di Roberto Arditti
Il Tempo, 22 settembre 2024
No, non è una buona notizia. Il fatto che il moldavo quarantenne che ha assassinato Giacomo Gobbato a Mestre l’altra sera fosse incensurato e senza provvedimenti di espulsione pendenti dimostra, purtroppo, che l’Italia ha un problema enorme che spesso finge di non vedere: nelle nostre strade girano un sacco di balordi malintenzionati, molti dei quali ancora da individuare. Facciamo adesso la radiografia di quello che è accaduto. Giacomo ed un amico vedono il tentativo di rapina di questo moldavo ai danni di una donna. Intervengono, ma il criminale estrae il coltello e colpisce Giacomo a morte, ferendo anche l’amico. A quel punto l’assassino fugge e poco dopo cerca di rapinare un’altra persona, fino a quando viene fermato dalle forze dell’ordine.
di Natale Labia
L’Edicola del Sud, 22 settembre 2024
Tra i temi che gli europarlamentari del Movimento 5Stelle stanno elaborando per poi portarli all’attenzione della governance dell’Unione europea ci sono alcune norme per aumentare i livelli di sicurezza e soprattutto “la collaborazione tra le polizie dei 27 Stati che compongono l’Unione”. Secondo l’eurodeputato pugliese, Mario Furore, che ha partecipato nei giorni scorsi al Topical debate proprio sui temi della criminalità e di contrasto alle mafie nel corso della seduta plenaria all’Eurocamera di Strasburgo, “è tempo di estendere il regime carcerario del 41 bis a livello europeo”, ovvero quelle particolari norme che hanno imposto delle condizioni dure e restrittive verso i responsabili di alcuni tipi di reato, in particolare quelli legati al fenomeno della mafia e della criminalità organizzata, e che ha suscitato sempre un aspro dibattito in Italia con alcuni esponenti politici che negli anni hanno provato a riformare la legge introducendo delle limitazioni. Tuttavia, proprio l’efferatezza di molte bande criminali ha fatto sì che il regime del 41 bis rimanesse invariato.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 22 settembre 2024
Il problema risolto a metà tra diritto di cronaca e linciaggio. La riforma che, in buona sostanza, vieta la pubblicazione di stralci delle ordinanze cautelari, ma non di raccontarne il contenuto, appartiene a quella categoria di provvedimenti legislativi che colgono la evidenza di un problema, ma lo risolvono a metà. Un po’ e un po’. Un passo avanti ed uno di lato. E quando fai questi balletti, poi rischi addirittura di inciampare.
di Oliviero Mazza
Il Riformista, 22 settembre 2024
La pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare è da sempre il grimaldello utilizzato per scardinare il tenue segreto che dovrebbe coprire gli atti di indagine. La riforma Orlando del 2017 ha solo avallato una prassi consolidata e sostenuta da interpretazioni dell’art. 114 c.p.p. nettamente sbilanciate sul versante della presunta libertà di stampa. Il sistema, va detto, si regge su una grossolana ipocrisia: gli atti di indagine coperti dal segreto non sono di per sé pubblicabili, ma quando vengono riportati nell’ordinanza cautelare, ossia in quella che viene intesa come una cripto-condanna retta da una cripto-imputazione, magicamente si trasformano in notizie degne della pubblicazione integrale. Il giudice alchimista tramuta così l’indagine poliziesca in prova di colpevolezza ostensibile all’opinione pubblica.
di Alberto de Sanctis e Francesco Iacopino
Il Riformista, 22 settembre 2024
Barbano: “Il riassunto non protegge l’indagato. I magistrati? Inseriscano solo prove pertinenti”. Abbiamo chiesto ad Alessandro Barbano, già direttore de Il Mattino, de Il Riformista, del Messaggero, autore di testi importanti sulle disfunzioni del sistema giudiziario (tra gli altri: L’inganno e La gogna) una sua opinione sull’introduzione del divieto di pubblicazione delle ordinanze applicative di misure cautelari.
di Mario Barresi
La Sicilia, 22 settembre 2024
Tour siciliano delle maggiori strutture carcerarie da parte della senatrice Ilaria Cucchi del gruppo parlamentare Alleanza Verdi-Sinistra (Avs), accompagnata dall’avvocato penalista Pierpaolo Montalto, segretario regionale di Sinistra Italiana (SI). Un tour de force per la senatrice, che giovedì è stata al carcere San Cristoforo a Catania e venerdì alla Casa Circondariale Malaspina di Caltanissetta prima e all’Ucciardone di Palermo di pomeriggio.
