di Emilio Carelli
L’Espresso, 21 marzo 2025
L’umanità ha dimostrato che la giustizia, la pace e la comprensione reciproca possono prevalere. In un periodo in cui venti di guerra sono tornati prepotentemente a spirare in molte parti del mondo, mi ha molto colpito per l’attualità delle questioni poste, il libro di Gianluca Sadun Bordoni, “Guerra e natura umana” (vedi pagina 20). È un’analisi penetrante e provocatoria che affronta un tema tanto antico quanto attuale: la guerra come manifestazione intrinseca della natura umana. L’autore si distingue per il suo approccio rigoroso e multidisciplinare, attingendo a conoscenze provenienti dalla biologia, dalla storia, dalla psicologia e dalle scienze sociali. Il saggio non si limita a esaminare le guerre passate, ma si interroga sulle radici profonde che caratterizzano ogni conflitto, chiedendosi se l’umanità sia in grado di liberarsi per sempre dalla morsa della guerra e della violenza. È l’auspicio che tutti noi condividiamo, anche se la storia dell’umanità finora lo ha sempre disatteso.
di Elena Molinari
Avvenire, 21 marzo 2025
La rotta di collisione fra Donald Trump e la magistratura americana impartita dai primi atti della nuova Amministrazione Usa ha prodotto il temuto impatto. I suoi effetti non sono ancora chiari, ma bisogna accettare l’idea che è solo il primo scontro e che altri Big Bang costituzionali sono dietro l’angolo. Nell’ultima settimana il capo della Casa Bianca ha ignorato gli ordini di vari tribunali federali, rifiutandosi di revocare la sospensione degli aiuti esteri, le deportazioni di categorie protette di immigrati, alcuni tagli alla spesa federale e il licenziamento massiccio di dipendenti pubblici.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 21 marzo 2025
La storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa. Erdoğan fu vittima di un regime che lo mise dietro le sbarre per estrometterlo da primo cittadino e dalla scena politica; adesso è lui a mettere in carcere il suo principale rivale. Hanno sfidato ogni divieto, i giovani studenti in marcia lungo le strade di Istanbul verso Saraçhane, per manifestare la loro rabbia e il loro sostegno per il sindaco dietro le sbarre. Hanno superato barricate, hanno affrontato i famigerati Toma (i cannoni ad acqua), hanno sfidato i lacrimogeni della polizia in assetto antisommossa. Hanno marciato a migliaia in una megalopoli militarizzata, giovani e anziani, donne e bambini, studenti e lavoratori; hanno camminato per ore e per chilometri, pacificamente. Si sono recati a piedi in quella piazza del municipio diventata il cuore simbolico di una lotta di resistenza per la difesa della democrazia, perché il servizio di trasporto pubblico era stato sospeso dalle autorità per rendere difficili le adunate. Un fiume si è recato lì, a Saraçhane, davanti alla sede centrale della Municipalità metropolitana di Istanbul (İBB), nel distretto di Fatih, per stare idealmente accanto al loro sindaco, Ekrem İmamoğlu, arbitrariamente arrestato assime a oltre 100 altri oppositori, tra cui sindaci distrettuali e diversi funzionari di area del Partito repubblicano del popolo (Chp).
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 20 marzo 2025
Un morto dopo l’altro dentro quel buco nero che ci ostiniamo a chiamare carcere. Un conteggio macabro che non ha finora spostato di una virgola l’indifferenza di chi ci governa. Si ammazzano gli italiani, gli stranieri, i giovani, gli adulti. Si è ammazzata anche una donna. Ci si ammazza al nord e al sud, all’inizio e alla fine della pena. Ai ventuno morti suicidi se ne aggiungono tanti altri che muoiono per cause da accertare o che non saranno mai accertate. Molte morti sono archiviate per causa naturale, nonostante l’età media dei detenuti trovati senza vita nelle prigioni d’Italia è di circa quarantatré anni, dunque più o meno quando una persona libera si trova nel cuore della sua esistenza. Morti che non provocano reazione emotiva nei tanti uomini di potere che si professano cattolici. Morti senza nome, morti che le famiglie sanno a stento come e quando hanno perso la vita. Questo è il segno di un vero e proprio cinismo di Stato, ingiustificabile, disumano.
