di Fulvia Caprara
La Stampa, 1 settembre 2024
Il regista porta in gara “Campo di battaglia” accolto da sette minuti di applausi. “Il nostro eterno desiderio di sopraffazione mi tormenta da sempre. “Le guerre purtroppo continuano, e non bastano i film per fermarle. Magari fosse così. La follia va avanti perché l’essere umano è contagiato dal maledetto virus del potere, le guerre non nascono dalla democrazia, ma dalle dittature che vogliono sempre di più. La malattia della guerra non si spegne e così continuano a morire i civili, i bambini, chi non ha nessuna colpa. Le guerre sono tante, di forme diverse, è guerra anche l’affondamento di un barcone di migranti”. Nel nuovo film Campo di battaglia, in gara alla Mostra e accolto da 7 minuti di applausi, il primo degli italiani in corsa per il Leone d’oro, Gianni Amelio mette in scena il contrasto tra due ufficiali medici, amici d’infanzia, Giulio (Alessandro Borghi) e Stefano (Gabriel Montesi), impegnati nello stesso ospedale militare dove ogni giorno arrivano feriti gravi, reduci dall’inferno del fronte. Siamo alla fine del primo conflitto mondiale, teatro di un massacro in cui lo scontro tra soldati nemici era “diretto, ragazzi contro ragazzi, una persona davanti all’altra”.
di Igiaba Scego
La Stampa, 1 settembre 2024
Richard Wright, grande autore afroamericano degli anni 40, parlando nella sua autobiografia del Sud segregazionista degli Stati Uniti dov’era cresciuto, diceva che in quel clima di ansia e paura, fatto di vendette sommarie e soprusi, il crimine commesso da un nero, diventava per la società bianca suprematista, automaticamente il crimine di tutti i neri. Si puntava quindi il dito su tutte le persone nere e tutte le persone nere diventavano portatrici di colpa per il suprematismo bianco. Suprematismo che così aveva gioco facile nel trasformare, attraverso uno sguardo coloniale e feroce, ogni nero in un corpo a cui farla pagare cara, attraverso il linciaggio. Come Richard Wright questo senso di angoscia ha dominato anche me. In un contesto diverso però: l’Italia della nostra contemporaneità. Da donna nera musulmana ad ogni crimine commesso da chi mi assomigliava un po’ per meklanina o cultura ho negli anni tremato, pianto, ho avuto molta paura. Ho avuto anche la tachicardia. L’insonnia. Il sentore di poter essere trasformata da soggetto ad oggetto. Tutto ciò mi annientava. Come Wright sentivo che mi pesava addosso come un macigno quella colpa collettiva di cui ero innocente. C’era quello sguardo su di me/noi che via via mi/ci trasformava in altro, in qualcosa di innominabile: un omicida, un terrorista, un violentatore, un selvaggio.
di Marco Damilano
Il Domani, 1 settembre 2024
Il protagonismo autentico delle comunità ecclesiali non si trova (soltanto) nei raduni nazionali, ma in una presenza capillare, diffusa, nel radicamento in tutti gli angoli del paese, nei territori in cui i politici nazionali si avventurano poco e i media nazionali spengono le luci. Castelguidone, provincia di Chieti, meno di trecento abitanti, diocesi di Trivento, a cavallo tra Molise e Abruzzo. C’era tutto il paese, e di più, alla giornata della legalità, responsabilità e impegno organizzata dal parroco e direttore della Caritas don Alberto Conti. “In un piccolo posto è nata una cosa grande”, ha detto don Luigi Ciotti, riferendosi alla scuola di politica intitolata a Paolo Borsellino trentuno anni fa, nel 1993, un anno dopo la strage di via D’Amelio.
di Marco Ferrando e Matteo Liut
Avvenire, 1 settembre 2024
Il presidente della Cei parla di “collaborazione globale” per i migranti, di “patto sociale” sull’autonomia, di ius scholae come “strumento di inclusione”. E dei “buoni” rapporti col governo. Il mondo mette paura, ma “non ci possiamo rassegnare”. Con il coraggio del futuro, con la forza della speranza, con tutti quegli sforzi di “mediazione al rialzo” che questo momento storico esige, e a cui la Chiesa è pronta a contribuire “non contrapponendosi ai processi culturali ma cogliendo la domanda umana e spirituale” che portano con sé. In un’intervista in uscita domani su Avvenire, il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana affronta tutti i grandi temi, dalle guerre ai migranti, fino all’agenda d’autunno che attende l’Italia: la tenuta sociale del Paese, le riforme, lo stato di salute e il contributo che può dare la Chiesa. Ecco in anticipazione alcuni estratti.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 1 settembre 2024
L’appello del Papa dovrebbe scuotere le forze politiche che si dicono cattoliche. Invece vediamo Ong costrette a vagare e pugno duro sulla pelle di chi soffre- “C’è chi opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti. E questo quando è fatto con coscienza e responsabilità è un peccato grave”. Così si è espresso il Papa, affrontando il tema dei migranti e del loro trattamento. Nessuna espressione poteva essere più chiara. Né è difficile identificare i destinatari della condanna, dal momento che è proprio il governo italiano (e non solo questo) che usa ogni mezzo per contrastare l’arrivo dei migranti, soprattutto via mare.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 1 settembre 2024
