di Nazzarena Zorzella
Il Manifesto, 13 febbraio 2025
Il campo dell’immigrazione, fenomeno che il Governo non gestisce razionalmente ma combatte attraverso la compressione del diritto di difesa. La questione migratoria è, non da oggi, un formidabile strumento di propaganda per spostare l’attenzione dai veri problemi del paese, ma è anche occasione di sperimentare dispositivi giuridici da estendere ad altre categorie. Tra questi l’esecutivo si sta concentrando sul - o meglio contro - il diritto di difesa. Come dimostra il disegno di legge “sicurezza” la cui previsione di tutele “speciali” per le forze di polizia ha ripercussioni sulla possibilità di scagionarsi dalle accuse. E come dimostra tutto il campo dell’immigrazione, fenomeno che il governo non gestisce razionalmente ma combatte attraverso la compressione del diritto di difesa.
di Paolo Valenti
lavialibera.it, 13 febbraio 2025
Iniziato il processo per la morte di Moussa Balde nel centro per il rimpatrio di Torino. A Roma si indaga sul suicidio di Ousmane Sylla, anche lui suicida nel cpr di Ponte Galeria. I familiari: “Lottiamo per tutti, chi migra non è un criminale”. “Non lottiamo solo per i nostri fratelli, ma per tutte le persone che si trovano nei cpr”. A parlare è Mariama, sorella di Ousmane Sylla, il 21enne guineano che un anno fa si è tolto la vita nel centro di permanenza per il rimpatrio (cpr) di Ponte Galeria, a Roma. Con lei la madre e il fratello di Moussa Balde, 23enne sempre della Guinea, morto suicida nel maggio del 2021 in un altro cpr, quello di Corso Brunelleschi a Torino, che dopo due anni di chiusura si appresta a riaprire. Mercoledì sono arrivati nel capoluogo piemontese per l’inizio del processo per la morte di Moussa, che vede imputati per omicidio colposo Annalisa Spataro e Fulvio Pitanti, rispettivamente direttrice dell’ente gestore e responsabile medico della struttura all’epoca dei fatti.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 13 febbraio 2025
Il ministro Piantedosi bluffa: “Oltre Adriatico un impianto polivalente, il Cpr c’è già”. Ma trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue. “Polivalente”. È l’aggettivo che ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto dopo “impianto”. Parlava dei centri in Albania. Prima aveva ripetuto il solito ritornello: il progetto interessa 15 paesi membri e Commissione. “Oltre a un luogo di sbarco, c’è un centro per le procedure di frontiera ed è già presente un Cpr. Il cui utilizzo non determinerà, o non determinerebbe, alcun costo aggiuntivo”. Stanno in quell’oscillazione tra indicativo futuro e condizionale presente le ultime incognite del governo, se non del Colle, prima del via libera al nuovo tentativo di mettere in moto il protocollo Meloni-Rama: usare le strutture non per i richiedenti asilo sottoposti alle procedure accelerate di frontiera, ma per trattenere e forse espellere gli “irregolari”. Il decreto sarebbe imminente, anche se al Consiglio dei ministri manca una data.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 13 febbraio 2025
Il Governo ha assicurato che il progetto andrà avanti, ma i contratti del personale dell’ente gestore dei Centri migranti sono stati annullati. I contratti stipulati tramite una succursale della coop Medihospes creata a Tirana. L’appalto vinto a maggio valeva 133 milioni di euro. La cooperativa Medihospes ha interrotto il rapporto di lavoro con quasi tutti i dipendenti assunti per la gestione dei centri in Albania, realizzati in base al protocollo firmato dalla premier Giorgia Meloni e dall’omologo albanese Edi Rama. In pratica non c’è più bisogno di lavoratori nei Cpr: il documento ottenuto da Domani conferma in via definitiva il fallimento del piano albanese del governo.
di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 13 febbraio 2025
La tutela dei diritti impone di lavorare in avamposti di un futuro possibile: il costituzionalismo globale amplifica i conflitti con la politica. Il presente che viviamo è un’epoca di transizione della democrazia. Inevitabilmente, i conflitti tra politica ed esercizio della giurisdizione assumono caratteristiche di inedita gravità. Neoliberismo e sovranismo sono in perfetta continuità e marciano di pari passo. Lo raccontano le parole del profetico romanzo di Stephen Markley Diluvio: “Una bestia che esigeva il profitto da un lato e una bestia che esigeva legge, ordine e letalità dall’altro”. La torsione nazionalista e poliziesca delle democrazie si salda con le esigenze del liberismo de-territorializzato di disporre di recinti statuali nei quali il conflitto sia ingabbiato da leggi repressive, la vitalità delle forze sociali sacrificata in nome del “popolo sovrano” e dell’“io sovrano”.
