed indipendenza dei magistrati”.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 16 novembre 2025
Sembra fatta apposta per bruciare sul traguardo il governo, che si accinge a varare un nuovo “decreto sicurezza”, la “svolta securitaria” di Schlein davanti all’assemblea dei sindaci di centrosinistra, che da tempo, anni verrebbe da dire, premono sul Pd per ottenere politiche del genere. Ma quando si parla di questo, basta interrogare i primi cittadini, la prima frontiera è quella dell’immigrazione clandestina - trascurata da Schlein - che affligge molte città del Nord e del centro Italia amministrate da sindaci Pd o da coalizioni simil “campo largo”, che dovrebbero presto sentire le conseguenze dell’accordo bipartisan Meloni-Schlein sulla violenza sessuale.
- La svolta di Schlein sulla sicurezza: “È una priorità, non inseguiamo gli slogan della destra”
- La garanzia dell’ordine pubblico per sei italiani su dieci vale la scelta del voto
- Maltrattamenti della madre contro il figlio, non scatta il reato nei confronti del marito
- Calabria. Carceri sempre più esplosive. “Servono interventi radicali, ora”
- Reggio Calabria. La fame come ultimo appello, i detenuti di San Pietro chiedono diritti











