di Laura Onofri
Il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2025
E invece i progetti sono solo extrascolastici. Due nuovi femminicidi di giovani ragazze in queste ultime ore hanno colpito profondamente l’opinione pubblica. Perché alcuni femminicidi scuotono le nostre coscienze più di altri? Per tante ragioni: la giovane età delle due ragazze, le modalità quasi identiche, l’ambiente culturale in cui vivevano, l’università frequentata da entrambe. Ma soprattutto il movente: avevano respinto la ossessiva, assillante e prepotente intromissione nella loro vita di due ragazzi che sono stati i loro assassini e non erano, o non erano più, legate a loro da una relazione. Dall’analisi dei femminicidi del 2024 eseguita dall’Uil risulta che le vittime sono in prevalenza donne adulte, in particolare nella fascia di età 31-50 anni, circa il 50%, mentre in quella fra i 21 e i 30 anni la percentuale è del 16%.
di Marco Balzano
Il Domani, 5 aprile 2025
L’offerta formativa degli istituti scolastici del Paese tra ritardi e stalli. Mentre il numero di femminicidi aumenta, ecco cosa succede nelle aule dove siedono le giovani generazioni. Giulia Cecchettin è stata uccisa quasi un anno e mezzo fa. Il giorno dopo il ministro Valditara aveva promesso di intervenire istantaneamente per far entrare nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione all’affettività, così battezzata per il disagio che a chi governa mette la parola “sessualità”. Nelle linee guida Unesco si chiama semplicemente Sexuality education, mentre il percorso alla conoscenza del corpo e alla relazione in base a un paradigma olistico si chiama Comprehensive sexuality education.
di Raffaella Romagnolo
La Stampa, 5 aprile 2025
Quando racconto la storia di Edipo che sulla strada verso Tebe incrocia il padre Laio e, non riconoscendolo, lo ammazza, in classe si fa silenzio. Succede ogni volta, è una specie di magia, però nera. Io adulta e loro ragazzi dimentichiamo le pareti spoglie, i banchi sbreccati, le sedie scomode per le loro gambe lunghe di quindicenni, dimentichiamo persino le distrazioni dei Social e ci troviamo di colpo alle prese con un’angoscia che travalica i millenni, primigenia, fondativa. Non si uccide il padre. Non perché lo dice la legge, non si fa e basta. La legge, i tribunali, vengono dopo. È un tabù, spiego, e infrangere un tabù distrugge l’individuo e fa saltare in aria la società. Edipo patricida pagherà duramente, e con lui i suoi figli, per generazioni. Di qui, credo, lo sgomento a leggere i fatti di Mezzolombardo. Perché ciò che è accaduto nella notte tra giovedì e venerdì a Simeun Panic e a suo figlio Bojan, e alla madre, e a tutti i loro famigliari e amici, non è semplice, amarissima cronaca: è tragedia.
di Silvia M.C. Senette
Corriere del Trentino, 5 aprile 2025
Lo psichiatra Crepet sull’omicidio in Trentino: “Nuove invasioni barbariche. Mi preoccupa questa ondata che attraversa l’Italia e i giovani che lavano nel sangue le beghe, come i loro trisavoli”. Paolo Crepet, psichiatra di fama indiscussa, non usa mezzi termini nell’analizzare la tragedia familiare avvenuta a Mezzolombardo. Un’analisi lucida e senza sconti, la sua, che si allarga alla società contemporanea.
di Marco Colombo
Il Domani, 5 aprile 2025
Dalla pagina Instagram “emargina il maranza”, creata nelle scorse settimane, arriva l’invito a scendere in piazza il 12 aprile “contro un fenomeno sociale ormai fuori controllo”. Ma se finora questi movimenti avevano tentato di mascherare la propria tendenza politica, stavolta emerge chiaramente il legame con Forza Nuova. Questa volta la matrice è chiara. Se nelle scorse settimane i movimenti “anti-maranza”, nati dalla pagina Articolo 52, avevano sempre tentato di rivendicare, goffamente, una piena autonomia rifiutando l’accostamento a qualsiasi area politica, a Verona è l’estrema destra neofascista a intestarsi questa battaglia. Senza nascondersi più di tanto, come spesso accade nella città scaligera, e anzi chiamando a raccolta tutti i propri sostenitori per una manifestazione anti-maranza indetta per sabato 12 aprile.
