di Gaetano De Monte
Il Domani, 31 marzo 2024
Un’indagine della procura di Lecce ha svelato il meccanismo per frodare stato e aspiranti lavoratori stranieri. Se non paga uno o più intermediari è quasi impossibile per un migrante entrare in Italia in maniera regolare. “Il decreto flussi è l’unica maniera sicura e regolare per chi vuole entrare in Italia per lavorare, ma, nei fatti, per come questo strumento è concepito e funziona, si presta bene a chi vuole truffare e sfruttare le persone straniere”, ragiona uno degli investigatori che hanno condotto le Coulibaly Samba è nato in Senegal, ha poco meno di cinquant’anni e ha pagato 2600 euro per far entrare in Italia in maniera regolare altri otto suoi connazionali. Allo stesso modo, Diop Chaiko, ha versato poco meno di 2000 euro per far arrivare in Puglia i suoi tre figli.
di Kaspar Hauser
Il Manifesto, 31 marzo 2024
La tempestività con cui il presidente della Repubblica ha voluto rispondere all’appello di Roberto Salis, addirittura meno di 24 ore, dice molto su diversi aspetti della vicenda di Ilaria, la concittadina detenuta in Ungheria in attesa di giudizio in condizioni al di fuori degli standard europei. Ma induce anche una riflessione su tema più generale dei rapporti tra il governo e il Capo dello Stato e sulla riforma del premierato che stravolgerebbe gli attuali assetti.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 31 marzo 2024
“Il caso Salis? Considerate le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia c’è poco da fare i maestrini nei confronti dell’Ungheria, sia per quanto riguarda l’esibizione degli imputati in tribunale, sia sul trattamento in carcere”. Lo dichiara al Foglio Maurizio Turco, segretario del Partito radicale. “Ovviamente non posso che unirmi alla condanna unanime del modo con cui Ilaria Salis è stata esibita al tribunale di Budapest, con le manette e la catena alla cintura - dice Turco -. Ma i detenuti italiani potrebbero raccontarne tante, per esempio su come vengono tenuti nei gabbiotti nei tribunali o su come avvengono le traduzioni da un carcere all’altro: con furgoncini dove all’interno ci sono delle gabbie in cui i detenuti vengono tenuti in manette per ore di viaggio”.
di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 31 marzo 2024
Mentre discutiamo della situazione di Ilaria Salis, militante italiana di sinistra arrestata a Budapest in possesso di un manganello e sospettata di averlo usato in due occasioni contro avversari politici, proviamo per un attimo a rovesciare la situazione. Immaginiamo che una militante ungherese di destra, con precedenti penali nel suo paese soprattutto per manifestazioni violente e resistenza a pubblico ufficiale, sia venuta in Italia. E che qui sia stata arrestata per aver partecipato a una sorta di spedizione punitiva per randellare militanti politici di sinistra, alcuni dei quali saranno feriti. E che nella sua borsa sia stato trovato un bastone del tipo di quelli usati per le aggressioni. La ragazza ungherese sconta tredici mesi di custodia cautelare in una prigione italiana. Cioè in uno di quei luoghi il cui sovraffollamento è oggi valutato al 119 per cento e per il quale, con percentuali simili, l’Italia è stata condannata in passato dalla Cedu, la Commissione europea per i diritti dell’uomo. Quando inizia il processo la ragazza ungherese lamenta le difficili condizioni della propria detenzione. E ha pienamente ragione, dal momento che l’Italia, in misura maggiore rispetto al suo Paese, l’Ungheria, detiene umilianti primati di condanne in Europa non solo per le condizioni delle proprie carceri, ma anche per l’amministrazione della giustizia in genere. Inoltre, l’imputata viene portata nell’aula del tribunale italiano in ceppi e catene, e giustamente nel paese del presidente Orban sale un movimento di protesta. Tanto che all’udienza successiva nell’aula dove si celebra il processo, arrivano diversi parlamentari ungheresi, i quali dichiarano che l’Italia non è un Paese democratico. E fino a qui ci siamo.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 31 marzo 2024
Includere i palestinesi negli Accordi di Abramo è un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria. Incontrare David Grossman a quasi sei mesi dall’attacco del 7 ottobre significa ascoltare una voce di Israele che guarda oltre la feroce guerra in corso contro Hamas per tentare di esplorare un nuovo, coraggioso, percorso di pace con i palestinesi. Lo scrittore israeliano, in Italia per l’uscita del suo ultimo libro La pace è l’unica strada (Mondadori), è uno dei volti di spicco del “campo della pace” nel suo Paese, ed è stato uno degli intellettuali più in vista nel movimento di protesta popolare contro la riforma della Giustizia proposta dal premier Benjamin Netanyahu ed ora, davanti ad una guerra che mette in pericolo l’esistenza dello Stato ebraico e ad un bilancio di vittime civili palestinesi così alto nella Striscia di Gaza, vede per Israele il bisogno di unirsi dietro una mossa, un’iniziativa, una decisione capace di rilanciare la sfida della convivenza in Medio Oriente.
