di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 settembre 2024
Neuroscienze e diritto: come cambia il concetto di imputabilità e di conseguenza come dovrebbe essere diversamente espiata una pena. “La psichiatria forense non può abdicare a quello che è il suo scopo, semplicemente per motivi di ordine pubblico. Così come la magistratura non dovrebbe mai dimenticare cosa prevede l’articolo 27 della Costituzione”, sottolinea Pietro Pietrini, psichiatra e Ordinario della Scuola IMT Alti Studi di Lucca.
di Franco Insardà
Il Dubbio, 23 settembre 2024
Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, fondatore e presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, una delle più importanti scuole di psicoterapia in Italia, ha una grandissima esperienza e un osservatorio privilegiato sull’evoluzione della malattia mentale in Italia. “Bisognerebbe offrire assistenza psicoterapeutica alle famiglie in difficoltà, fin dal primo manifestarsi dei problemi dei ragazzi. Questa sarebbe la prevenzione per gli adolescenti la risposta farmacologica con antidepressivi non serve a nulla. Spesso i giovani lanciano dei segnali di aiuto evidenti sui quali bisogna intervenire”.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 23 settembre 2024
Le parole coraggiose del capo della procura veneziana, Bruno Cherchi: “Questo non è il processo contro i femminicidi, ma un processo contro il singolo che si chiama Turetta. No alla pressione mediatica”. Il precedente del procuratore di Parma. “Questo non è il processo contro i femminicidi, ma un processo contro il singolo che si chiama Turetta e che risponderà dei reati che gli sono stati contestati. Se si sposta questo quadro a obiettivi più ampi si snatura totalmente il processo. Il processo non è uno studio sociologico, che si fa in altre sedi, il processo è l’accertamento di responsabilità dei singoli”. A dirlo è stato Bruno Cherchi, procuratore capo di Venezia, a margine dell’udienza di apertura del processo nei confronti di Filippo Turetta, reo confesso per l’omicidio di Giulia Cecchettin.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 23 settembre 2024
Il processo al ministro Salvini, cominciato nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, dovrebbe essere un processo come gli altri, dal cui esito finale scaturiranno assoluzioni, condanne, avanzamenti o interruzioni di carriera. Passa tutto in fretta, come se mai niente fosse. Anche la frase con cui Matteo Salvini ha accolto la richiesta del Tribunale di Palermo di una condanna a 6 anni per sequestro di persone, in relazione alla vicenda Open Arms, è già scivolata via tra le onde artificiali sollevate dalla politica. Il principale capo d’accusa è noto: impedire per molti giorni l’accesso al porto di Lampedusa a una nave di soccorso con naufraghi a bordo, mettendo così a rischio le vite di migranti appena salvate.
di Serena Sileoni
La Stampa, 23 settembre 2024
Cosa vuol dire che Open Arms è un processo politico? Ci sono due livelli di risposta, uno tecnico e uno concettuale. Tecnicamente, il ministro Matteo Salvini, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, è stato accusato dei delitti di sequestro di persona aggravato e di rifiuto di atti d’ufficio per non aver dato seguito, dal 14 al 20 agosto 2019, alle richieste di sbarco in porto sicuro provenienti da una nave ONG che aveva soccorso 147 migranti in mare. L’accusa è per reati commessi in forza e in occasione del suo ruolo politico, tanto che la magistratura, per poter procedere, ha dovuto attendere l’autorizzazione del Senato, concessa nonostante il parere contrario della giunta per le autorizzazione a procedere della medesima camera e in maniera diversa da quanto deciso mesi prima, in un clima più conciliante di governo, nell’analogo caso della nave Diciotti, che coinvolgeva lo stesso ministro. Per forza di cose, quindi, è un processo politico: politico ne è l’imputato, ai tempi dei fatti e ancora oggi; politica la fattispecie. Ma politico lo è anche concettualmente.
di Luca Gambardella
Il Foglio, 23 settembre 2024
L’accusa ha chieso sei anni di carcere per il vicepremier, lui si difende con due nuovi capitoli del suo libro “Controvento” che sembra sempre più “sottosopra” il modo nel quale interpreta il quadro dei fatti contestati. Dopo il cinema, la letteratura. Il vicepremier Matteo Salvini sveste gli abiti dell’imputato su sfondo nero e occhi sgranati rivolti a filo macchina per mettere mano alla tastiera e compilare per iscritto il suo memoriale sul caso Open Arms. Il vicepremier vuole svelare la sua verità, a pochi giorni dalla requisitoria della pubblica accusa, che ha chiesto per lui sei anni di carcere - oltre un milione di euro è invece la richiesta di risarcimento avanzata dalle parti civili. Freschi di stampa, ecco allora due nuovi capitoli che vanno ad arricchire la biografia politica di Salvini. E a leggere d’un fiato il suo diario, più che “Controvento”, è “Sottosopra” il modo in cui Salvini interpreta il quadro dei fatti contestati.