di Sara Panarelli
castedduonline.it, 22 settembre 2024
La visita è successivamente proseguita all’ospedale Santissima Trinità dove da anni esiste un reparto nato proprio per andare incontro alle esigenze di Uta, ma mai entrato in funzione. Una struttura dotata di tutte le misure di sicurezza detentiva che non si è resa mai operativa. Sopralluogo della garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Irene Testa, e dell’assessore regionale della Sanità Armando Bartolazzi nel carcere di Uta. “Ci siamo recati a Uta per visitare il centro clinico - afferma Testa - accompagnati dal direttore del carcere Marco Porcu e dal comandante. Credo sia un fatto straordinario che, forse per la prima volta, un assessore regionale della Sanità si sia recato a verificare di persona un presidio sanitario intramurario”. “La visita è successivamente proseguita all’ospedale Santissima Trinità dove da anni esiste un reparto nato proprio per andare incontro alle esigenze di Uta, ma mai entrato in funzione. Una struttura dotata di tutte le misure di sicurezza detentiva che non si è resa mai operativa. L’impegno preso dall’assessore è quello di adoperarsi affinché quel reparto, così come la legge prevede, possa essere messo a disposizione anche per i ricoveri delle persone private della libertà personale. Faccio fiducia all’assessore Bartolazzi sperando che i tempi possano essere rapidi - prosegue la garante - Uta ha registrato oggi la presenza di 715 detenuti, la maggior parte dei quali affette da patologie gravi. La salute è un diritto che va garantito a tutti”, conclude Irene Testa.
di Lorena Crisafulli
L’Osservatore Romano, 22 settembre 2024
Il protocollo d’intesa “Fratelli tutti” fra Roma Capitale, Ama e Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Favorire la formazione professionale all’interno degli istituti penitenziari di Roma e provincia e valorizzare le competenze delle persone private della libertà personale, agevolando il loro inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro. Sono gli obiettivi che si prefigge il Protocollo di intesa “Fratelli tutti”, firmato in Campidoglio da Città Metropolitana di Roma Capitale, Garante delle persone private della libertà personale di Roma Capitale e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap).
di Tommaso Vezzani
Il Resto del Carlino, 22 settembre 2024
“Oggi le carceri producono malattia e morte”. Focus drammatico sulla situazione dei detenuti: “Basta guardare il dato di recidività, pari al 70 per cento”. Scarcella (Camera Penale): “Viene il mal di testa solo a sentire i rumori lì dentro, deve cambiare la cultura”. “Un cimitero per i vivi. Quello sono, le carceri”. È con l’agghiacciante definizione coniata nel 1904 da Filippo Turati che Sergio D’Elia, ex segretario di Nessuno Tocchi Caino, ha chiuso il suo intervento durante la conferenza “Servire l’uomo. Spes contra spem” in via Codro, al Centro di Solidarietà di Reggio Emilia.
di Carmine Quaglia
ottopagine.it, 22 settembre 2024
Il racconto del progetto di liberazione realizzato in Irpinia in regime di esecuzione penale esterna. Al complesso polifunzionale del Comune di Tufo è stato presentato il libro di Beppe Battaglia dal titolo “La libertà è un organismo vivente”. Nell’opera l’autore presenta in prima persona la storia di un gruppo di detenuti politici, provenienti dall’esperienza della lotta armata in Italia, a metà degli anni 80 del secolo scorso. Un progetto di liberazione, realizzato sull’agro di Tufo in regime di esecuzione penale esterna, “partito dal carcere di Bellizzi Irpino, mediante il lavoro autogestito collettivamente, col supporto di un gruppo di volontari e volontarie che insieme costituirono l’Associazione CSSD (Comunità di Servizio Sociale dei Detenuti), alla quale aderì anche il Comune di Tufo conferendo in comodato d’uso gratuito un terreno e un fabbricato rurale per realizzare una serie di attività lavorative che videro protagonisti il gruppo di persone detenute, numerose espressioni del mondo del volontariato e dell’associazionismo locale e nazionale, nonché la stessa popolazione irpina a partire dai cittadini tufesi e avellinesi”.