di Domenico Quirico
La Stampa, 13 febbraio 2025
Trump minaccia “inferni”, esige fedeltà, riduce gli alleati a nuove Cecoslovacchie da sacrificare. Per Putin è il trionfo dell’idea di realismo basato sulle armi, e l’Ue finisce nel girone dei deboli. Un tempo almeno si utilizzavano astuzie, fumosità, si tentava di deviare l’attenzione e l’indignazione su false piste, divagazioni come il diritto, la necessità storica, la provocazione, la necessità di difendere e difendersi. Ora non si perde più tempo. Si esige si ordina si intima. e si arraffa sulla base esclusivamente della Forza. Chi ce l’ha ovviamente. Il mondo nuovo ha il linguaggio di Trump che minaccia “inferni” ai tiepidi e ai renitenti. Che tratta con Putin. Zelensky? Riceverà ordini a cui dovrà obbedire. Come la Cecoslovacchia ai tempi di Monaco.
di Alessia Melcangi
La Stampa, 13 febbraio 2025
La notizia che la tregua a Gaza è a rischio non deve stupire: Netanyahu, in duetto coordinatissimo con Trump, minaccia di riprendere la guerra nella Striscia se, come affermato dal portavoce militare delle Brigate Al-Qassam di Hamas, Abu Obeida, il rilascio degli ostaggi il prossimo sabato verrà sospeso. In realtà, nemmeno un attimo, nemmeno all’inizio, abbiamo avuto la possibilità di nutrire la certezza sulla tenuta dell’accordo, basato principalmente su una evidente necessità umanitaria. Tuttavia, abbiamo deciso di crederci fino all’ultimo secondo. Ci hanno creduto i palestinesi che hanno visto con i loro occhi la Striscia di Gaza ridotta in macerie e migliaia di familiari e amici massacrati dalle bombe israeliane; ci hanno creduto le famiglie dei rapiti il 7 ottobre, brutalmente tenuti in ostaggio da Hamas; ci hanno creduto i mediatori di questa tregua, Egitto, Qatar e la precedente amministrazione americana; ci ha creduto la comunità internazionale che iniziava a interrogarsi sul cosiddetto “post-Gaza”, come se fosse a portata di mano.
di Claudio Bottan
vocididentro.it, 12 febbraio 2025
Qualche mese fa ha scosso tutti la vicenda di Youssef, morto in carcere a San Vittore dove era recluso in attesa di giudizio a soli 18 anni appena compiuti. Seguiva una terapia psichiatrica. Per vizio totale di mente, doveva andare in una comunità terapeutica per essere curato e non in carcere, ma non c’erano posti disponibili. Youssef è morto carbonizzato nel bagno della sua cella dopo che era stato incendiato un materasso. Bisogna ancora capire se l’incendio sia stato innescato come protesta o se sia stato un gesto autolesionista da parte di Youssef. Ma lo sdegno per l’atroce fine di quel ragazzino egiziano che in carcere non ci doveva stare è durato poco, poi si è tornati a parlare di sicurezza e certezza della pena. Eppure le fiamme si alzano spesso nelle nostre prigioni. Per comprendere le dimensioni del fenomeno basta considerare la frequenza con cui le cronache ci raccontano di incendi nelle carceri italiane.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 12 febbraio 2025
In politica le parole sono piume. Ma quando si tratta di galera diventano ceppi. “Il 41bis e l’ergastolo ostativo sono imprescindibili” salmodiava un paio di giorni fa la premier Meloni. “Sul carcere duro non si arretra di un millimetro”, s’infervorava il ministro-ombra della Giustizia Andrea Delmastro, quello che se la gode quando i detenuti restano senza aria da respirare e se ne vanta pure. Detto fatto. La commissione antimafia ha iniziato a darsi da fare per irrigidire il carcere duro. Già così la Francia ce lo invidia e s’industria di imitarlo. Figurarsi quando sarà durissimo: il vanto della Nazione.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 febbraio 2025
L’allarme lanciato dal procuratore nazionale Antimafia Melillo (“Il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità”) trova subito una sponda nel centrodestra. Commissione al lavoro su una norma per ridurre al minimo i benefici. Il 41 bis come precetto “saldo e inamovibile”. È Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, a usare i termini che più degli altri sintetizzano l’arroccamento della maggioranza e del governo sul carcere duro. Che, per la maggioranza e il governo, va difeso. E, se possibile, reso ancora più duro. Per ora lo si blinda a parole - “il 41 bis non si tocca, perché è l’unico strumento che funziona per fermare le comunicazioni dei boss”, è il refrain - ma un’ulteriore stretta potrebbe arrivare attraverso la legge. La Commissione parlamentare antimafia, infatti, ha iniziato degli approfondimenti in tal senso.
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