di Massimo Malpica
Il Giornale, 8 novembre 2025
Maternità come scudo penale? Addio. Parola del sottosegretario alla Giustizia e senatore leghista Andrea Ostellari, che commenta la notizia che arriva da Venezia, dove una borseggiatrice seriale, pizzicata in fragrante resterà in carcere anche se incinta. Esulta Salvini, che ricorda come il merito sia di quell’articolo modificato per volontà del Carroccio. E se il Pd lo accusa di usare la maternità a fini di propaganda, Ostellari taglia corto: “Non siamo certo contro la maternità o contro i bambini. A differenza della sinistra, vogliamo semmai dare dignità alla maternità e proibire che organizzazioni criminali possano ancora sfruttare la gravidanza per far commettere reati. La norma serve a questo”.
di Alessandro Guidolin
gnewsonline.it, 8 novembre 2025
Il Guardasigilli Carlo Nordio ha firmato la Convenzione per la Promozione della Prevenzione e tutela della salute della donna. La Convenzione è stata sottoscritta anche dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, da Alba Di Leone dell’organizzazione no-profit Think Pink Italy, e da Paola Severino della Fondazione Severino Onlus; e intende promuovere iniziative congiunte volte a tutelare la salute delle donne sottoposte a pena detentiva.
di Diego Mazzola
L’Unità, 8 novembre 2025
Al mito e alle leggende dobbiamo sempre molta della nostra conoscenza. Narra Pausania il Periegeta che, quando nella città di Argo regnava Crotopo, sua figlia Psamate ebbe un figlio da Apollo di nome Lino. Per la vergogna e il timore della reazione del padre, Psamate abbandonò il neonato all’aperto tanto che venne dilaniato dai cani del gregge reale. Non soddisfatto di questo, Crotopo uccise anche la figlia, sfidando l’ira di Apollo che l’amava molto. Infuriato, il dio delle arti e degli amori sfortunati mandò ad Argo l’esatto contrario dell’amore e della pietà, un terribile mostro marino chiamato per l’appunto “Pena”, uso a strappare i figli alle madri e poi ucciderli. Da allora la parola “pena” assunse il significato di “punizione”.
di Claudio Castelli
Il Domani, 8 novembre 2025
I due Csm impediranno il rapporto di relazione tra procure e tribunali, rendendo il sistema meno efficiente. Ci sarà un aumento dei processi con torsioni inquisitorie. Lo stesso ministro della Giustizia ha ammesso che la modifica costituzionale approvata dal parlamento non avrà alcun effetto positivo sull’efficienza del sistema giustizia essendo finalizzato per altri scopi. La realtà purtroppo è opposta e peggiore. Una seria e serena valutazione di impatto ci porta a ritenere che le modifiche attuate, che devono essere viste nel loro complesso, porteranno invece ad una ulteriore inefficienza del sistema con un forte impatto che si riverbererà anche sul settore civile.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 8 novembre 2025
Probabilmente l’immagine del difensore di ufficio nell’immaginario collettivo italico è ancora quella del leggendario film “Un giorno in Pretura”, dove troneggia uno strepitoso Alberto Sordi alias Nando Moriconi, imputato - di fronte al non meno strepitoso Pretore Peppino De Filippo - di “oltraggio al pudore”, per essersi fatto il bagno nudo “nella marana”. Il processo si svolge davanti ad un distratto ed annoiato difensore di ufficio, che legge il giornale mentre il processo si celebra, e che dopo aver chiesto senza successo denaro a Moriconi per impegnarsi, riprende stizzito a leggere il giornale, accada quel che deve accadere.
