di Alessandra Algostino
Il Manifesto, 6 aprile 2025
L’abuso del decreto legge, stravolgendo il sistema delle fonti, viola la separazione dei poteri, che assicura la limitazione del potere: elemento imprescindibile di una democrazia costituzionale. C’era un disegno di legge in discussione in parlamento, detto “sicurezza”, espressione del peggiore populismo penale, incostituzionale nell’anima e nelle disposizioni; il governo, con un golpe bianco (…invero nero), lo ha trasposto in un decreto legge. Al contenuto eversivo si aggiunge l’eversione nei rapporti fra governo e parlamento.
di Anna Foa
La Stampa, 6 aprile 2025
Fra tutti i significati della parola “risposta” - la risposta ad una domanda, la risposta ad una lettera, quella ad una terapia medica, e via discorrendo - la risposta come reazione aggressiva sta diventando sempre più diffusa, con l’aiuto anche dei social in cui i commenti si caratterizzano sempre più ostili e intolleranti. E così l’odio divampa, nessuna discussione è più civile, pacata, sia che si tratti di faccende private che di politica, sia che si guardi al mondo che al cortile della propria casa. L’odio è sempre visto come una risposta, però, una risposta all’altrui comportamento. Non necessariamente, però, un comportamento davvero aggressivo, ma anche soltanto tale da essere così percepito.
di Giulia Tavani
Corriere della Sera, 6 aprile 2025
Non solo piccole lezioni di anatomia, servono incontri per prevenire e combattere fenomeni di odio, emarginazione e violenza di genere. Per il 70% delle famiglie la frequenza dovrebbe essere obbligatoria, quasi la metà degli italiani sostiene l’importanza di cominciaregià dalle primarie. I dati nello studio di Coop con Nomisma. Introdurre l’educazione sessuale e alle relazioni a scuola è un dibattito che in Italia tiene banco da almeno cinquant’anni. Nonostante sia l’Oms a indicare la fascia d’età tra i 3 e i 5 anni come quella adeguata per iniziare a parlarne, nessuna delle sedici proposte di legge avanzate è mai riuscita a passare.
di Simone Alliva
L’Espresso, 6 aprile 2025
Al numero 1522 arrivano in media 7.500 telefonate al mese. Parla Elisa Ercoli, presidente di Differenza donna. “Ok il rigore ma il codice rosso non viene messo in atto”. L’otto di luglio 2024 il contatore di morte di Non Una Di Meno registra 56 donne vittime di “femminicidio”, cioè la morte di una donna progettata da un uomo perché si rifiutava di agire secondo le sue aspettative. Una parola che illumina e dice due cose: che è morta una donna e il perché è stata uccisa. Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza donna, da trent’anni al fianco delle donne vittime di violenza, rivela alcuni dati che raccontano l’abisso: “Al numero antiviolenza e stalking 1522 riceviamo al mese 7.500 contatti. Di questi il 90% sono casi che necessitano di un reale intervento. Donne che hanno subito direttamente una violenza. Siamo però consapevoli che questo è solo il 10% del fenomeno. Se emergesse tutto saremmo sconvolte”.
di Luigi Manconi e Chiara Tamburello
La Repubblica, 6 aprile 2025
La tortura è una pratica vecchia come il mondo. Ha radici millenarie ed evolve parallelamente alla storia delle società. I metodi e gli strumenti per infliggerla sono cambiati nei secoli, ma l’esito di disumanizzazione rimane lo stesso. Il toro di bronzo, la bollitura, l’impalatura, l’aquila di sangue, la damnatio ad bestias, il ratto: altrettante torture che risalgono alle sevizie dell’antichità, ai supplizi medievali e alle punizioni dell’età moderna. Ma, come denuncia Amnesty International, certi appellativi evocativi riguardano anche tecniche contemporanee applicate in molti sistemi dispotici, come in Siria: la festa di benvenuto, lo pneumatico, l’impiccato, il pollo allo spiedo, il tappeto volante, la sedia tedesca.
