di Luca Monticelli
La Stampa, 14 settembre 2024
Nell’ultima opera della scrittrice gli echi della guerra: “La riconciliazione è un sogno, ormai la coltivo solo nei libri”. “Sono una lottatrice per la pace. Per tutta la mia vita ho tentato di riconciliare le persone, sono tornata dai campi di concentramento senza sentimenti di odio e vendetta. Oggi però non credo più alla pace in Medio Oriente, la convivenza tra israeliani e palestinesi è un sogno impossibile”. La voce combattiva da intellettuale impegnata di Edith Bruck si affievolisce quando parla della guerra. Scrittrice, sopravvissuta ai lager nazisti, Edith Bruck è nata in un piccolo villaggio di contadini in Ungheria nel 1931. All’età di 13 anni viene strappata dalla sua casa e deportata in un ghetto al confine con la Slovacchia con il padre, la madre e altri familiari. Da lì ad Auschwitz e poi a Dachau e a Bergen Belsen fino al 15 aprile del ‘45, quando il campo di sterminio è liberato dall’esercito britannico. Finita la guerra raggiunge la sorella a Budapest e comincia il suo lungo viaggio: prima nell’allora Palestina, poi di nuovo in Europa, ad Atene, a Zurigo, a Napoli e a Roma, dove vive dal 1954.
di Francesco Stati
Il Foglio, 14 settembre 2024
A un mese dall’insediamento del nuovo governo il paese è spaccato. Studenti, operatori giudiziari e sindacati protestano contro una legge di cui è autore il presidente uscente e che cambia radicalmente il funzionamento della Corte suprema. In Messico, a un mese dall’insediamento del nuovo governo, c’è già forte contestazione. Non tanto nei confronti della vincitrice delle elezioni, Claudia Sheinbaum, prima donna a guidare un paese dove sessismo e femminicidi sono endemici. A spaccare lo stato centramericano è la riforma del sistema giudiziario, una legge costituzionale che preoccupa non soltanto addetti ai lavori e società civile, ma anche i suoi partner commerciali. Il 10 settembre, durante le fasi finali di voto, i manifestanti hanno fatto irruzione nella sede del Senato messicano per cercare di impedire la votazione. Ciononostante, il testo è stato approvato.
di Edoardo Greblo e Luca Taddio
Il Riformista, 13 settembre 2024
Le carceri scoppiano per l’uso demagogico del diritto penale che nasce da due convinzioni: che la sicurezza sia messa in pericolo dalla criminalità di strada, e che quel diritto sia in grado di prevenire i reati proporzionalmente all’entità delle condanne. In questi ultimi decenni, la “sicurezza dei cittadini” è diventata una priorità delle agende governative, alimentata da un clima di costante emergenza che finisce per assecondare il pregiudizio accusatorio quasi sempre prevalente nell’opinione pubblica. Non si tratta di una moda recente, ma con la destra di governo la tendenza agli inasprimenti punitivi è diventata la regola e la stessa parola “sicurezza” ha cambiato di senso. Non indica infatti più la sicurezza sociale determinata dalle garanzie dei diritti sociali, ma solo la “pubblica sicurezza”, intesa come “tolleranza zero” e difesa dell’ordine pubblico dai reati che generano allarme sociale come le rapine, i furti in appartamento, il piccolo spaccio e tutta la microcriminalità, a cominciare dalle cosiddette “baby gang”.
di Guido Ruotolo
terzogiornale.it, 13 settembre 2024
Particolarmente penosa la condizione dei malati di mente reclusi. Poi ci sono tutti gli altri. Vivono all’inferno, nel buio dell’anima, condannati a non vedere mai un raggio di sole. Il loro orizzonte è una porta di ferro, o un muro. Dovrebbero essere presi in cura da anime gentili, assistiti da personale medico e sanitario, con terapie farmacologiche e psicologiche. È uno scandalo la congiura del silenzio, la vergogna repressa di chi porta la responsabilità di non gridare al mondo l’ingiustizia. Nelle carceri italiane sono detenuti, anzi fatti prigionieri, quattromila malati mentali. Sono i “pazzi”, i “matti”, i “fuori di testa”. Portano nelle celle il dolore, la solitudine e la disperazione delle loro famiglie. I drammi di una vita di sofferenze e di un mondo che li respinge, che li ha abbandonati. Povere e disperate le famiglie dei disabili mentali, costrette a denunciare le violenze dei loro cari e l’incapacità di uno Stato che, quarantasei anni dopo l’entrata in vigore della “180”, la legge Basaglia che chiuse i manicomi, deve dichiarare forfait.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 settembre 2024
Secondo gli ultimi dati aggiornati al 31 agosto, risultano reclusi 19.507 detenuti stranieri su un totale di 61.758 ristretti. Secondo il ministro della Giustizia, il sovraffollamento carcerario si risolverebbe facendo scontare loro la pena nei paesi d’origine. Apparentemente non fa una piega, peccato che non sia affatto così, soprattutto per due motivi principali. Il primo è che il sovraffollamento non si calcola solamente attraverso numeri assoluti, ma carcere per carcere. Pensiamo al carcere di Poggioreale: risultano 2.100 detenuti su una capienza regolamentare di 1.323 posti. Gli stranieri sono 333. Tolti quelli, il sovraffollamento rimane tale e quale. Il secondo motivo è che ovviamente non sarà mai possibile, e tentativi sono stati fatti durante le scorse legislature, far scontare magicamente la pena nella terra di origine a tutti e 19.507 i reclusi stranieri.
