di Maria Ducoli
La Nuova Venezia, 7 marzo 2026
L’associazione nata dopo l’omicidio del Provveditore Di Ciò spegne trenta candeline e continua a portare progetti e speranza negli istituti di pena veneziani. Oltre le pene, le persone. Oltre gli sbagli, la possibilità di avere una seconda chance. Questi i presupposti con cui, trent’anni fa, è nata l’associazione “Il granello di senape” che, instancabilmente, continua a portare la città nel carcere e il carcere nella città. “All’origine, una tragedia, accaduta nel 1993: l’omicidio del Provveditore al Porto di Venezia, Alessandro Di Ciò, per mano di un altro dirigente della Compagnia lavoratori portuali. Un episodio che scosse l’opinione pubblica e che portò alcuni cittadini a decidere di scendere in campo.
Corriere del Veneto, 7 marzo 2026
I primi trent’anni guardando al futuro con un appello alle nuove generazioni. “C’è bisogno di un ricambio generazionale anche per comunicare meglio con la popolazione molto giovane di detenuti - ha detto la presidente del Granello di Senape Maria Voltonina - Abbiamo bisogno di nuove proposte e quindi auspichiamo l’ingresso persone alle quali passare un giorno di testimone”. Giovedì l’associazione ha festeggiato ripercorrendo i primi passi della nascita del Granello, avvenuta nel contesto di una grande rivoluzione sociale. All’epoca erano ancora poche le realtà che lavoravano nelle carceri, ma grazie ai fondatori padre Andrea Cereser e alla volontaria Elena Schiavon, nel 1996 nasce l’associazione, con il nome ispirato alla parabola della pianta che, nonostante i semi piccoli, è in grado di diventare un albero dalle radici molto forti. “In questi 30 anni le radici in effetti sono state coltivate e curate - dice Voltolina - Abbiamo fatto tanti progetti, dalla biblioteca agli eventi organizzati durante le feste per non lasciare detenuti e detenute soli, senza contare la grande attenzione che abbiamo sempre prestato alla diversità delle religioni”. La prima realtà è stata Rio Terà dei Pensieri nel 1995, poi Il Granello nel 1996 e la cooperativa Il Cerchio nel 1997. Un movimento di veneziane che ha piantato i primi semi che nel tempo sono sbocciati dando vita a rapporti con le istituzioni sia per progetti culturali che lavorativi. Dalla rivista Ponti al Wayout, iniziativa per portare i detenuti a partecipare come volontari all’organizzazione di alcuni eventi, seguendo lo stesso obiettivo: abbattere i muri invisibili che separano il dentro dal fuori e dare una seconda possibilità a tutti.
di Maria Vera Genchi
romatoday.it, 7 marzo 2026
La struttura ospita al suo interno 25 detenuti, è dotata di una palestra spartana e una stanza dell’affettività. L’appello dei gestori, Stefania ed Eraldo: “Riceviamo troppe richieste, aiutateci ad aprire un’altra struttura”. Dall’esperienza d’amore tra un ex detenuto e la compagna - che gli è stata accanto durante l’intero periodo di sconto della pena fino ai domiciliari in comunità - nel 2024 nasce “Verso il sole”, una casa alloggio per detenuti nelle campagne di Trigoria, a sud ovest di Roma. Desiree, fa la volontaria nella struttura per rimanere vicino al compagno, ai domiciliari in attesa dell’esito del processo.
chietitoday.it, 7 marzo 2026
Sarà la scrittrice teatina Kristine Rapino a tenere i 10 incontri della durata di due ore ciascuno dedicati alle detenute; l’obiettivo è accompagnare i partecipanti nella scoperta della forma breve del racconto, dalla nascita dell’idea narrativa fino alla revisione finale, attraverso lezioni teoriche, esercizi di scrittura guidata e momenti di confronto collettivo. La cultura come motore di rinascita: è questo il senso del corso di scrittura creativa “Il racconto”, che partirà sabato 7 marzo nella casa circondariale di Chieti, su iniziativa del programma “Chieti Città che Legge”, di cui il carcere è uno dei firmatari del Patto per la lettura. Si tratta di un progetto formativo rivolto ai detenuti adulti interessati a scoprire la scrittura come strumento di espressione, riflessione e crescita personale.
di Stefano Manfredini
Il Resto del Carlino, 7 marzo 2026
L’assessore Coletti: “La cultura resta un enorme strumento inclusivo”. Sostegno di 15mila euro dall’amministrazione, numero selezionato di detenuti. Il teatro come spazio di espressione, cultura e libertà, anche dove quest’ultima è momentaneamente sospesa. È con grande convinzione che si rinnova il progetto “Teatro Carcere” di Teatro Nucleo, sostenuto dall’assessorato alle Politiche Sociosanitarie del Comune di Ferrara e rivolto ai detenuti della Casa Circondariale di Ferrara: non solo un laboratorio creativo, ma un’esperienza viva, di trasformazione e capace di restituire voce e futuro. Alla base del percorso, l’arte. Essa si conferma necessaria, come ponte tra l’interno e l’esterno, tra la fragilità umana e il riscatto, tra la persona e la comunità.