A Shengjin e Gjader i centri migranti di Meloni quasi pronti per l’apertura. Manca la fognatura? “Scarichiamo nel fiume Drin”. E i locali fanno affari d’oro con gli affitti. Resta un problema. La rete fognaria. “Per il momento si è deciso di scaricare tutto nel fiume Drin, secondo le mie informazioni i primi migranti potrebbero arrivare qui fra il 10 di settembre e la fine del mese. Hanno fretta di farli arrivare”. Aleksander Preka è il responsabile comunale di questo piccolo paese nel nord dell’Albania. Un posto dimenticato sulla mappa del mondo, famoso per un aeroporto militare chiuso nel 1996 e per niente altro. “Eravamo tremila abitanti al tempo del comunismo, siamo rimasti in seicento. Ma adesso c’è tutta questa gente nuova che arriva e che arriverà”. Ormai è chiaro, visibile agli occhi, tremendamente definito. Ecco il campo: i container, le reti, le recinzioni. Ci sono carabinieri e poliziotti italiani ovunque. “Questa casa noi l’affittavamo a una cifra che oscillava dai 30 ai 50 euro al mese, i vostri militari l’hanno presa a 400 euro al mese per due anni”, dice ancora Aleksander Preka dal suo negozio di commestibili. È l’unico spaccio nel raggio di chilometri: cipolle, aglio, patate, bibite gassate, caramelle e sigarette. Il silenzio, tutto intorno, è rotto solo dalla benna di un’escavatrice che ancora picchia sulla terra arsa per piazzare gli ultimi tubi. Il primo centro di detenzione per migranti italiano costruito in terra straniera è ormai pronto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 agosto 2024
Dietro ai suicidi c’è anche l’impossibilità di avere un mestiere, una volta in libertà, o la mancanza di una rete di supporto per il reinserimento. “Si è tolto la vita nella tarda serata di ieri (due giorni fa, a 54 anni, nella sua cella del reparto isolamento della Casa Circondariale di Reggio Emilia. È il 67esimo detenuto suicida dall’inizio dell’anno, cui bisogna aggiungere 7 appartenenti alla Polizia penitenziaria”: ne ha dato notizia ieri Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa Polizia penitenziaria. “Così, dopo una breve tregua apparente di un paio di settimane sul fronte dei suicidi, un’ennesima tragedia investe le carceri alla vigilia dell’annunciato vertice di maggioranza in cui si dovrebbe discutere di nuove misure per affrontare l’emergenza - continua il sindacalista. - È palese e, nei fatti, riconosciuto persino dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e dall’intero esecutivo Meloni, che il decreto carceri e la sua conversione in legge non abbiano prodotto effetti apprezzabili”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 agosto 2024
L’allarme del garante dei detenuti della Campania dopo i dati degli ultimi mesi. Due giorni fa, il garante campano dei diritti delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha visitato il carcere minorile di Nisida a Napoli. Durante la visita, il garante ha incontrato anche il magistrato di sorveglianza dei minori, Margherita di Giglio, che si trovava nell’istituto per svolgere colloqui con i giovani detenuti. All’interno del carcere di Nisida erano presenti 71 ragazzi, di cui 22 stranieri, provenienti in gran parte da Tunisia, Marocco ed Egitto, e 7 a lavoro in articolo 21. È emerso, inoltre, che solo 18 dei 71 detenuti hanno una condanna definitiva e che nell’istituto ci sono 7 educatori. In Italia, sono 555 i giovani detenuti nei 15 istituti penali per minorenni.
di Cesare Burdese
L’Unità, 31 agosto 2024
Lo scorso 13 agosto, ho partecipato a una visita al carcere Lorusso e Cutugno di Torino organizzata dal dipartimento Carcere del Movimento forense, dall’associazione Nessuno tocchi Caino, dalla Camera penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte occidentale e della Valle d’Aosta e con il sostegno del consiglio dell’Ordine forense di Torino. Vi hanno partecipato anche esponenti parlamentari e delle amministrazioni locali, in forza al Pd. Alcuni partecipanti non erano mai entrati in carcere, altri conoscevano quello torinese per motivi professionali. Pochi di loro si erano mai spinti sino all’interno di una sezione detentiva, con tutto quello che ne comporta in termini di reazione emotiva. L’eterogeneità dei visitatori, non tutti pienamente consapevoli della realtà carceraria, ha conferito alla visita, più che una connotazione “ispettiva”, la duplice connotazione dell’approccio religioso-cristiano e di quello laico-politico, di pannelliana memoria.
di Leo Beneduci*
Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2024
Nel cuore del sistema carcerario italiano si consuma quotidianamente un paradosso che mina le fondamenta stesse della nostra giustizia. La Polizia Penitenziaria, un corpo nato con nobili intenti, si trova oggi intrappolato nella costante negazione della propria identità che ne compromette l’efficacia e la missione. Ricordiamolo a tutti: la Polizia Penitenziaria appartiene a pieno titolo alle forze di polizia. I suoi appartenenti sono titolari delle qualifiche di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza. Eppure, questa realtà sembra sfumare nel contesto carcerario, dove gli agenti si trovano a svolgere ruoli che poco hanno a che fare con le loro competenze e il loro mandato originario. È mai possibile, infatti, che in carcere per consentire ai detenuti l’accesso alle salette della socialità, al campo sportivo, oppure persino alle docce (qualora le celle detentive ne siano prive) occorra un agente di polizia? Ed ancora, è normale che serva la presenza costante e vigile di notte di un poliziotto di fronte a 25/30 persino 50 celle detentive chiuse su più piani? Per fare cosa? Per impedire che scappino? E come potrebbero?
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