di Gabriele Segre
La Stampa, 5 aprile 2025
Dopo che la commissaria europea Hadja Lahbib ci ha mostrato come preparare il perfetto kit per sopravvivere alle emergenze, in rete spopolano i consigli in merito. È curioso, però, che si discuta più degli accessori indispensabili da infilare nello zaino (dalle barrette energetiche al coltellino svizzero) che da quale catastrofe dovremmo salvarci. Forse perché, in fondo, non ci importa davvero. Che si tratti di un attacco nucleare, di una nuova super-pandemia, del collasso delle reti informatiche o di un’invasione aliena, è da tempo che non riusciamo più a capire cosa ci spaventa maggiormente. In un presente incerto, in cui la cronaca assomiglia sempre più alla sceneggiatura di una puntata di Black Mirror, anche la nostra paura è diventata multipolare: frammentata, confusa, continuamente alimentata da minacce da ogni direzione.
di Emilio Minervini
Il Dubbio, 5 aprile 2025
Una bambina cammina scalza sulle roventi dune del deserto. Affronta da sola il silenzio di una prigione senza sbarre o confini, rotto solo dall’ululato del vento. “I suoi genitori potrebbero essere crollati dietro di lei, disidratati, cacciati o scomparsi durante le ultime espulsioni di massa di neri africani da parte della Libia. Forse sono stati arrestati e gettati nelle buche di Gharyan o Sikka. O forse sono stati lasciati morire, come tanti altri, nella terra di nessuno che l’Europa paga per mantenere invisibile”, si legge nella nota della Ong Mediterranea che giovedì ha pubblicato sui suoi canali social il video, diffuso da Refugees in Libya, che ritrae la bambina vagare solitaria e senza meta nel deserto tra Libia e Ciad. “Non si tratta di un incidente. È un’epurazione razziale, istituzionalizzata e finanziata dalla stessa Europa che dà lezioni al mondo sui diritti umani”, conclude la nota.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 5 aprile 2025
Ruwaida Amer, giornalista freelance di Khan Younis, è tra le finaliste del Premio Inge Feltrinelli. “Quando l’esercito ha spianato il cortile della scuola, i soldati hanno visto che l’edificio era in ricostruzione ma sono andati avanti lo stesso. È un posto vicino al mio cuore e piango ancora per il dolore. Ma resto orgogliosa di essere un’insegnante a Gaza”. Con la sua inchiesta pubblicata su +972 Magazine, è stata tra le finaliste del Premio Inge Feltrinelli, di cui si è da poco tenuta la cerimonia di premiazione a Milano. Via WhatsApp, dalla Striscia, Amer racconta al Corriere cosa vuol dire vivere e lavorare sotto i bombardamenti mentre tutto intorno a te viene distrutto. Ma anche del suo articolo dedicato ad un edificio a lei caro spianato dai bulldozer dell’Idf, la Rosary Sisters School, una scuola cattolica privata nella zona di Tal el-Hawa a Gaza City.
di Eugenio Cardi*
kulturjam.it, 4 aprile 2025
Il sovraffollamento carcerario in Italia è una vera e propria crisi umanitaria. Celle fatiscenti, condizioni disumane, perdita di dignità e diritti. Il sistema punisce senza riabilitare. Ignorarlo è abdicare ai principi di civiltà. La pena non deve mai negare l’umanità. Probabilmente nessuno di voi ha mai provato la terribile spiacevole sensazione claustrofobica di dover dormire al terzo livello di un letto a castello con il soffitto a 5 centimetri dal viso o su un materasso gettato in terra in uno stanzone malmesso e trascurato dove anziché sei persone ve ne sono dieci o dodici. Io l’ho visto, si può dire che lo abbia vissuto, da volontario delle carceri italiane (art. 17 Legge sull’ordinamento penitenziario), e devo dirvi che è qualcosa di assolutamente disumano, disagevole e lesivo della dignità umana.
di Antonio Lovascio
ilmantellodellagiustizia.it, 4 aprile 2025
Statistiche tragiche, che parlano da sole: nel 2024 ben 91 suicidi e dall’inizio del 2025 altri venticinque. Sono anni terribili per le carceri italiane, dove ogni giorno per il sovraffollamento viene calpestata la dignità umana dei detenuti e sono rese inaccettabili le condizioni di lavoro del personale penitenziario. Con i richiami del Presidente Mattarella, che invoca il rispetto della Costituzione, la scossa più forte alle coscienze è venuta da Papa Francesco, che durante il suo pontificato ha visitato, portando parole di conforto, non meno di sedici istituti di pena dimostrando una sensibilità particolare che deriva da un’esperienza profonda, personale. C’è una frase stupenda che dice sempre. “Ogni volta che entro in un carcere mi domando perché loro e non io”.
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