di Elton Kalica*
Il Riformista, 8 novembre 2025
Un tema che ricorre in carcere dove entro come volontario è che la popolazione detenuta è oggi profondamente mutata. Ci sono sempre meno persone che hanno fatto della criminalità una scelta di vita, e, invece, sempre più spesso persone provenienti da contesti di povertà estrema, che hanno commesso reati per necessità. Tra loro, moltissimi giovani, spesso figli di migranti, definiti “stranieri di seconda generazione” come se un’etichetta potesse imprigionarli dentro un’identità che non appartiene più né ai genitori né a loro. Questa trasformazione della popolazione detenuta mostra come il sistema penale sia diventato, per riprendere le parole di Loïc Wacquant in Punire i poveri (Derive Approdi, 2006), “un dispositivo di gestione della marginalità: gli esclusi del welfare, i disoccupati cronici, i migranti irregolari, i soggetti con dipendenze non trattate”. Lo vedo ogni volta che un ragazzo mi racconta di essere finito dentro per ruberie, o fatto trascinare da un amico che spacciava. Storie di disperazione che il sistema traduce in condanne “esemplari”. Accanto alla povertà, c’è un altro denominatore comune: la maggior parte di queste persone è stata difesa da un avvocato d’ufficio. L’articolo 24 della Costituzione italiana afferma che ai non abbienti sono assicurati mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Su questo principio si fonda l’istituto del patrocinio a spese dello Stato, nato per rendere effettivo il diritto alla difesa anche per chi non dispone di risorse economiche. Ma le persone che incontro quotidianamente in carcere mi dicono che il gratuito patrocinio si è trasformato in una difesa solo formale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 novembre 2025
“Sia mio padre sia Aldo Moro, che la Costituzione l’ha pure scritta, sarebbero di certo contenti che l’articolo 27 della Carta, almeno nel caso di Anna Laura Braghetti e di altri, è stato rispettato: la pena deve rieducare, dare un’altra possibilità”. Hanno molto colpito, le parole di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, l’allora vicepresidente del Csm ucciso nel 1980 da un commando di cui faceva parte proprio Braghetti. Il figlio del professore al quale oggi è intitolata la sede stessa del Csm è un cattolico autentico, e straordinario. Ma fra la restorative justice introdotta nel 2021 da Marta Cartabia e le vittime del terrorismo brigatista c’era già un nesso molto chiaro. Com’è noto, Cartabia prefigurò, almeno idealmente, gli interventi poi firmati come ministra guardasigilli in un saggio pubblicato, nell’ottobre 2020, con il criminologo Adolfo Ceretti, “Un’altra storia inizia qui”.
di Lucio Brunelli
L’Osservatore Romano, 8 novembre 2025
Anna Laura Braghetti, morta ieri 72 anni, è stata una delle militanti più note ed efferate delle Brigate rosse. Nel 1978, quando aveva venticinque anni ed era ancora incensurata, fu una dei carcerieri di Aldo Moro. Quando il prigioniero chiese dei libri lei gli portò delle opere sul marxismo che avevano in casa; gentilmente Moro fece notare che quei libri li conosceva già e avrebbe preferito, possibilmente, una Bibbia e le lettere di san Paolo. L’anno seguente, datasi alla clandestinità, la giovane terrorista partecipò all’attacco contro la sede provinciale della Dc romana, a piazza Nicosia; insieme al brigatista Francesco Piccioni aprì il fuoco contro una volante della polizia accorsa sul posto uccidendo due inermi poliziotti. Nel 1980 sparò a Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, lasciandolo senza vita in un pianerottolo della facoltà di Scienze politiche a La Sapienza di Roma. Sia Bachelet sia Moro insegnavano in quella facoltà: entrambi miei professori, li ricordo come persone miti, credenti veri, dediti con un alto senso del dovere al servizio del bene comune.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 8 novembre 2025
Dopo le polemiche per la condanna all’ergastolo di Filippo Turetta senza le attenuanti della crudeltà e dello stalking, si è detto e scritto che bisognava distinguere tra il piano giudiziario e quello “culturale”. E per la stessa logica, ora che il processo per il femminicidio di Giulia Cecchettin si è chiuso definitivamente, si può dire che l’unica “sentenza” che abbia senso leggere alla società in ascolto, l’ha scritta il papà della 22enne uccisa dall’ex fidanzato l’11 novembre 2023. “Non esiste una giustizia capace di restituire ciò che è stato tolto, ma esiste la consapevolezza che la verità è stata riconosciuta e che le responsabilità sono state pienamente accertate”, spiega Gino Cecchettin.
di Stefania Totaro
Il Giorno, 8 novembre 2025
Per la morte di un 63enne in carcere indagati per omicidio infermieri e detenuto. Si attendono gli esiti dell’autopsia e i famigliari dell’uomo chiedono che sia fatta chiarezza. Cause naturali o la morte come conseguenza delle botte prese? Sono i due scenari su cui sta lavorando la Procura di Monza. Per il detenuto 63enne italiano morto a metà ottobre nel carcere di via Sanquirico la Procura ha indagato per l’ipotesi di reato di omicidio preterintenzionale un compagno di cella e per quella di omicidio colposo un infermiere e un medico in servizio nella casa circondariale quando è avvenuta la vicenda ora al vaglio della magistratura. Il decesso dell’uomo, italiano, che soffriva già di svariate gravi patologie, non pare dovuto a cause naturali e si attendono gli esiti dell’autopsia. A insospettire gli inquirenti è stata la lite che il 63enne ha avuto il giorno prima del decesso con un compagno di cella.
- Roma. Il convegno “Psichiatria e giustizia: malattia o delinquenza?”
- Torino. “Il carcere restituisce cittadini?”, convegno a Palazzo Barolo
- Brindisi. Il carcere come luogo di umanizzazione: torna il progetto “Qui ed Ora”
- Firenze. Dal carcere al teatro, un’occasione di rinascita per i detenuti
- Droghe. Conferenza nazionale sulle dipendenze: nessun confronto tra Movimenti e Governo











