di Daniele Nalbone
Il Manifesto, 4 maggio 2024
Reporter Senza Frontiere ci colloca al 46esimo posto, in discesa di 5 punti. E critica l’acquisizione dell’Agi da parte di Angelucci. “Orbanisation”: orbanizzazione. Nell’analisi di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa nel mondo, pubblicata ieri, l’Unione europea è chiamata a confrontarsi con il tentativo della classe politica di ridurre sempre di più lo spazio di azione per il giornalismo indipendente. E il metro di paragone preso dall’ong per l’Europa è l’Ungheria di Viktor Orbán, dove “la radiodiffusione pubblica è stata trasformata in una macchina di propaganda” e “diversi media privati sono stati messi a tacere”. Risultato: “Grazie all’acquisizione dei media da parte degli oligarchi con stretti legami con Fidesz, il partito al potere, quest’ultimo controlla ora l’80% dei media del paese”.
di Anais Ginori
La Repubblica, 4 maggio 2024
L’intervista al responsabile del rapporto di Reporters Sans Frontières: “La legge bavaglio è chiaramente liberticida. Rischia di avere un impatto fortemente negativo sul lavoro dei cronisti giudiziari”. “Abbiamo l’impressione che Giorgia Meloni voglia ispirarsi a Viktor Orbán” osserva Pavol Szalai, responsabile del desk Europa per Reporters Sans Frontières. “Certo, i due leader hanno posizioni diverse sulla guerra in Ucraina, ma per quanto riguarda la libertà di stampa l’Italia si sta pericolosamente avvicinando all’Ungheria” spiega Szalai che per Rsf ha curato la parte del rapporto annuale che riguarda l’Italia.
di Giulia Cimpanelli
La Stampa, 4 maggio 2024
Marco Luciani, Ufficiale della Polizia Locale di Milano, da anni lavora con le scuole e le famiglie: “Gli adolescenti sono consapevoli di tutti i rischi, ma la velocità del web spesso dà loro l’idea di non potersi fermare a riflettere sull’impatto di un’azione. Così nascono i pasticci”. Secondo uno studio di inizio 2024 di Save The Children e Ipsos, che ha coinvolto 800 minori tra i 14 e i 18 anni, il 28 per cento dei ragazzi e delle ragazze dichiara di aver scambiato almeno una volta video o foto intime con il proprio partner o con persone verso le quali aveva un interesse, nonostante più della metà pensi che chi invia foto intime accetti sempre i rischi che corre, compreso quello che le foto possano essere condivise con altri.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 4 maggio 2024
Pressato dalle incombenti elezioni generali, con i sondaggi negativi per il partito del primo ministro Sunak, il governo britannico ha lasciato circolare i video dei furgoni della polizia, con i migranti irregolari presi dalle loro abitazioni per essere trasferiti in Rwanda. Appena ottenuto il Royal Assent del re Carlo, dopo la faticosa gestazione di apposita legge, il governo ha così voluto far vedere che faceva sul serio. Il messaggio all’opinione pubblica è stato lanciato sperando che porti frutti. Il seguito concreto potrà forse essere misero per la gestione dei flussi di persone che attraversano la Manica sui gommoni in cerca di asilo, ma potrebbe essere deflagrante per la posizione del Regno Unito nei confronti dell’Europa e del diritto internazionale. Il diritto europeo e quello internazionale in materia di stranieri migranti obbligano gli Stati a dare asilo o comunque protezione alle persone che nei Paesi da cui provengono patirebbero persecuzioni sia individuali, che per i gruppi etnici, religiosi, ecc. a cui appartengono. Ciò riguarda prima di tutto, ma non solo, i casi in cui nel Paese di rinvio vi sia rischio per la vita o di torture e trattamenti inumani o degradanti. In Europa (quella del Consiglio d’Europa, 46 Stati membri, da non confondere con Unione europea con i suoi 27 membri, da cui il Regno Unito è uscito con la Brexit), la protezione dei migranti, in quanto persone titolari di diritti, è assicurata soprattutto dalla Convenzione europea dei diritti umani. Essa ha un organo giudiziario, la Corte, che giudica l’osservanza degli obblighi assunti dagli Stati che hanno ratificato la Convenzione. I modi in cui gli Stati assicurano che il loro diritto interno non contrasti con la Convenzione e con la giurisprudenza della relativa Corte, sono vari. In Italia è la stessa Costituzione a garantirlo. Nel Regno Unito è - o era - lo Human Rights Act del 1998 e i suoi meccanismi, con i quali i giudici britannici si adeguano alle norme della Convenzione. La Corte europea interviene a seguito dei ricorsi presentati da persone o dagli Stati membri. Prima di decidere sul fondamento dei ricorsi, la Corte europea può indicare allo Stato di sospendere i suoi provvedimenti nei confronti del ricorrente, per non pregiudicare l’efficacia del successivo giudizio. È ciò che è già avvenuto una volta, prima della approvazione della nuova legge, per le espulsioni dal Regno Unito al Rwanda. Ed è ciò che probabilmente accadrebbe se, come consentito dalla nuova legge britannica, quel governo desse effettivamente corso ai trasferimenti dei migranti.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 4 maggio 2024
Telefonate ai giudici in privato, poco velate intimidazione in pubblico, palesi pressioni dai paesi occidentali: la Corte penale internazionale sa quanto irrimediabile sarebbe una perdita pubblica di legittimità. A dar voce allo sdegno per come il tribunale è stato ridotto, mero compendio di interessi di parte, è stata ieri la procura generale, che dal 2021 indaga sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei Territori palestinesi occupati. “L’indipendenza e l’imparzialità (dell’Icc) - si legge nel comunicato - è minata quando individui minacciano di rappresaglia la Corte o il suo personale”. Non nomina mai Israele né gli Stati Uniti che da giorni provano a impedire l’emissione di un mandato di cattura per crimini di guerra del primo ministro israeliano Netanyahu. Ma il riferimento è sotto gli occhi di tutti: “L’ufficio insiste: ogni tentativo di impedire, delegittimare o influenzare in modo improprio devono cessare subito”. Sono, aggiunge, “una violazione dello Statuto di Roma”.
