di Mauro Magatti
Avvenire, 1 febbraio 2026
A Davos il primo ministro canadese Mark Carney ha certificato la fine dell’ordine liberale. Ma tra “fine della storia” e scontro di civiltà esiste un’altra narrazione: la convivenza possibile. L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos ha avuto un’ampia risonanza. Non tanto per la novità delle tesi espresse, quanto perché ha dato voce a una percezione diffusa benché spesso rimossa: l’ordine liberale globale è finito. E con lui l’illusione che la combinazione tra mercato globale, democrazia liberale e progresso tecnologico sarebbe coincisa con la “fine della storia”. Oggi quella narrazione non ha più presa. Anche perché a riempire le cronache dei nostri giorni è il ritorno della forza come criterio regolativo delle relazioni internazionali e sociali in un quadro altamente frammentato. Così il rischio è di finire travolti dalla narrazione opposta e ugualmente riduttiva dello “scontro delle civiltà”. Se la prima narrazione peccava di ingenuità ottimistica, la seconda può trasformarsi in una profezia (di sventura) che si autoavvera. Ridurre la complessità del mondo contemporaneo a blocchi culturali omogenei, inevitabilmente destinati a entrare in conflitto, significa legittimare la chiusura, la paura, la logica amico-nemico. Significa rinunciare in partenza a ogni spazio di mediazione, cooperazione, contaminazione. E soprattutto significa naturalizzare il conflitto, come se fosse un destino senza scampo, anziché il prodotto di scelte politiche, economiche e simboliche.
di Pasquale Ferrara
Avvenire, 1 febbraio 2026
La cattura di Maduro ha riaperto il nodo dei “regime change” imposti dall’esterno: il consequenzialismo seduce nel breve periodo, ma mina regole, istituzioni e futuro. Dopo della spettacolare operazione militare degli Stati Uniti che ha portato alla cattura (illegale) di Maduro in Venezuela, si è riacceso il dibattito sui cambiamenti di regime indotti dall’esterno e con la forza. Chi argomenta a favore adotta l’etica delle conseguenze, che giustifica o deplora un’azione a partire dagli effetti che essa produce, indipendentemente dalle intenzioni o dai mezzi utilizzati. L’argomentazione di fondo è che, tutto sommato, il mondo starebbe ora meglio senza Maduro, come nel passato si disse di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi. È una logica stringente, che suona, in sostanza, come un implicito discredito di quanti, a partire dal “solo” rispetto del diritto internazionale, adottando un’etica dei principi (ritenuti astratti), non sarebbero stati in grado di produrre cambiamenti significativi, in Venezuela come altrove. Il consequenzialismo è una tesi che può risultare convincente di primo acchito, ma solo se viene collocata in un’ottica di breve termine. Le conseguenze possono essere valutate, infatti, anche nel medio-lungo periodo, ed in tal caso la prospettiva cambia. Avendo a mente casi storici recenti, il cambiamento di regime può risolversi in forze centrifughe alle base di nuovi tragici scenari (il sedicente Stato islamico in Iraq-Siria), in una frammentazione territoriale delle istituzioni nazionali (l’Est e l’Ovest della Libia), e addirittura in una restaurazione dei poteri rimossi (il ritorno dei Talebani a Kabul). Il caso del Venezuela è tuttora incerto.
di Francesco Dal Mas
Avvenire, 31 gennaio 2026
Un uomo si è ucciso a Firenze, altri due casi in pochi giorni nel penitenziario di Padova, al centro delle polemiche per lo spostamento improvviso di un gruppo di detenuti in altre strutture. Tre suicidi, in carcere, in tre giorni. Due a Padova, uno a Sollicciano (Firenze). E un tentativo (sventato) a Potenza. La situazione più pesante è al “Due Palazzi” di Padova, dove è stata chiusa l’Alta Sicurezza e pertanto sono rimasti inattivi i laboratori d’integrazione. 23 ristretti sono stati trasferiti nottetempo in altri penitenziari italiani ed uno di loro, un ergastolano di 73 anni, impegnato in attività di cucito, si è tolto la vita. Poche ore dopo, un sinti con cittadinanza italiana di 32 anni si è impiccato nel bagno della propria cella.