unipr.it, 23 settembre 2024
Nuova intesa fra Ateneo e Istituti Penitenziari di Parma: didattica ma non solo, in un orizzonte ampio. Nell’accordo entrano anche ER.GO e Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune. Si rafforza il Polo Universitario Penitenziario (PUP) di Parma, frutto dell’intensa collaborazione tra Università e Istituti Penitenziari di Parma. Un polo naturalmente incentrato sulla didattica ma non solo, in un orizzonte più ampio: basti pensare ai laboratori di sociologia culturale, ai seminari di approfondimento in carcere, alla rivista “Cerchioscritti”, realizzata da studenti detenuti e non detenuti, alla stessa nascita di una sede esterna del PUP, luogo culturale e di co-produzione di nuovi saperi nato dall’esigenza di portare all’esterno del carcere l’esperienza del Polo e quindi la conoscenza che la condizione detentiva può sviluppare attraverso stimoli, suggestioni, responsabilità e condivisione.
sistemapenale.it, 23 settembre 2024
La condizione di “libero sospeso” è propria di chi, essendo stato condannato con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni, dopo la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena (art. 656, co. 5 c.p.p.) attende per molto tempo (spesso per anni) la decisione del tribunale di sorveglianza sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione. Come risulta da una recente risposta scritta del Ministro della giustizia a una interrogazione parlamentare, i “liberi sospesi” sono oltre 90.000: un numero ben maggiore di quello dei detenuti e quasi pari a quello di quanti oggi si trovano a vario titolo in esecuzione penale esterna. Un numero che certifica una grave e intollerabile patologia del sistema dell’esecuzione penale, inconciliabile con i principi costituzionali e già portata all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
di Francesco Petronzio
piacenzasera.it, 23 settembre 2024
“È un momento terrificante per il nostro mondo, ma il carcere si può trasformare”. Dalle perquisizioni agli ambienti, dalla tecnologia alla fiducia: in galera ogni diritto diventa concessione, tutto dipende da decisioni prese dall’alto. “Il carcere somiglia alla nostra società, è ingiusto come è ingiusto il mondo in cui viviamo. Ma un’alternativa è possibile, a partire dalle piccole cose: ad esempio, si può iniziare a cambiare il concetto di diritto. Oggi il carcere è ancora il luogo del potere assoluto, tutto è una concessione sovrana”. Dal 1991 Lucia Castellano lavora nell’amministrazione penitenziaria, oggi è provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria in Campania. Trentatré anni di impegno per migliorare, anche di poco, la vita nelle carceri italiane. C’è ancora tanto da fare, come ha spiegato al Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza nel pomeriggio di domenica 22 settembre davanti a un salone di Palazzo Gotico gremito. Insieme a lei, la giornalista Daria Bignardi, che quest’anno ha raccolto una serie di esperienze di detenzione nel libro “Ogni prigione è un’isola”. A moderare l’incontro, la giornalista Marcella Maresca.
di Flavia Amabile
La Stampa, 23 settembre 2024
“Ogni volta che leggo o sento le storie di ragazzi che non ce l’hanno fatta, che avrebbero potuto, con un poco di aiuto, rimettersi sulla strada della convivenza civile e uscire dalla microcriminalità o dal disagio sono travolta dall’amarezza, dalla rabbia dall’impotenza”. Barbara Rosina, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, non nasconde la sua frustrazione di fronte alle tante storie in cui gli assistenti sociali non riescono a lavorare come dovrebbero: “E non succede raramente - aggiunge - che scopriamo di aver fallito, e che le organizzazioni in cui lavoriamo non sono in grado di proteggere le persone in difficoltà e dar loro le risorse per cambiare vite che sembrano già scritte”. Uno sfogo accorato, il suo: “Sì, è vero: sbagliano, sbagliamo in molti, ma paga soltanto chi è già vittima designata - continua Barbara Rosina - e però credo che se ognuno di noi, e parlo di un “Noi” grande che va dai servizi sociali alle forze dell’ordine, alla Giustizia, avesse sempre gli strumenti e la preparazione giusta per mettere in campo la migliore delle soluzioni possibili, le storie dei fallimenti potrebbero essere eccezioni”.
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