di Cinzia Raineri
linkiesta.it, 13 settembre 2024
Negli ultimi anni è aumentata la tendenza a criminalizzare il disagio giovanile, invece di promuovere il reinserimento sociale dei giovani detenuti. Gli Istituti Penali Minorili (Ipm) appaiono spesso come bombe pronte a esplodere, ma la realtà è più complessa. Negli ultimi anni si è delineata una crescente tendenza a criminalizzare i giovani, concretizzata dal Decreto Caivano. Ma anziché favorire il reinserimento, finisce per stigmatizzare ulteriormente i ragazzi, trattandoli come bersagli di un sistema che, invece di rieducarli, li punisce. Le condizioni di reclusione, il confronto con le proprie colpe e il contesto sociale da cui provengono i giovani detenuti rendono il percorso di reinserimento nella società una sfida difficile. E, a volte, la fuga sembra l’unica via d’uscita.
di Girolamo Monaco*
Avvenire, 13 settembre 2024
Di fronte al disagio delle carceri minorili, le rivolte e le evasioni di questi giorni, io devo scrivere ancora, perché sembra “un tunnel senza fine”. Non si può fare rieducazione o trattamento di giustizia esecutiva, non esiste carcere umanizzato, non si può fare nulla di civile che legalmente riduce la libertà individuale senza avere il coraggio (il coraggioso lavoro di chi scommette nel futuro evolutivo di questa umanità) di attivare una pedagogia della speranza e della possibilità, elaborare cioè una prassi, dettagliata e individualizzata per ogni persona detenuta, del progetto e per il riscatto. Anche (e soprattutto) il carcere deve avere un progetto. E ci vuole speranza oggi per parlare di queste cose.
di Maria Vazzana
Il Giorno, 13 settembre 2024
Il cappellano storico dell’istituto di via dei Calchi Taeggi da sempre in prima linea: “Piccoli gruppi di lavoro per fare dell’istituto un centro con funzioni educative”. Tra i cambiamenti la creazione di una squadra per la “gestione condivisa”. Rivolte, incendi, evasioni. Una sequenza che è diventata tristemente routine al carcere minorile Beccaria, dove la pace si è ridotta a una parentesi tra un’emergenza e l’altra. “Sarebbe da sciocchi continuare ad assistere a questi avvenimenti senza cambiare nulla” riflette don Gino Rigoldi, 84 anni, il cappellano storico dell’istituto penitenziario di via Calchi Taeggi, da oltre mezzo secolo impegnato con i giovani detenuti. E non sono solo parole, le sue. “Perché il cambiamento è già in atto. Nel progetto che tutti insieme stiamo mettendo in campo si prevede la creazione di piccoli gruppi, da 10 ragazzi al massimo, che avranno sempre gli stessi adulti di riferimento”.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 13 settembre 2024
Il provvedimento in esame alla Camera introduce in un colpo solo 24 tra nuovi reati, aggravanti e inasprimenti di pene. neanche stessimo vivendo un’emergenza nazionale. Creare nuovi reati non costa niente e ha molta resa sul piano della propaganda. Pena, carcere, manette. Il ddl Sicurezza, tanto caro alla destra securitaria e in esame alla Camera in questi giorni, segna il trionfo del populismo penale. Leggendo con attenzione il testo del provvedimento si scopre che questo introduce 24 tra nuovi reati, aggravanti e inasprimenti di pene. Ventiquattro, in un colpo solo. Neanche stessimo vivendo una situazione di emergenza nazionale. Altro che panpenalismo. In fondo la premier Meloni lo aveva annunciato, intervistata una settimana fa su Rete 4: “La sicurezza sarà la mia priorità nei prossimi mesi”. Tanto non costa nulla. Basta inserire un breve inciso in qualche articolo del codice penale e il gioco è fatto. Il prodotto viene realizzato, a gratis, e può essere venduto all’opinione pubblica.
di Luca Liverani
Avvenire, 13 settembre 2024
Niente più rinvio di pena per le donne in gravidanza o con figli di meno di un anno. L’eventuale differimento della carcerazione - quando il ddl sarà approvato definitivamente anche al Senato - sarà esaminato caso per caso dai giudici. È successo ieri alla Camera, nel corso delle votazioni sul “ddl sicurezza”. L’aula ha approvato l’articolo 15 che rende facoltativo - e non più obbligatorio - il rinvio della pena per le neo-madri detenute. Forza Italia, che inizialmente si era detta contraria, stavolta invece ha votato con Fdi e Lega. Cambio di opinione degli azzurri anche sullo Ius scholae, su cui quest’estate Fi aveva assunto una posizione diversa dal centrodestra. Nel ddl giro di vite anche sulla coltivazione di cannabis light, manifestazioni contro le opere pubbliche, occupazioni abusive di case.
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