di David Allegranti
La Nazione, 20 marzo 2025
Nelle fatiscenti e sovraffollate carceri italiane ci si continua a suicidare. A poche ore di distanza, due detenuti si sono tolti la vita nel carcere di Montorio, a Verona. Non ha più senso parlare di “emergenza”: i suicidi, in queste condizioni, sono purtroppo destinati a proseguire. Le cause di un suicidio possono essere molteplici e ogni suicidio fa storia a sé, è vero, ma se in una cittadina di 62.165 abitanti, tanti quanti sono i detenuti attualmente presenti (al 28 febbraio 2025) negli istituti penitenziari, ci fossero 90 suicidi l’anno (record stabilito nel 2024; ora siamo già a 20), probabilmente ci chiederemmo con insistenza, ogni giorno, cosa sta succedendo e perché. Magari un giorno uno studio scientifico ci spiegherà che il sovraffollamento non c’entra niente con la volontà di togliersi la vita, ma per ora possiamo chiederci se invece non sia proprio fra le cause che rendono la vita in prigione così insostenibile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2025
Con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’autocertificazione prodotta da un detenuto è sufficiente a dimostrare un rapporto di convivenza more uxorio, garantendo così il diritto ai colloqui con il partner. La decisione, emessa dalla Quinta Sezione Penale, annulla una precedente ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari (Gip) di Castrovillari che aveva negato a Carmine Alfano, in custodia cautelare, la possibilità di incontrare la compagna Maria Ruotolo. La motivazione? La semplice autocertificazione e un certificato di residenza sono prove adeguate, salvo il rischio di sanzioni penali in caso di dichiarazioni false.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 20 marzo 2025
Da tre mesi il dipartimento del ministero della Giustizia per l’amministrazione penitenziaria è senza un capo. Dietro la stasi si cela uno sgarbo istituzionale del ministero nei confronti del capo dello stato, non informato preventivamente della nomina proposta da Delmastro. Oggi alla Camera si terrà una seduta straordinaria sull’emergenza carceri (venti i suicidi fra i detenuti da inizio anno). L’aspetto più incredibile è che da tre mesi il Dap, cioè il dipartimento del ministero della Giustizia per l’amministrazione penitenziaria, è senza un capo, dopo le dimissioni di Giovanni Russo il 20 dicembre. Il ministero ha subito avviato la procedura per promuovere la vice, Lina Di Domenico, senza però interloquire prima con il presidente della Repubblica, che, in quanto capo delle Forze armate, è tenuto a firmare il decreto di nomina. Uno sgarbo istituzionale che ha generato l’imbarazzante stasi.
di Massimo Donini
L’Unità, 20 marzo 2025
Il reato già c’è in forma di un diritto uguale e non discriminatorio. Quello che vorrebbe introdurre il governo è un delitto populista e simbolico senza base criminologica adeguata, che differenzia ingiustamente tra i generi e aggrava senza necessità pene già elevatissime. Occorre spiegare perché il reato di femminicidio c’è già, nei contenuti adeguati ai dati criminologici nazionali, ed è scritto in forma di un diritto uguale e non discriminatorio, a differenza dell’ipotesi formulata nel recente ddl governativo, che appare espressione di un populismo penale di pura propaganda, che dissimula un antiumanesimo legislativo. È famosa la frase di Ortega y Gasset, per il quale nell’Università si riflette su idee che decenni più tardi sono oggetto di discussioni nelle pubbliche piazze.
Il Ddl femminicidio è un caso di analfabetismo penale. L’Anm tace: nessuno vuole inimicarsi le donne
di Lorenzo Zilletti
Il Dubbio, 20 marzo 2025
Dieci giorni. Per dieci giorni abbiamo sperato, inutilmente. Ad illuderci, il ricordo ancora vivo del recentissimo sciopero della magistratura a difesa della Costituzione. Invece, niente baluginar di coccarde tricolori; nessuno sventolìo di cartelli inneggianti alla “più bella del mondo”; nessuna foto di gruppo - dress code togato - sulle scalinate dei palagiustizia, postabile sui social più en vogue; nessun flash mob. Eppure, se c’è un’iniziativa legislativa del governo che liquida inappellabilmente il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e quello di determinatezza della legge penale (art. 25 Cost.), è proprio il ddl partorito il 7 marzo scorso sul cosiddetto femminicidio. Svolta storica ed epocale, l’ha trionfalisticamente battezzata il team ministeriale delegato alla propaganda urbi et orbi.
di Marianna de’ Micheli
Il Riformista, 20 marzo 2025
Il disegno di legge sul femminicidio, approvato di recente dal Governo, presenta luci e ombre. Valeria Valente, esponente del Partito democratico ed ex presidente della Commissione Femminicidio del Senato, è fiduciosa: “Aiuterà ad avere consapevolezza, impedirà a tanti di negarne esistenza e specificità, agevolerà i giudici”. Ma al tempo stesso invita a discutere sull’ergastolo e lancia l’allarme: “Sta crescendo la violenza maschile in tutte le sue forme di fronte alla maggiore libertà conquistata dalle donne”.
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