di Sergio D’Elia
L’Unità, 4 maggio 2024
Ciò che resta del famigerato Stato Islamico continua a compiere attacchi mortali e imboscate da aree remote e nascondigli nel deserto ai confini tra Siria e Iraq. Il grosso di quel che era il Califfato islamico più temuto al mondo è rinchiuso in un buco a Nassiriya, il carcere che gli abitanti del luogo chiamano “al hout”, la balena, perché inghiotte le persone e non le sputa più fuori. La prigione di Nassiriya è l’unica in Iraq dove c’è il braccio della morte. Si contano circa ottomila prigionieri, accusati per lo più di appartenere all’Isis.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 4 maggio 2024
Procuratrice generale dell’Ecuador, giurista di origini afro-ecuadoriane, cresciuta da una madre single nella città di Ibarra, ai piedi del vulcano Imbabura. È una donna che Don Winslow, lo scrittore americano autore di “Il cartello” e altri indimenticabili thriller, potrebbe raccontare bene, ispirandosi a lei in uno dei suoi romanzi. Diana Salazar Méndez, procuratrice generale dell’Ecuador, è stata indicata da Time tra le cento personalità più influenti del 2024 e Samantha Power - già rappresentante permanente degli Stati Uniti all’Onu durante la presidenza Obama - parla così di questa giurista di origini afro-ecuadoriane, cresciuta da una madre single nella città di Ibarra, ai piedi del vulcano Imbabura: “Il suo è uno dei più duri e pericolosi lavori in tutto l’emisfero occidentale”.
di Franco Corleone
L’Espresso, 3 maggio 2024
I fatti del “Beccaria” di Milano mostrano l’urgenza di trasformare questi istituti in Case d’accoglienza. La crisi del carcere è fuori controllo a causa del sovraffollamento, ai limiti di una nuova condanna della Cedu (Corte europea per i diritti dell’uomo) per trattamenti degradanti, e della catena inarrestabile di suicidi. Le violenze e le torture nel carcere minorile di Milano hanno provocato una indignazione all’altezza dello scandalo.
di Andrea Orlando*
Avvenire, 3 maggio 2024
Una normativa per garantire sicurezza e per contenere la violenza che è “violenta” già nella titolazione con cui viene comunemente indicata: Decreto Caivano. Come uno stigma a marchiare un territorio, come a sottolineare che certi eventi possono verificarsi solo lì. Tutta l’Italia, tutto il mondo non dimenticheranno Caivano come terra degli orrori. Più facilmente, ahimè, si dimenticherà come e perché è stato necessario intervenire. E ci sarà necessità di dedicare ad altri luoghi altri decreti, se gli interventi di rafforzamento ed incentivazione della socialità positiva non saranno estesi a tutte le zone che hanno già espresso difficoltà analoghe.
di Manuel Sarno*
Il Giorno, 3 maggio 2024
Il letto di contenzione, simbolo di un sistema carcerario arretrato, viene ancora utilizzato in alcune strutture, violando i principi rieducativi della pena. Fenomeni inquietanti si verificano anche in istituti minorili, evidenziando gravi carenze e complicità. La necessità di riforme è urgente. C’era una volta il letto di contenzione, simbolo di un sistema che non funziona e che non dovrebbe più essere presente negli istituti penitenziari da decenni: uno - forse non sarà l’unico e ultimo - è stato trovato nella sesta sezione del carcere genovese di Marassi solo qualche anno fa: uno strumento anacronistico e drammatico, incompatibile con la normativa sul trattamento sanitario obbligatorio. Ma non veniva utilizzato solo in questi casi: vi venivano fatti giacere anche “ospiti” insubordinati sedandone le intemperanze anche assestando qualche manganellata. La nostra Costituzione canonizza la finalità rieducativa della pena, un principio risalente al pensiero illuministico di Cesare Beccaria che deve trovare applicazione prevedendo percorsi di studio, formazione e lavoro all’interno delle carceri: ma le risorse mancano e la violenza non può essere un gratuito ed intollerabile additivo della privazione della libertà, delle condizioni igieniche e della assistenza sanitaria carenti, del sovraffollamento.