di Federica Pennelli
Il Domani, 31 gennaio 2026
È successo a Padova e a Sollicciano: morti avvenute in istituti segnati da sovraffollamento, trasferimenti, fragilità psichiche e carenza di personale. Intanto Nordio non risponde alle interrogazioni che chiedono soluzioni tempestive. Il 3 febbraio la mobilitazione con l’associazione Antigone. Negli ultimi giorni, una serie di suicidi in carcere ha riportato al centro della cronaca la durissima condizione delle persone recluse. Nel carcere Due Palazzi di Padova, tra il 27 e il 28 gennaio, un detenuto di 74 anni si è tolto la vita nella sua cella mentre era in attesa di trasferimento. Trentasei ore dopo, nello stesso istituto padovano, una persona detenuta di 36 anni ha compiuto il medesimo gesto. A centinaia di chilometri di distanza, intanto, un’altra persona di 29 anni è morta suicida nel carcere di Sollicciano, quartiere di Firenze.
di Stefano Anastasia
L’Unità, 31 gennaio 2026
In questi anni, come Garante per le Regioni Lazio e Umbria (fino al 2021), ho toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani. Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano.
di Ettore Grenci*
Avvenire, 31 gennaio 2026
“Spes non confundit”, la speranza non delude. È questo il messaggio centrale del Giubileo che si è da poco concluso, voluto da papa Francesco proprio nel segno della speranza. La speranza - al di là della sua accezione filosofica e religiosa - assume una dimensione giuridica come diritto fondamentale e assoluto dell’essere umano, non comprimibile quale sia la sua condizione o la sua “colpa”. Basti ricordare le parole con cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo, nella sentenza del 2019 Viola C/ Italia, ha dichiarato la illegittimità della disciplina italiana del c.d. ergastolo ostativo: “La dignità umana, situata al centro del sistema creato dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà”.
di Patrizia Pallara
collettiva.it, 31 gennaio 2026
Gli istituti penitenziari sono in un’emergenza sanitaria: condizioni di vita pessime, carenze, disfunzioni organizzative, abuso di farmaci. Se ne parla all’assemblea aperta del 6 febbraio a Roma. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Belle parole, quelle dell’art. 27 della Costituzione, a cui si affianca il dettato dell’ordinamento penitenziario che riconosce il diritto alla salute delle persone detenute, come tra l’altro richiesto dall’art. 32 della Carta. La salute in carcere, quindi, è un diritto. Questo in teoria. Perché in pratica non è così, mai.
di Mattia Bufi
Il Mattino, 31 gennaio 2026
Nelle carceri italiane ci sono 63.500 detenuti dei quali sono chiamati ad occuparsi poco più di 200 magistrati di sorveglianza. Un rapporto di 1 a 300 che da solo dà la dimensione di quanto sia difficile, per quegli uffici giudiziari chiamati ad occuparsi della vita e del reinserimento dei reclusi, riuscire a portare avanti il proprio compito. Di queste criticità si è discusso ieri mattina nella sala Giancarlo Siani del Consiglio regionale della Campania, dove il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha riunito magistrati di sorveglianza, direttori di carceri, avvocati, garanti, associazioni che operano all’interno degli istituti penitenziari.
di Marica Fantauzzi
L’Espresso, 31 gennaio 2026
È un braccio di ferro tra magistratura e Dap quello intorno ai libri che l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto al regime di 41 bis, può leggere o no. Lo scorso ottobre il magistrato di sorveglianza di Sassari aveva accolto il reclamo di Cospito, detenuto nel carcere di Bancali, contro il divieto impostogli dalla direzione della Casa circondariale di ricevere quattro libri. Secondo il magistrato, il detenuto aveva diritto ad acquistarli e leggerli, e la direzione avrebbe dovuto provvedere immediatamente. Ma il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel giro di poche settimane, ha presentato ricorso contro il provvedimento. La motivazione: i libri richiesti non figurano nell’elenco dei testi consentiti ai detenuti sottoposti a regime speciale, il cosiddetto Modello 72.
di Mattia Feltri
La Stampa, 31 gennaio 2026
Il Foglio ha pubblicato una lunga intervista a Andrea Padalino - chi nell’altro millennio si occupava di Mani pulite lo ricorderà giudice per le indagini preliminari a Milano, e lo ricorderanno anche a Torino dove è stato pubblico ministero. Oggi Padalino non può credere al sé stesso di allora, così cieco davanti alla devastazione dello stato di diritto per mano sua e dei suoi colleghi, al disprezzo per il bene supremo della libertà, alla boria e al delirio di onnipotenza, alla correità con la giustizia mediatica, agli abusi del sistema correntizio. In realtà l’elenco è molto più lungo e dettagliato e impietoso, e dopo esserne rimasto incastrato - non più carnefice ma vittima - Padalino se n’è reso conto e ora chiede scusa.
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