di Alessandra Fabbretti
Il Manifesto, 6 aprile 2025
Sgomberate le tendopoli vicino Sfax. Tra gli ulivi, in condizioni igienico-sanitarie critiche, vivono 20mila persone. Arresti e rimpatri. “Vi prego aiutateci, non sappiamo dove andare e, se ci prendono, non sappiamo che fine faremo”. L’appello arriva da Yahya, un migrante originario della Guinea, che ci chiama da una zona remota della Tunisia, tra gli uliveti di Sfax: da giovedì è in atto una maxi operazione per distruggere le piccole tendopoli informali che si estendono per chilometri, tra Chebba e Sfax. Molte persone sarebbe state arrestate e attualmente in corso di rimpatrio.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 6 aprile 2025
I militari israeliani avevano detto che i veicoli erano “privi di segnali indicativi”. Però, dopo le immagini in cui si vedono lampeggianti e sirene in funzione, hanno dovuto ammettere tutto. “La sirena e le luci erano accese”. Tre settimane dopo, un video e una testimonianza rivelano la verità sul “massacro di Rafah”. All’alba del 23 marzo, quindici soccorritori, a bordo di un’ambulanza e di un camion dei pompieri, sono stati uccisi dal battaglione Golani nel sud di Gaza. I militari di Tel Aviv avevano subito precisato che i veicoli viaggiavano “senza segnali di identificazione” e per questo erano stati ritenuti “sospetti”. Un video, recuperato dal cellulare di una vittima e inviato al New York Times da un diplomatico Onu che ha chiesto l’anonimato, mostra, però, i lampeggianti in funzione. A questo si è aggiunta la testimonianza di Munther Abed, operatore della Mezzaluna Rossa palestinese e, secondo quest’ultima, unico sopravvissuto. “Ci hanno sparato direttamente e deliberatamente. Poi hanno aperto la portiera e sono entrate le forze speciali. Mi hanno trascinato fuori e picchiato. Subito dopo è arrivato un veicolo della protezione civile e i soldati hanno sparato pesantemente contro di loro”. I militari l’avrebbero interrogato e trattenuto per 15 ore: “Hanno detto che i palestinesi sono tutti terroristi”.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 aprile 2025
Nella circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si legge che “tutti gli operatori penitenziari dovranno porre ogni sforzo esigibile per evitare che le celle rimangano aperte” nei regimi di Alta Sicurezza in carcere. Evitare “contatti e aggregazione tra la popolazione carceraria” in modo da scongiurare “il rischio dell’espandersi della supremazia criminale dei detenuti con maggiore caratura criminale”, come ad esempio “capi ed esponenti delle consorterie mafiose e terroristiche”. È l’obiettivo con cui il Dap ha disposto, in una Circolare del 27 febbraio scorso, una stretta per i detenuti in regime di Alta Sicurezza stabilendo “l’assoluta necessità della custodia chiusa”.
di Susanna Ronconi
L’Unità, 5 aprile 2025
Irrisa la parola di Mattarella. La mossa autoritaria del governo mantiene nel decreto il contenuto securitario e forcaiolo del ddl. Con la campagna “Madri fuori” non smetteremo di lottare. Non c’è niente da fare: i contrappesi democratici, per la destra di governo, vanno elusi e sabotati, e il confronto in parlamento imbavagliato. Questa, alla fin fine, è la lezione appresa dall’iter del Ddl Sicurezza, su cui il Presidente Mattarella è intervenuto, ponendo - pur con i limiti istituzionali previsti - la sua ipoteca etica e costituzionale su alcuni articoli. La decisione è quella di aggirare il parlamento ricorrendo alla decretazione di urgenza. Questo non solo non dà alcuna garanzia che vengano in effetti lasciati fuori gli articoli al centro della critica presidenziale, ma salva il DDL nel suo complesso, sottraendolo a un ampio confronto parlamentare.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 aprile 2025
Meloni: “Nessuna scorciatoia”, solo “una scelta per rispettare gli impegni presi con i cittadini e chi difende la nostra sicurezza”. Punita anche la resistenza passiva in carcere e Icam obbligatorio per detenute incinte o con figli piccoli. Nessuna “scorciatoia”, nessun “blitz”, ma “semplicemente una scelta che il Governo legittimamente” ha fatto “per rispettare gli impegni presi con i cittadini e con chi ogni giorno è chiamato a difendere la nostra sicurezza”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni risponde direttamente da Palazzo Chigi a chi, negli ultimi due giorni, ha denunciato il “golpe liberticida” con il quale il governo ha trasformato il ddl Sicurezza in decreto, di fatto esautorando il Parlamento. L’urgenza, ha dichiarato Meloni in Consiglio dei Ministri, convocato appositamente per questa misura, stava nella necessità di garantire “una specifica tutela legale” ad agenti di polizia e militari “che dovessero essere indagati o imputati per fatti inerenti al servizio”, che “potranno continuare a lavorare e lo Stato sosterrà le loro spese legali, fino ad un massimo di diecimila euro per ogni fase del procedimento”.
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