di Vinicio Marchetti
avellinotoday.it, 7 marzo 2026
Bambini e adolescenti invisibili tra stigma e speranza sono tutti responsabili: uno sforzo collettivo è necessario. C’è una categoria di persone di cui si parla poco. Non sono gli imputati, non sono le vittime. Sono i figli. Quelli che aspettano fuori, che crescono con un genitore dall’altra parte di un cancello, che imparano presto cosa significa vergogna e silenzio. Annalisa Senese, avvocato, ha scritto un libro su di loro. Si intitola I figli cancellati. Un titolo che non ha bisogno di spiegazioni. La giornata avellinese dedicata al libro aveva due appuntamenti.
di Alfio Russo
unictmagazine.unict.it, 7 marzo 2026
A Catania diciannove grandi opere della storia dell’arte rivivono grazie alle creazioni realizzate con plastica riciclata da settanta giovani detenuti siciliani. Diciannove opere di artisti famosi rivisitate con materiale riciclato da settanta giovani detenuti. Da Guernica di Picasso alla Gioconda di Da Vinci, dal Bacio di Klimt alla Ragazza con il palloncino rosso di Bansky passando per I girasoli di Van Gogh e I cerchi di Kandisky fino a L’Urlo di Much. Sono solo alcune opere che i giovani degli Istituti penali per minorenni di Palermo, Catania, Caltanissetta e Messina (supportati dai relativi Uffici Servizi Sociali) hanno realizzato nell’ambito di Redivivus, il progetto promosso da Corepla che, tappa dopo tappa - da Acireale a Palermo, fino a Caltanissetta - ha raccontato la forza trasformativa del riciclo come metafora di riscatto personale.
di Luigi Manconi
fondazionefeltrinelli.it, 7 marzo 2026
Il nome di Alan Kurdi e il diritto di non essere dimenticati. La vicenda di Alan Kurdi è illuminante: ed è per questo che vi ritorno periodicamente, in quanto credo costituisca qualcosa di molto simile a un paradigma carnale e, nel contempo, metafisico. Il corpo di Alan, tre anni, venne ritrovato il 2 settembre del 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua foto, come si dice, fece il giro del mondo: indossava una maglietta rossa, pantaloncini blu e scarpette nere. Aveva fatto naufragio mentre cercava di raggiungere, dal Kurdistan siriano, le coste greche; la madre e il fratello di due anni più grande morirono in mare mentre il padre, unico sopravvissuto della famiglia, poté raggiungere, infine, la Germania. E lì trovò un’occupazione avviando un percorso di positiva integrazione nella società tedesca.
di Fabrizio Floris
Il Domani, 7 marzo 2026
Se il linguaggio degli esperti diventa impermeabile all’esperienza, cresce la distanza tra chi formula le politiche e chi ne vive gli effetti. La distanza non è solo una questione comunicativa. Può diventare una delle condizioni che alimentano la sfiducia verso le istituzioni. Molti cittadini rifiutano certe politiche perché non si riconoscono nella narrazione che li riguarda. Non so niente. Ma c’ero. Ai convegni internazionali mi siedo sempre un po’ defilato. Le slide scorrono in un inglese impeccabile: cognitive frames, welfare recalibration, policy design. I relatori citano Foucault, Bourdieu, l’ultimo paper pubblicato su una rivista indicizzata. Le frasi sono precise, levigate, sicure. Ogni concetto è collocato dentro una genealogia. Annuisco. Prendo appunti. E dentro di me riaffiora lo stesso pensiero: non so niente.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 7 marzo 2026
Da quando le bombe di Stati Uniti e Israele hanno iniziato a piovere dal cielo, Teheran sembra una città fantasma, interi quartieri si sono svuotati, milioni di persone hanno lasciato le loro case muovendosi lontano dagli obiettivi militari, verso le province settentrionali del Paese, considerate relativamente più sicure. Altri, però, non hanno avuto questa possibilità e sono rimasti nella capitale, esposti alla minaccia costante delle esplosioni cercano riparo nelle cantine o in rifugi improvvisati. Atri ancora sono letteralmente in trappola, come i detenuti del carcere di Evin, la più celebre e più temuta prigione della Repubblica islamica, riservata in gran parte ai prigionieri politici.
- Iran. “Che dolore quelle piazze vuote mentre i pasdaran massacravano 40mila iraniani”
- In carcere è sempre allarme: 17.700 i detenuti “di troppo”
- La detenzione è una pena nella pena: ora la Consulta decide
- Morire dietro le sbarre
- L’università si schiera accanto al carcere: “Cultura decisiva per chi deve immaginarsi un futuro diverso”











