di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Entro giugno vanno usati i fondi del Pnrr. In 660 strutture attivo almeno un servizio, ma l’obiettivo del piano è ancora lontano. C’è scarsa attenzione ai bisogni sociali. E il Terzo settore troppo poco coinvolto. Gli ingredienti per una rivoluzione silenziosa della sanità italiana sono stati messi sul piatto da diversi anni, prima da un decreto-legge del 2020 poi dal Pnrr che ha reso disponibili due miliardi di euro per realizzare buona parte delle 1.723 nuove strutture chiamate Case della Comunità e programmate dalle Regioni. Sono spazi dove chi ha bisogni assistenziali può andare e trovare una soluzione ai suoi problemi. I due miliardi devono servire a sistemare e adeguare le strutture pubbliche, ma le cucine dove queste ricette possono essere preparate funzionano lentamente: a giugno 2026 scadono i termini per utilizzare i fondi del Pnrr e gli ultimi dati di settembre scorso di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, parlano di solo 660 strutture dove è possibile trovare almeno un servizio attivo, 172 Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori attivi e 46 dove sono presenti anche medici e infermieri. Salvo poche eccezioni quello delle Case della Comunità rimane ancora un bel libro dei sogni.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 febbraio 2026
Parla il cooperante liberato a Caracas a gennaio: “In cella sparisce la percezione del tempo. Anche la mia famiglia ha perso più di un anno di vita. “Al Rodeo 1 la prima cosa che perdi è la percezione del tempo. In quelle celle minuscole, tra scarafaggi e zanzare, con l’acqua contingentata, i carcerieri incappucciati, non sai mai se e quando finirà”. Alberto Trentini è qui. È finita ed è questa la notizia più bella. È tornato libero dopo 423 giorni di detenzione nel più tremendo carcere del Venezuela sotto il regime Maduro, “El Rodeo”, una “Alcatraz in salsa tropicale” la definisce lui. Quello che ha vissuto, il racconto delle sue prigioni, non è soltanto memoria personale: è un monito. Perché ciò che è accaduto possa - e debba - non accadere più. Perché quei luoghi, quelle pratiche, quella sospensione sistematica dei diritti non scivolino nell’abitudine, nell’oblio, nella normalità.
di Samuele Ciambriello*
Ristretti Orizzonti, 1 febbraio 2026
“Due suicidi di persone detenute nel carcere Due Palazzi di Padova nell’arco di 36 ore: il primo in Alta Sicurezza il 28 gennaio, in concomitanza e in conseguenza della chiusura di quella sezione e del trasferimento di tutte le persone ristrettevi da anni (o decenni, come nel caso in oggetto, una persona di 73 anni, ergastolano in detenzione da più di tre decenni); il secondo, la sera del giorno successivo: un giovane di 33 anni detenuto in una sezione chiusa della Media Sicurezza. Due tragici eventi che ci interrogano sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono queste operazioni decise dal DAP, che ridisegnano il sistema lasciando però terra bruciata.
La Repubblica, 1 febbraio 2026
L’analisi del Garante dei detenuti del Lazio. Organizzata, assieme a “Nessuno tocchi Caino”, un’assemblea pubblica per il prossimo 6 febbraio. Stefano Anastasia, in quanto Garante dei diritti delle persone detenute nella Regioni Lazio dal 2021, racconta - sul sito di Nessuno Tocchi Caino - di aver toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani emessa dalla Corte Europea dei Diritti Umani accusando l’Italia per la violazione dell’Articolo 3 della Convenzione Europea che si riferisce ai trattamenti inumani o degradanti, determinati del cronico sovraffollamento carcerario.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 1 febbraio 2026
Intervista Parla Denise Amerini, responsabile Dipendenze e carcere della Cgil. Il 6 febbraio, presso il “terzo polo” universitario capitolino, una vasta rete di associazioni cercherà proposte percorribili. A cominciare da amnistia e indulto. “Subito amnistia e indulto”, è l’appello perentorio lanciato ieri anche dall’Associazione nazionale Giuristi democratici dopo gli ultimi due suicidi registrati nel giro di 36 ore nel carcere Due Palazzi di Padova. La storica associazione, nata nel secondo dopoguerra, si unisce al coro di coloro che chiedono di voltare “definitivamente pagina, ricorrendo alla detenzione davvero come extrema ratio”, e accusa: “Le politiche detentive di questo governo producono morte”.