di Stefano Anastasia
L’Unità, 30 marzo 2024
Va ridotta di netto la popolazione detenuta, ma provvedimenti straordinari, assolutamente necessari, non basteranno. Servono misure non solo penali o penitenziarie per trattare diversamente devianza, marginalità sociale, povertà. Uno stillicidio insopportabile come la sensazione di inutilità di ogni sforzo di prevenzione. A concentrarsi sulla vulnerabilità dei singoli si rischia di perdere di vista l’ostilità costitutiva della prigione. Dobbiamo rivolgere lo sguardo all’ambiente penitenziario, al sovraffollamento, alle strutture, al regime di vita aggravato da chiusure ingiustificate, buoni propositi non perseguiti, da cattive proposte minacciate e obblighi costituzionali a cui si vorrebbe sfuggire.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 30 marzo 2024
Anche quest’anno la nostra compagnia di giro ha ripreso a “visitare i carcerati”, opera di misericordia corporale che dovrebbe sentirsi impegnato a fare almeno una volta nella vita - come il battesimo, la prima comunione e la cresima - ogni bravo “cristiano”, detto in senso confessionale ma anche più semplicemente e laicamente nel senso che dalle mie meridionali parti vuol dire persona, uomo o donna di buona volontà. L’anno scorso ne abbiamo visitate 120 su 189 con Rita, Elisabetta, avvocati delle camere penali e anche magistrati, iscritti e simpatizzanti di Nessuno tocchi Caino o semplici cittadini convinti che per farsi un’idea del carcere occorreva seguire Piero Calamandrei e il suo “bisogna aver visto”.
di Cesare Burdese*
L’Unità, 30 marzo 2024
Da alcuni mesi, con Nessuno tocchi Caino visito le carceri. Lo faccio con lo sguardo dell’architetto, nella convinzione della possibilità, seppure remota, di dare dignità alle persone e ai luoghi che appartengono al carcere, attraverso il costruito. Osservare i muri del carcere, misurarli, disegnarli e descriverli non è cosa vana, se il fine è una maggiore consapevolezza del carcere per superarlo. Lo scorso 22 marzo ho visitato le carceri di Forlì e di Ravenna, risalenti al periodo della prima riforma penitenziaria del 1889 dopo l’Unità d’Italia e architettonicamente concepite secondo l’innovativa tipologia del carcere cellulare.
di Valentina Alberta*
Il Riformista, 30 marzo 2024
Pochissimi esempi virtuosi caratterizzavano sino a qualche anno fa il trattamento penitenziario degli autori di reati sessuali, i c.d. sex offenders, nelle carceri italiane. Mentre la gran parte degli istituti penitenziari si limitava al confinamento nelle sezioni “protette”, in condizioni di semi isolamento, di quei detenuti considerati “infami” dal resto della popolazione detenuta (insieme dunque a forze dell’ordine, collaboratori di giustizia e detenuti transessuali, senza alcuna attenzione rispetto alla necessità di individualizzare il trattamento penitenziario), in alcune carceri milanesi iniziavano progetti di sperimentazione di trattamento psicologico per i condannati per reati di violenza sessuale. Prima a Opera, con la dott. Marina Valcarenghi e il suo progetto basato su incontri di psicanalisi e psicoterapia collettivi e individuali, poi a Bollate, con interventi inizialmente individuali e poi mano a mano più strutturati e integrati con un patto trattamentale sottoscritto da tutti i detenuti, volto a consentire una parte della socialità in modo condiviso. Una rivoluzione: le adesioni spontanee dei detenuti erano particolarmente utili e furono ottimi i risultati in termini di riduzione della recidiva (peraltro, a dispetto della vulgata sul tema, non particolarmente elevata rispetto ad altre tipologie di reati).
di Sandro Gugliotta*
Il Dubbio, 30 marzo 2024
La legge sull’ordinamento penitenziario nella parte dedicata alla rieducazione dei ristretti prevede in modo preciso e puntuale che l’attività di osservazione e trattamento deve essere svolta in modo complementare da diverse figure presenti in istituto: i funzionari giuridico pedagogici, i professionisti esperti e gli incaricati della polizia penitenziaria. Dunque disegna una attività di osservazione articolata, che si basa sulle competenze di figure che nella loro specificità di compiti e ruoli, area educativa ed area della sicurezza, danno un contributo fondamentale alla definizione di quello che sarà il modello di intervento nell’istituto. Il dettato normativo vuole configurare una azione congiunta di queste aree, che contempli tutti gli aspetti che sono fondamentali sia dal punto di vista psicologico- educativo che da quello della sicurezza intesa nel suo significato più ampio.
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