di Ginevra Leganza e Nicolò Zambelli
Il Foglio, 1 febbraio 2026
Il Guardasigilli manda una missiva ai presidenti delle Camere perché ricordino agli onorevoli le modalità con le quali si effettuano le visite negli istituti di detenzione. Le opposizioni al Foglio: “Atto grave”. L’ultimo episodio della “Giustizia secondo Delmastro”. “Nordio ci sta dicendo cosa fare e non fare? Servono delle scuse. Le visite nelle carceri sono una prerogativa per i parlamentari”. Dalle parti del Pd la lettera che il ministro della Giustizia ha inviato circa dieci giorni fa ai presidenti delle Camere, in cui invitava a “sensibilizzare” gli onorevoli su come fare le visite nelle carceri, è sembrata tutt’altro che un invito. Piuttosto, un avvertimento: “È molto grave”, dice al Foglio Filippo Sensi, senatore dem.
di Martina Caroleo
Focus, 1 febbraio 2026
Dai report regionali sulla salute in ambito penitenziario, limitatamente alle Regioni dotate di un proprio Sistema informativo, risulta che circa il 10-15% della popolazione detenuta in Italia è affetta da un disturbo mentale grave. In termini assoluti, si tratta di circa 6.000-9.000 persone su un totale di circa 60.000 detenuti. L’approccio attuale alla detenzione nei confronti delle persone con disturbi psichiatrici richiede l’attuazione di soluzioni più umane ed efficaci. Il Servizio Sociale può rivestire un ruolo importante nella promozione di alternative che garantiscano interventi mirati e personalizzati, in grado di ridurre la recidiva e la cronicità, lavorando al contempo per un reinserimento sociale solido, che consenta di costruire una prospettiva oltre la pena. In generale, l’obiettivo che ci si dovrebbe porre nell’affrontare questi casi è quello di rileggere il sistema detentivo per le persone con disturbi psichiatrici, cercando di bilanciare tutela della collettività, diritto alla cura e esigenze di sicurezza.
L’Osservatore Romano, 1 febbraio 2026
La speranza è stata la parola che, per un anno intero, è risuonata con forza in tutto il mondo. Non una parola consolatoria, ma una parola impegnativa perché ancorata alla certezza che “la speranza non delude”, come Papa Francesco ha voluto evidenziare all’inizio della Bolla di indizione del Giubileo. Con questa forza è entrata anche nelle carceri dove la speranza, quella umana, si affievolisce e si smarrisce facilmente di fronte a tante difficoltà e a tante delusioni.
di Maria Teresa Caccavale*
certastampa.it, 1 febbraio 2026
Con questa lettera l’Associazione Happy Bridge Odv che da anni si occupa della tutela dei diritti umani e sociali, ed in particolare della tutela dei diritti delle persone detenute, si unisce all’appello civile e costituzionale, già rivolto da alcuni Garanti Regionali e Comunali, al Presidente della Repubblica affinché richiami l’attenzione degli Organi di Governo sul continuo grave deterioramento delle condizioni carcerarie e sul mancato rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. L’appello si colloca nel quadro di una crisi sociale e morale più ampia, segnata da disuguaglianze e perdita di centralità della persona. La prospettiva è quella della tutela dei diritti fondamentali e della sicurezza collettiva, fondata su dignità, istruzione, lavoro e reinserimento sociale.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 1 febbraio 2026
A sette settimane al referendum sulla giustizia in molti hanno già perso la pazienza. Come al solito, una scelta democratica si sta trasformando in una guerra di religione. Mancano sette settimane al referendum sulla giustizia, e molti di noi hanno già perso la pazienza. Come al solito, una scelta democratica si sta trasformando in una guerra di religione. Tutto questo è estremamente irritante. E destinato a peggiorare: non c’è Olimpiade o Sanremo che tenga. Quello che farò il 22 marzo, quindi, sarà scegliere chi mi irrita di meno. Non è una novità: da mezzo secolo voto per il meno peggio, lo farò anche stavolta.
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